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7 Giugno 2021

L’ultima lettera di Mario Monicelli (se ne avesse scritta una)

Ridere è caritatevole e come il piatto di pasta alla mensa dei mendicanti non ti fa morire di fame, ma non per questo fa di te un uomo meno povero.

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Fonte Wikipedia

di Rosamaria Fumarola

“Monicelli il cinico. Non so quante volte me lo sono sentito dire, ma non ha mai avuto importanza alcuna. Niente di ciò che gli altri hanno detto di me poteva averne e questo per una ragione: non vi è parola che possa cambiare lo stato delle cose, da cui nessuna speranza può levarsi, nemmeno leggera come una piuma. 

Esiste solo la morte, il resto è poca cosa per avere un senso. 

Non ho ben sopportato tutto ciò, ho solo accettato di vivere con questa idea come certe coppie da separate in casa: non si sopportano ma per qualche ragione accettano di essere costrette a rimanere sotto lo stesso tetto. 

Nella mia convivenza obbligata sono però riuscito ad imporre una terza presenza: un palco dove l’assurdo ed il surreale si sono realizzati ed hanno trovato voce muta nelle labbra piegate in un sorriso. Ho sempre pensato a quel sorriso come una visita consentita alle suore di clausura: fuori contesto, incapace di sollevare dalla solitudine, eppure caritatevole. Sì, ridere è caritatevole e come il piatto di pasta alla mensa dei mendicanti non ti fa morire di fame, ma non per questo fa di te un uomo meno povero. Il terzo ospite mi ha poi consentito di non avere col secondo un rapporto sempre diretto. Un esempio ne fu il funerale di Ugo (Tognazzi) durante il quale dissi a Pontecorvo: “Ma non eri morto tu? Ed allora chi sta nella bara?”. Di fianco qualcuno mi guardò con disappunto, ma io pensai che non avesse capito cosa fosse la morte e che la guardasse come un fatto lontano. Invece io la guardo sempre e da vicino e un funerale diventa per me l’occasione da non perdere per allontanarla, per condividerla, in questo mondo rovesciato in cui un lutto è perenne e bisogna creare una frattura, un’eccezione, per fare in modo che quei cappotti, quelle stoffe, carceri di cui siamo sempre prigionieri, sentano almeno il rumore di una risata e che siamo pur vivi (qualunque cosa significhi) anche senza averlo scelto.

A proposito poi del mio cinismo, se mi guardo in una foto recente da non più giovane, mi pare di intravedere lo sguardo felice di un nonno che di cinico appunto non ha più niente e questo mi fa venire in mente ciò che una volta una mia compagna mi disse e cioè che tutti gli uomini, anche quelli più disincantati o burberi,  diventando vecchi acquistano loro malgrado, una dolcezza prima  insospettabile. Dev’essere accaduta anche a me la stessa cosa, anche se continuo a non sopportare l’idea che qualcuno si possa occupare di me, del mio corpo, che una sia pur efficiente signora mi lavi o mi imbocchi. 

Un mio ennesimo peccato di hybris, qualcuno direbbe, ma non voglio essere un vecchio, come ogni altro vecchio accudito non avendo più un nome: voglio continuare ad essere Mario e in fondo non mi pare una gran pretesa. 

Molti spenderanno parole sul gesto che sto per compiere. Le spenderanno per Mario Monicelli, come se essere stato celebre mi dovesse garantire un quid pluris di diritto all’eternità rispetto a tutti gli altri esseri umani che ovviamente non ho anzi, io all’eternità non ho mai ambito, ma al diritto di por termine alla vita di un individuo quale io sono sì, se essa diventi miserevole al punto tale da negare le mie prerogative minime di uomo.

Ho vissuto credendo a ciò che vedevo, anche se la maggior parte di noi preferisce affidarsi a ciò che non vede e pensarsi in luoghi in cui immaginare qualunque cosa possibile. A me tale investimento di fantasia è stato negato e perciò ho resistito con ciò che avevo, per alcuni tanto, per me poco: ognuno vive stretto in mura spesse che ad altri sembrano sottili come ali di farfalla. 

Ho fatto ciò che ho potuto.

Come tutti”.

Mario Monicelli

Scrittrice, critica jazz, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare anche gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano