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Economia & lavoro

Una nuova Globalizzazione

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di SIMONE DEL ROSSO

La pandemia ha fatto emergere due grandi temi del nostro tempo: ripensare i rapporti sociali e ripensare i modelli economici.

Proprio nel momento storico più caratterizzato dall’individualismo, dalla disintermediazione, dalla scarsità di spazi fisici e valoriali di aggregazione, l’uomo è costretto all’isolamento per salvare la vita dei suoi simili. Che sia il punto di non ritorno per la società che conoscevamo? Ne emergerà una nuova? Forse lo sapremo presto, o nei prossimi anni, quelli della ripresa, del ritorno ad una nuova normalità.

Alcuni sostengono che non cambierà nulla, altri che questa crisi rappresenti un’opportunità di cambiamento verso una società più equa e solidale, che rimetta al centro l’uomo, vulnerabile e fragile. Una nuova società in cui i giovani fremano per esplodere di vita.

Un nuovo welfare, in cui la sanità torni prepotentemente al primo posto dell’agenda politica e sociale.

La pandemia ha anche messo a nudo le criticità della globalizzazione economica. Ha creato un prima e un dopo. Il mondo interconnesso, il mondo dei viaggi e degli spostamenti rapidi che conoscevamo non sarà più lo stesso.

Il lockdown nelle economie industrializzate ci ha fatto capire quanto sia essenziale la globalizzazione per il mantenimento degli standard di vita della maggior parte degli esseri umani. Molti dei prodotti che consumiamo sono realizzati all’estero oppure includono componenti di importazione, provenienti, ad esempio, dalla Cina.

Le misure di contenimento del virus hanno inevitabilmente interrotto la produzione in molte zone del mondo, impattando sulle bilance commerciali dei singoli Stati, limitando importazioni ed esportazioni, innescando vere e proprie guerre commerciali anche su quei prodotti considerati a scarso valore aggiunto come le mascherine.

Ed ecco che il virus ha messo in crisi anche il capitalismo stesso, modello in base al quale la programmazione strategica è pensata esclusivamente sulla base di prospettive di profitto.

In contabilità aziendale, il valore aggiunto di un bene è approssimativamente la differenza tra il valore della produzione e i costi sostenuti (materie prime, servizi, costi operativi). È il valore che l’azienda aggiunge attraverso la propria attività produttiva. Un valore molto basso nel business delle mascherine.

Nel caso dell’Italia, il nostro Paese ha applicato perfettamente tale definizione, finendo per esternalizzare la produzione di mascherine in Paesi caratterizzati dal basso costo della manodopera, dall’altra parte del mondo. Nel momento in cui la pandemia si è diffusa ovunque, il prezzo delle mascherine è aumentato a seguito dell’aumento della domanda e della scarsità dell’offerta.

Estendendo tale analisi, molti servizi di cui usufruiamo sono forniti all’estero.

Ad esempio, i risultati di una radiografia in un ospedale della Lombardia sono valutati in India, dall’altra parte del mondo.

Inoltre, negli ultimi decenni di liberismo sfrenato, si sono sviluppati nuovi sistemi e strategie commerciali per abbattere i costi e massimizzare i profitti, che hanno anche generato costi sociali nei singoli paesi: il dumping e l’outsourcing.

Il dumping è l’esportazione di un bene sottocosto a un prezzo inferiore a quello praticato all’interno del paese. L’outsourcing e l’offshoring, invece, hanno provocato e continuano a provocare il trasferimento all’estero di numerosi posti di lavoro ad alta retribuzione.

La possibilità di ottenere prodotti e servizi a prezzo più basso ha giustificato la diminuzione dei posti di lavoro a livello nazionale, mentre il culto irrazionale dello sviluppo economico perpetuo ha posto l’uomo dinanzi alle sue responsabilità ed alle sue paure di impotenza: l’inquinamento e il cambiamento climatico.

La globalizzazione aumenta l’efficienza della produzione di beni materiali, ed è inevitabile.

Non possiamo sottrarci ai suoi effetti. I gusti, la produzione, la concorrenza, il mercato del lavoro e i mercati finanziari si sono fortemente globalizzati e questo ha inciso in misura notevole su tutti noi, come consumatori, lavoratori, investitori ed elettori.

Occorre però renderla più equa e sostenibile.

All’inizio del XIX secolo, l’economista Malthus predisse che la crescita demografica in un contesto di risorse limitate avrebbe costretto la specie umana ad un livello di vita di mera sussistenza. La rapida crescita della popolazione, combinata con l’aumentare della scarsità delle materie prime (ad esempio, le risorse naturali) avrebbe potuto ridurre la produttività media e marginale del lavoro a tal punto da far correre costantemente all’umanità il rischio della fame. Oggi, la questione ambientale fa ancora una volta risorgere il fantasma di Malthus.

Questa crisi ci impone di ripensare un modello di sviluppo globale, partendo da due punti cardine: una transizione ecologica con il passaggio da un’economia fossile a un’economia a zero emissioni e un modello di integrazione economica internazionale.

Quanto al primo punto, da anni scienziati ed economisti di tutto il mondo sostengono un urgente piano straordinario di bonifica dei territori, di risanamento idrogeologico, di efficientamento energetico di edifici e poli industriali, di riduzione dei rifiuti, di investimenti a favore della mobilità elettrica, che rendano più ecologiche le nostre città, contribuendo ad abbattere l’inquinamento dell’aria.

Non a caso, numerosi studi scientifici delle ultime settimane stanno lavorando all’individuazione di una correlazione indiretta tra l’esposizione prolungata all’aria inquinata dell’individuo e l’aggravamento di infezioni polmonari.

In merito al secondo punto, le opinioni sono molteplici ed il problema complesso.

Dani Rodrik, economista e professore di Economia politica ad Harvard, sostiene che le nazioni potrebbero desiderare la democrazia, l’indipendenza e una profonda integrazione economica globale. Eppure, in qualsiasi momento solo due delle tre condizioni possono essere compatibili tra loro. Tale problema è anche noto come “trilemma di Rodrik” e deriva dal fatto che l’integrazione economica richieda la rimozione delle differenze istituzionali tra i paesi. Ma i diversi elettorati vogliono tipi di istituzione differenti. Dunque, l’economista sostiene che la diversità istituzionale debba essere preservata a scapito dell’integrazione.

Seguendo questa teoria, non solo sarebbe inevitabile la fine della globalizzazione, ma anche desiderabile. Applicando tale teoria alla crisi attuale, per poter dare sicurezza ai propri cittadini e superare la crisi, ogni Stato potrebbe intervenire autonomamente, chiudendo i confini e indirizzandosi verso l’autarchia.

Alternativamente, sarebbe necessario un coordinamento di stampo federalista tra diversi Stati per superare insieme la tempesta, unendo le forze, mettendo a disposizione le migliori competenze ed i migliori talenti per progettare strumenti e modelli innovativi, secondo un principio di condivisione politica dei costi e degli obiettivi, che permettano di affrontare con efficacia uno scenario economico recessivo senza precedenti nella storia dal secondo Dopoguerra ad oggi.

In due sole parole: Unione Europea.