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“I DON’T CARE”, UN MERAVIGLIOSO INTRECCIO DI SENSUALITÀ E GRINTA

Intervista a Kefàli, attrice, scrittrice e produttrice italiana.

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In copertina, la cantate Kefàli. Immagine fornita dall’ufficio stampa dell’artista.

Vocalità calda, avvolgente, penetrante, tanta grinta. Dopo il fortunatissimo esordio dello scorso anno con l’intensissima “Ex”, Kefàli torna in radio e nei digital store con “I Don’t Care”, secondo singolo con cui regala al pubblico una nuova e ritrovata fiducia in sé stessa.

Cover del singolo “I Don’t Care”, di Kefàli. (Immagine fornita dall’ufficio stampa dell’artista)
  • “I Don’t Care” è un pezzo d’amore, ma segna anche un percorso di crescita. Come nasce?

”I Don’t Care” è un urlo liberatorio nato dalla voglia di dire basta a quei tira e molla tossici che spesso diventano un circolo vizioso di insoddisfazioni. Arriva un momento in cui, finalmente, ci apprezziamo e lasciamo andare quello che non ci fa stare bene. Voglio far sentire sexy e forte chi ascolta questa canzone, farlo ballare e ricordargli che non importa quello che dicono o fanno gli altri, perché è decisamente meglio stare da soli che con chi non ci merita.

  • Ha un ruolo centrale l’autostima. C’è anche un po’ di “Girl Power”?

Si parla sempre di come stiamo noi donne durante una relazione deleteria e nociva, quasi mai di come ci rialziamo, di come ci sentiamo dopo, di quanto sia importante e propedeutico a guarire le ferite interiori capendo di meritare di più. Meghan Trainor è stata la mia fonte di ispirazione principale; la grinta che mi trasmette la sua musica è la stessa che spero di infondere io a chi mi ascolta

  • Nel passato hai vissuto a New York, ti sei diplomata alla American Musical and Dramatic Academy e hai lavorato nell’Off Broadway The Acorn Theater e Triad. Ci racconti qualcosa del periodo? Come ha influito sulla tua formazione artistica?

Aver frequentato l’accademia penso sia stata una delle esperienze più belle e allo stesso tempo difficili della mia vita. Il livello di rispetto e disciplina che c’è in America per quanto riguarda il canto e la recitazione, raramente si trovano nel nostro Paese. Questo mi ha permesso di confrontarmi con performer di altissimo livello, che mi hanno stimolato ad una continua crescita personale e artistica rendendomi consapevole del fatto che non si smetterà mai di imparare. Essere costantemente circondata dall’arte e vivere in una città enorme è stato elettrizzante ma anche molto solitario. New York è una città stupenda, frenetica e sempre piena di eventi ed esperienze, ma allo stesso tempo molto costosa e difficile da affrontare da soli a volte. Quindi la necessità di farsi spazio in un mare così grande mi ha stimolato a reinventarmi sempre. A crearmi i miei spazi e progetti per differenziarmi dalla massa. Mi ha spinto a non essere una cosa sola, ma ad esplorare diversi ruoli e sfaccettature della nostra industria.

  • Trovi che l’Italia manchi di qualcosa rispetto alla musica americana?

Sicuramente le opportunità sono inferiori, ma anche per una questione di numeri. Si è persa nell’ultimo periodo secondo me la ricerca di chi sa davvero cantare, l’apprezzare le capacità vocali è passato in secondo piano e questo mi rattrista un po’. Ma avere un mercato piccolo ha anche i suoi vantaggi, conoscere i propri colleghi e possibili collaboratori è molto più semplice.
Cosa ti ha convinta a tornare in Italia e a ricominciare da zero?
Non è stata una scelta consapevole. Proprio prima della pandemia ho richiesto il visto per prolungare la mia permanenza negli states e purtroppo non era il periodo migliore per noi immigrati e di sfortuna mi venne bocciato in consolato. Dopo questo imprevisto c’è stata la pandemia che mi ha bloccato per altri due anni. Non volevo perdere tempo e restare con le mani in mano, quindi ho cercato di ripartire da zero e costruirmi altre occasioni qui. Ad oggi ho ripreso il visto e farò avanti e indietro dagli States nuovamente con l’approccio arsi del nuovo anno, anche se ho riscoperto una qualità di vita migliore nel bel Paese e non penso di volermene andare ancora per un po’.

  • In Italia hai fondato un’associazione culturale, “La Musica nel Cuore”, in cosa consiste di preciso e quali sono i suoi obiettivi?

La musica del cuore è nata da una mia grande necessità di fare volontariato e aiutare gli altri. L’attivismo è un movimento che porto stretto nel mio cuore, lottare per chi ha meno o per chi viene discriminato mi da forza e mi stimola a migliorare me stessa. Io sono nata cardiopatica e ho subito parecchi interventi al cuore, ho molte cicatrici che sono state soggetto di bullismo e alienazione. Vorrei aiutare tutti, ma dopo un periodo di riflessione mi sono resa conto che le persone che potrei aiutare veramente sono quei ragazzi che stanno affrontando il mio stesso percorso di vista ora. Mi sono sempre sentita sola nella mia malattia, non ho mai visto nessuno nei media che avesse cicatrici come le mie, con l’associazione voglio dare la possibilità ai bambini che escono dagli ospedali di trovare nel nostro mondo una comunità che li sostiene e che permette loro di essere ed esprimere sé stessi al meglio. Come mezzi ho deciso di usare la musica ed il teatro, perché in primis hanno salvato la mia vita e perché sono arti espressive che ti mettono in contatto con il corpo e con le emozioni. Inoltre è un ambiente in cui si può essere vulnerabili senza la paura del giudizio. Inoltre il mio Scopo ultimo sarebbe quello di normalizzare le cicatrici a livello sociale, perché spesso sono ancora dietro di vergogna e viste come un qualcosa da nascondere, quando in realtà per la maggior parte delle persone che le porta sono l’unico motivo che permette loro di essere ancora qui con noi. Amiamo i tatuaggi e dovremmo amare anche i segni delle nostre battaglie.

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Mi pongo delle domande. No, non sono un filosofo.