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E se anch’io fossi stata nazista?

Quante volte ci siamo chiesti come sia stato possibile che l’intero popolo tedesco abbia creduto a ciò che a noi oggi pare assurdo? La risposta è banalmente semplice: alla stessa maniera in cui da piccoli abbiamo creduto alla conquista del West raccontata dai film hollywoodiani.

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Joseph Goebbels durante un comizio, credits Wikimedia Commons

di Rosamaria Fumarola

Il rischio che l’articolo che state per leggere possa apparirvi banale e pertanto inutile c’è, eppure avverto la necessità di aggiungere qualcosa a ciò che tanti hanno già in passato avuto l’occasione di scrivere sul perché il nazismo ebbe modo di svilupparsi e fare presa su una popolazione che in fondo, non doveva essere tanto diversa dalle altre. 

Oggi facciamo fatica a credere che una nazione europea possa essere arrivata non molti anni fa a progettare ed eseguire lo sterminio di milioni di esseri umani in ragione della loro fede religiosa e stentiamo a riuscirci  perché ne osserviamo solo il tragico esito finale, che fu appunto solo un momento di un processo lungo di indottrinamento dei cittadini tedeschi da parte della propaganda nazista di Goebbels. Sulla questione un numero infinito di studiosi si è interrogato (e sono certa che anche in futuro accadrà e per fortuna!) tuttavia alcuni punti cruciali del fenomeno in questione sono stati individuati da pochi, tra i quali Hannah Arendt, Primo Levi, il sociologo Zygmunt Bauman, più ricordato però per altri studi, quali l’elaborazione del concetto di società liquida, considerato fondamentale per la comprensione delle organizzazioni sociali attuali. Tutti costoro pongono l’accento sulla normalità che accompagnava la quotidianità della popolazione tedesca negli anni dell’ascesa di Hitler. 

Molti in seguito non hanno creduto allo sgomento, all’autenticità dell’orrore da essa mostrato una volta preso atto dell’esistenza dei lager sparsi in tutta Europa. Io non sono tra questi, credo anzi che i civili tedeschi portati ad Auschwitz e costretti a seppellire le montagne di corpi dei prigionieri ebrei trovati morti nel campo e non inceneriti, credessero davvero di aver fatto il loro ingresso all’inferno. Allo stesso modo credo però che ciò non basti a scagionarli, non dall’uccisione di quei poveri innocenti, cosa della quale non erano materialmente responsabili, ma dal non essersi posti domande quando assistevano alla proiezione di film nei quali l’ebreo veniva dipinto come l’essere concepito per impadronirsi del loro mondo, nato solo per mentire e procurare il male altrui e perciò pericoloso come ogni male (o presunto tale) lo è per il bene (o presunto tale). Non vi è  nulla di anormale infatti nella reazione di odio manifestata da un bambino nei confronti di chi gli viene presentato come una minaccia a sé, alla propria famiglia, al solo mondo cioè che creda buono, se a convincerlo è una voce dolce ma ferma come quella di una madre o di una zia che sembra pensare solo al bene di quel piccolo familiare. Come si fa infatti a non credere alla famiglia? Nessuno di noi da piccolo e per gran parte della propria vita ne è capace. È evidente che io stia guardando solo al fenomeno dal punto di vista della popolazione  tedesca e del suo autentico convincimento di perseguire il bene. Gli scopi dei gerarchi nazisti furono altra cosa, per molti chiarissima per altri no, ma in ogni caso non sono oggetto della mia analisi. Oggetto di questo articolo è la questione su come sia stato possibile che i tedeschi abbiano creduto a ciò che a noi appare assurdo. La risposta a questo interrogativo è banalmente semplice: alla stessa maniera in cui da piccoli abbiamo creduto alla storia americana raccontata dai film western, o più di recente a quella della lotta sempre americana in Iraq o contro i talebani. Allo stesso modo peraltro, in cui quando ero un’adolescente una mia amica credette ad un prete che interpretò un certo mio ribellismo come espressione del male e la invitò ad evitare la mia frequentazione. 

La Chiesa è stata infatti per secoli maestra di propaganda,  indottrinando gran parte del mondo con convinzioni spesso retrive e discriminatorie, che ancora oggi facciamo fatica a lasciarci alle spalle senza un certo senso di colpa. Ed ancora allo stesso modo e non a caso, io ho creduto da bambina al consiglio dolce ma fermo di mia madre di evitare quella  signorina che si diceva, baciasse sulla bocca le altre donne. Io a mia madre credevo, perché i tedeschi non avrebbero dovuto? La questione etica della giustezza o fondatezza di certi ammonimenti non è infatti il nodo cruciale della questione, poiché fu il modo della propaganda a fare la differenza: quella nazista fu efficace, almeno fino a quando i russi non entrarono ad Auschwitz. Lo è stata per molto tempo anche quella americana, ma come sopra scritto, fra tutti i poteri capaci di elaborare ed imporre nei secoli una certa idea del mondo, quello della Chiesa non ha avuto rivali, tranne in occidente i detentori del potere di cui essa si stessa si è sentita erede e cioè i Romani. 

Val la pena in conclusione di sottolineare che esiste sempre una responsabilità individuale di fronte alle cose, ma che non tutti sono capaci di avvertirne una divergente da quella di chi lo circonda, da quella cioè dell’ambiente a cui appartiene, mentre a mio avviso la forza maggiore nella tragedia dello sterminio nazista del popolo ebraico, risiede nel puntuale ed efficace programma di propaganda elaborato da un genio del male quale Goebbels fu. 

Quanti allo sterminio parteciparono attivamente sono stati puntualmente descritti da Primo Levi in “Se questo è un uomo” assimilati in massa a ciò che lui definì “la zona grigia”, una categoria di uomini che cioè non erano mostri, almeno non per come li intendiamo noi, ma nemmeno dei santi pronti a sacrificarsi per gli altri. Erano appunto uomini del tutto normali. 

Per ogni essere umano si pone dunque il problema della elaborazione della capacità di critica, soprattutto quando essa non venga avvertita come necessaria da chi dovrebbe.

Scrittrice, critica jazz, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare anche gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano