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editoriale

La crisi del Movimento

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di Lavinia Orlando

Quanto sta accadendo nel Movimento Cinque Stelle, in particolare negli ultimi giorni, non dovrebbe suscitare così tanta sorpresa.

Trattasi della naturale evoluzione di un “non partito”, la cui linea politica avrebbe dovuto essere indicata dagli iscritti ad una piattaforma on line ed in cui il web avrebbe dovuto rappresentare il principale strumento decisionale.

Se, almeno nei primi tempi, tale schema è stato sostanzialmente seguito, successivamente, con l’incremento dei simpatizzanti, l’exploit elettorale e l’avvento al governo del Paese, tutti i nodi sono giunti al pettine.

La presenza di un fondatore molto ingombrante come Beppe Grillo, l’impossibilità di consultare sistematicamente la base, a fronte di incombenze decisionali che richiedono celeri tempi di reazione, la necessità di realizzare delle strutture intermedie sulla falsariga di ciò che avviene nei partiti tradizionali, il dibattito intorno alla modifica di alcuni dei punti fermi del Movimento della prima ora (vedasi la regola del non superamento dei due mandati)  sono tra le problematiche venute in luce in questi anni.

Se è vero che in politica molti scontri sono frutto di antipatie personali o incomprensioni tra capicorrente, sarebbe davvero riduttivo definire l’attuale crisi del Movimento come una semplice lite tra Grillo e Conte e, di conseguenza, pensare di risolverla semplicemente invitando i due a ragionarci ed a riaggiornare i contatti.

Il Movimento Cinque Stelle, se vuole andare avanti, deve decidere quale strada percorrere: se riprendere il percorso iniziale, fatto di blog, web e programma elaborato sulla rete o se strutturarsi, così inevitabilmente avvicinandosi a quei partiti tradizionali da sempre dileggiati.

In entrambi i casi dovrà necessariamente sdoganarsi dalla figura di Beppe Grillo, onde evitare di fare la fine di tutte quelle forze nate sotto la stella del leader carismatico e crollate una volta decaduto il capo – o padre padrone che dir si voglia.

Spicca, inoltre, il non essere né di destra né di sinistra, ossia l’ulteriore caratteristica, da sempre controversa, del Movimento. Negli ultimi tempi, tale caposaldo sembra essere stato, almeno in parte, smentito alla luce dei tentativi di accordo, in particolare col Partito Democratico – ammesso che sia possibile collocare tale ultima forza a sinistra. E, del resto, col pretesto delle crisi, dapprima economica e poi sanitaria, gran parte dei partiti che siedono in Parlamento ha accettato di entrare a far parte di esecutivi nazionali di larghissime intese, dando vita a macedonie indigeste per molti cittadini, oltre che in grado di mandare al macero secoli di elaborazioni politiche.  

La crisi delle ideologie è causa della nascita del Movimento, non mera conseguenza e, a sua volta, conseguenza della crisi dei partiti tradizionali, i quali dunque avrebbero dovuto, già da tempo, avviare un processo di ristrutturazione, invece che pensare alle pur tante contraddizioni espresse in questi anni dai puri e duri Cinque Stelle. Ed è alquanto vergognoso constatare come nulla di tutto ciò sia stato fatto.

A chi, in maniera forse utopistica, vive con nostalgia i tempi passati in cui ciascun partito rappresentava istanze ed interessi chiari ed assolutamente inconfondibili tra di loro, non resta che auspicare che, nell’ottica di un processo di rinnovamento generale, si possa ritornare a punti chiari e fermi.