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Cultura

IL REGIME DEI PARTITI SECONDO SALLUSTIO

Nelle sue due celebri monografie, “De Catilinae coniuratione” e “Bellum Iugurthinum”, Sallustio individua nel “regime dei partiti” la causa della crisi della Repubblica romana, dilaniata da lotte interne, intrighi, corruzioni.

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In copertina, un affresco raffigurante Marte, dio della guerra, e Venere, dea della fertilità, presente nella casa pompeiana di Sallustio (“Wikimedia Commons, dominio pubblico).

di Alessandro Andrea Argeri

“L’invidia viene immediatamente dopo la gloria”, inoltre “taluni pensano che commettere ingiustizie sia il solo modo di esercitare il potere”. I senatori litigano, ma per i propri interessi. L’aristocrazia non riesce a porre fine ai conflitti tra fazioni nemmeno quando i suoi mercanti vengono fisicamente eliminati. Le cariche pubbliche, un tempo simbolo di virtù, si sono trasformate in uno strumento di corruzione, malcostume, ambizione personale.

Era stato necessario passare dalla monarchia alla repubblica a causa della degenerazione del potere monarchico in tirannia. Il sistema delle magistrature, attraverso il criterio sia della collegialità sia della temporalità, tutelava lo Stato dal pericolo di un eccesso di potere nelle mani di uno solo. Ora invece la magistratura è usata indiscriminatamente per regolare i conti tra le due principali fazioni: da una parte i “populares”, i quali ambiscono al potere per concessione del popolo pur senza volerne veramente il bene; dall’altra gli “optimates”, il cui unico obiettivo è “conservarsi” per mantenere i propri privilegi.

Gaio Sallustio Crispo, storico romano vissuto nel I secolo a. C., vive il declino della Repubblica romana, quando per salvare lo Stato si cercava un capo politico capace di ripristinare la legalità, la coesione tra le classi, la pace sociale, la stabilità. Ovviamente ai tempi l’accezione di quest’ultimo termine non era inteso con il comando di un autocrate, come invece avverrà, bensì con la fine del conflitti. Un secolo dopo infatti a tenere in vita il principato di Ottaviano Augusto sarà proprio l’ideale di una “pax”, una pace, almeno interna, duratura.

Sallustio individua la causa principale della crisi della Repubblica romana nel “regime dei partiti”, colpevoli di alimentare le lotte tra classi sociali, dunque responsabili della degenerazione dello scontro politico in guerra civile. D’altronde, “con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia anche le più grandi vanno in rovina”. La corruzione aveva avuto origine sia dall’avarizia dei nobili sia dall’ambizione eccessiva dei capi militari sia dall’assenza del nemico esterno: sconfitta Cartagine viene meno il methus ostilis utile a legittimare in parte la “concordia omnium”, la concordia di tutte le classi sociali per il bene superiore di Roma. Ma di quest’ultimo aspetto abbiamo già parlato in un altro articolo disponibile qui.

Particolare nella prima monografia, il “De Coniuratione Catilinae”, il confronto tra le due opposte correnti politiche. Il senato è chiamato a decidere se condannare o meno Catilina senza “provocatio ad populum”, ovvero “per direttissima”, senza un processo popolare. Si pronunciano con argomentazioni contrastanti sia il portatore dei vecchi schemi sia quello dei nuovi. Ebbene da una parte Catone, rappresentante dei valori tradizionali di severità, incorruttibilità, integrità dei costumi, ammirato da Sallustio, è favorevole alla pena capitale; dall’altra Giulio Cesare, portatore di virtù nuove come la clemenza, la misericordia, la liberalità, la convivenza tra diversi ceti, il quale si pronuncia in favore di un processo secondo le regole giuridiche dello Stato, per questo considerato dall’autore il solo capace di ristabilire la pace a Roma. Purtroppo, la dittatura militare instaurata dal conquistatore della Gallia lo deluse non poco, tanto da ritirarsi dalla vita politica.

Sono diversi anche i “cattivi” delle due monografie sallustiane. Catilina raduna attorno a sé gli scontenti, i nullatenenti, i delusi, gli esclusi dal sistema. Giugurta invece ordisce intrighi proprio sull’esempio dell’aristocrazia romana, la quale tentenna circa la possibilità di fermare i massacri del nemico perché corrotta dal suo denaro. Di entrambi però Sallustio apprezza l’energia, la capacità, lo slancio vitale nelle loro iniziative, qualità tipiche dei grandi capi, lodevoli benché rivolte al male. Tra i due è Gigurta il più simile ai nostri “villain”, in quanto risulta essere un personaggio potenzialmente buono degenerato in un ambiente corrotto. Non è un caso forse se il violento Catilina muore di morte violenta, oppure se l’abile Giugurta viene tradito proprio dagli intrighi dei suoi alleati. Ma questo si deve al karma, alla sorte, o all’ironia della Storia, non allo storico da cui sono riportati gli avvenimenti.

Certamente è una storiografia “parzialmente” di parte quella di Sallustio, populares convinto fino al midollo nonché nemico giurato della nobiltà senatoria. Basti pensare a come la congiura di Catilina venga collocata nel 64 a. C. anziché nel 63 a. C., ovvero un anno prima per escludere la partecipazione di un Giulio Cesare in piena ascesa politica, sospettato di aver sostenuto il capo dei congiurati almeno nella parte iniziale dell’operazione. Inoltre all’interno delle opere sono molte le divergenze cronologiche rispetto alle versioni di altri storici, Tacito su tutti.

In conclusione, Sallustio è segnato dalla crisi “democratica” della sua epoca, una Repubblica senatoria in cui il senato diveniva sempre più impotente, con le istituzioni, incapaci di risolvere i conflitti sociali, progressivamente svuotate di significato nonché prossime al “principato”, ovvero proprio a quel governo di “uno solo” tanto osteggiato. Forse già allora allo stesso Sallustio suonava come un lamento la frase: “per natura gli uomini sono tutti uguali, è solo il valore che rende alcuni più nobili degli altri”.

Bibliografia e fonti:

Gaio Crispo Sallustio, La congiura di Catilina.Testo latino a fronte, Mondadori, Milano 2016.

Id., La guerra contro Giugurta. Testo latino a fronte, Mondadori, Milano 2016.

P. Fedeli, Storia letteraria di Roma, Fratelli Ferraro Editori, Napoli 2004.

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