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Economia & lavoro

I disoccupati non vogliono lavorare

I disoccupati non vogliono lavorare, ma non è tutta colpa del Reddito di Cittadinanza, lo Stato potrebbe avere più di qualche demerito.

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di Alessandro Andrea Argeri

Annunci senza risposte, curricula non inviati, in un paese dove il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli altissimi, persino peggiori del primo dopoguerra, i disoccupati non vogliono lavorare, un paradosso tutto italiano. 

È una situazione incredibile quella sviluppatasi nelle ultime settimane. Con l’apertura della “bella stagione”, infatti, le imprese faticano a trovare dipendenti, la motivazione: “il reddito di cittadinanza non incentiva il lavoro”. È vero in parte. Gli stagionali mancano, esattamente come il personale in regola.

I ristoranti resteranno vuoti? Credit foto Uwe Hermann. Licenza CC BY-SA 2.0

I datori di lavoro sono in protesta, da settimane infatti protestano incessantemente perché, dopo la pandemia, non possono comunque riaprire per mancanza di personale. Un imprenditore ha affermato: “se a qualcuno, questa estate, nel caso mai riaprissimo, verrà in mente di venirla a menare con domande alla carlona tipo quanto si lavora? Quanto mi dai? Qual è il giorno libero? Vi dico con il massimo garbo possibile: non vi presentate. Siamo in emergenza e come tale deve essere gestita e elaborata. Se pensate di avere o pretendere come se non fosse successo nulla, datevi all’ippica. Chiaro?” Forse nella testa del ristoratore a questa indecorosa “chiamata alle armi, chi mi vuole mi segua”, riempita di citazioni calcistiche, sarebbero dovuti seguire gli applausi, novanta minuti “alla Fantozzi”… Speriamo non diventi un fenomeno mediatico, così la critica moderna non dovrà interessarsi in merito per cercare di interpretarne il senso.

Leonida condusse eroicamente trecento spartani al massacro contro i Persiani, ma qui non si tratta di difendere la libertà dall’oppressione ad opera di un altro popolo, bensì di lavorare per un privato, alle condizioni di quest’ultimo. Poi c’è il direttore della Barilla, il quale definisce i giovani “pigri”, anche se non tutti hanno avuto la fortuna di ereditare l’azienda del padre a soli ventuno anni.

Inoltre bisogna considerare come, se i beneficiari del reddito di cittadinanza fossero contattati attraverso gli appositi centri per l‘impiego, anziché col “passaparola”, potrebbero rifiutare massimo tre proposte prima di perdere il sussidio. Ma se così fosse il datore di lavoro sarebbe costretto ad assumere il dipendente regolarmente, con un salario conforme agli accordi sindacali. Per esempio: un cameriere percepisce mediamente ottocento euro al mese, però dovrebbe essere retribuito con 1.450 euro netti, per 40 ore settimanali. Al contrario, invece, nella vita reale si lavora dalle 12 alle 13 ore al giorno, senza festività né riposo, per 3, 4, 5 euro l’ora. A queste “norme”, dovrebbero poi aggiungersi le eventuali tredicesime, quattordicesime, liquidazioni. In pratica: il reddito di cittadinanza serve sia a sostenere chi non trova lavoro, sia ad evitare l’accettazione di condizioni economicamente umilianti.

Però ovviamente, è sempre comodo addossare le colpe ai ragazzi, stanchi di essere sfruttati, o più semplicemente il bersaglio mediatico migliore quando non si possono attaccare gli immigrati, in entrambi i casi attraverso stereotipi. Eppure, dai dati forniti dall’Ufficio parlamentare di bilancio, solo il 20% degli italiani beneficiari del sussidio è sotto i trenta anni d’età. Nel mentre, però, alcuni ristoratori, i più audaci, continuano a dichiarare pubblicamente alla stampa di aver offerto una paga “onerosa”, da novecento euro al mese, sintomo di chi non ha mai neppure sentito parlare della regolarità. In poche parole: lavoro precario, senza certezze né diritti.

Nei ristoranti dovremo rispettare ancora le norme anti-Covid. Credit foto Go-Tea. Licenza CC BY 2.0

È vero anche che alcuni chiedono di lavorare senza essere assunti, così da sommare l’eventuale stipendio col reddito di cittadinanza. Parallelamente però c’è chi a nero offre una parte della reale busta paga, o chi pretende di ricevere indietro i soldi in contante. Ma in quel caso il problema risiede nelle mancanze degli organi di controllo. È senza dubbio sbagliato il sistema italiano, in cui i laureati sono tra i meno pagati d’Europa, mentre le donne alle volte nemmeno vengono assunte, o in alternativa ricevono salari inferiori rispetto a un uomo con la stessa mansione. In aggiunta, un altro fattore dell’aumento della crisi è il Jobs Act del 2015 ad opera del Governo Renzi, quando con l’introduzione della Naspi è stata ridotta la disoccupazione per i lavoratori stagionali.

Insomma, per alcuni non c’è più necessità di essere sfruttati per troppi pochi soldi, di essere manodopera a basso costo: schiavi. L’assistenzialismo ha prodotto danni? Rappresenta un incentivo per i disoccupati a non lavorare? Forse, ma ha anche restituito dignità ai lavoratori. Del resto, dove lo Stato è assente, c’è la criminalità.