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Bojack Horseman: artificialità, epifania e redenzione

Sin dalle prime apparizioni sulle piattaforme online nel 2015, la serie incentrata sulle vicende del cavallo Bojack Horseman ha catturato il cuore di molti spettatori. Tutto grazie alle capacità dell’executive producer Raphael Bob-Vaksberg e del suo staff.

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In fotografia una lettura metaforica del contrasto tra la purezza dell’essere e un mondo fabbricato privo di emozioni

Sin dalle prime apparizioni sulle piattaforme online nel 2015, la serie incentrata sulle vicende del cavallo Bojack Horseman ha catturato il cuore di molti spettatori. Tutto grazie alle capacità dell’executive producer Raphael Bob-Vaksberg e del suo staff.

Sarcastico, alcolizzato e narcisista, Bojack presenta un carattere complesso a causa delle sue ferite passate. 

Eppure, un’unica cosa riesce ad addolcire il suo cuore: la trasmissione televisiva da lui girata negli anni 90, Horsing Around. Quest’ultima, possibile solo grazie alla collaborazione con il regista Herb Kazaz, nonché suo migliore amico dell’epoca, rappresenta la ragione del suo successo. 

La trasmissione ha come fine quello di fornire agli spettatori un conforto emotivo rispetto ad una vita insoddisfacente. Il tutto partendo proprio dall’immagine di una famiglia felice nella sua semplicità ed unione. Sarà proprio la stessa a colmare il vuoto affettivo lasciato dai genitori di Bojack: Beatrice Sugarman e Butterschotch Horseman. 

Artificiale contro reale

Artificialità diventa il termine di sfida, l’unico punto di riferimento dei personaggi. A dirlo sarà Herb, che sosterrà di non aver timore del futuro giacché quest’ultimo luminoso e visibile. Con il cambio di scena, però, ecco apparire un tramonto dipinto su un pannello.

Allo spettatore non rimane che comprendere come anche la vita possa trasformarsi in una menzogna contro sé stessi.  Inoltre, ciò che crediamo futuro non è altro che un percorso tracciato dalle mani di altri, a cui si finisce ciecamente per credere. 

Il valore del successo

Eppure, tra battute comiche e coinvolgenti, momenti esilaranti e talvolta romantici, Horsing Around consente al cavallo di passare da cabarettista ad attore nella famosa Hollywood. 

La serie riprende la rappresentazione metateatrale, con personaggi che sembrano recitare un copione ad ogni parola. Da tale descrizione del mondo si scorgono le tracce di quel “ciclo dei vinti” di Giovanni Verga. 

Non c’è spazio per i sentimenti, né per dolci effusioni in un settore che esige la perfezione. A regnare è una lotta continua alla vita, all’inseguimento del successo e della ricchezza economica. 

Lo testimonia lo stesso Bojack che, durante le riprese di Horsing Around, suggerisce a Sarah Lynn di vivere solo per soddisfare il volere fan. Da qui la canzone “Non fermarti fino al calo del sipario“, cantata dalla stessa che, col crescere, desisterà dal diventare un architetto, suo grande sogno. 

Bojack Horseman è quindi rinuncia alle ambizioni, un compromesso infelice con scelte sbagliate, normalizzazione del superficiale e superficializzazione di ciò che davvero conta. 

Sorge un invito introspettivo per comprendere il valore dei sogni che si insegue. Desiderio di essere amati, realizzazione a livello lavorativo o personale; la costruzione di una famiglia dove regni l’amore, o la ricerca di radici familiari ormai bruciate dai troppi silenzi. 

A dare risposta a tali quesiti saranno gli stessi protagonisti.  

Le luci della redenzione

Dallo scontro tra un’interiorità povera contro un mondo lussuoso, si ha una rivelazione dell’Io. La sua bellezza così semplice sembra non riuscire a fronteggiare una società distopica.   

Quando il sipario sta per calare e le luci spegnersi, i buoni sentimenti scalpitano per emergere. Gli interrogativi a lungo nascosti diventano parte centrale della scena. Come capire cosa si è diventati inseguendo un sogno utopistico? 

La soluzione sta nella ricerca della felicità, un viaggio tortuoso verso una redenzione che non esige.

Ci vuole molto tempo per rendersi conto di quanto si è infelici e ancora di più per capire che non deve essere così”. 

La vera essenza della felicità

Inaspettatamente è lo sciocco Todd a dare la risposta. Il tutto sta nello Hokey Pokey (letto: “Hochi Pochi”): una danza originaria dello Sheffield e risalente al 500. Durante le celebrazioni il sacerdote svolgeva la messa rivolto verso l’altare, rendendosi incomprensibile. Ne consegue la trasformazione parodistica della frase latina “Hoc est enim corpus meum” (Questo è il mio corpo) nel corso dei vari secoli. 

Dinanzi ad un Bojack in parte “artificiale” e scettico sul vero significato della canzone, Todd risponde: “Facendo l’Hokey Pokey fai un bel giro attorno a te stesso […] Il senso dell’arte non è quanto rappresenta ma ciò che suscita. Oppure all’arte non serve un senso, per questo si chiama arte

Il girotondo rappresenta in psicologia un momento di manifestazione di gioia. Nella cultura popolare esso richiama al gruppo, all’unione, e ai primi legami che sorgono in età infantile. Nel mondo della danza perfino una semplice giravolta richiede allenamento e coordinazione. 

Si ha una trasfigurazione della vita ad opera d’arte che, seppur talvolta insensata, richiede costante impegno nell’essere valorizzata. In quel suo continuo movimento tipico, sta a noi trovare uno spazio ed equilibrio per compiere i giusti passi.

In conclusione, con massime profonde e toccanti, Bojack insegna l’universalità del dolore; la bellezza nel chiedere aiuto e il conforto derivante; la possibilità di ritornare sui propri errori; il dover necessariamente amarsi malgrado nel proprio cuore crescano spine.

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