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editoriale

Il ritorno, celato, dell’autonomia differenziata

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di Lavinia Orlando

È un dato di fatto che, nonostante i tanti principi dimenticati nella nostra bellissima Costituzione, le forze politiche in campo nelle ultime legislature abbiano deciso di concentrarsi, quasi ossessivamente, sull’attuazione dell’art. 116, comma III.

Il regionalismo differenziato o asimmetrico, oggetto della predetta disposizione, torna periodicamente in campo, nel silenzio quasi generalizzato – che è la circostanza che più dovrebbe spaventare in tutta la faccenda, considerati ben noti precedenti di modifiche campali condotte senza che nessuno, dolosamente o colposamente, ne parlasse.

Così, puntuale come le tante odiate ondate Covid, nella nota di aggiornamento al DEF 2021, collegata alla manovra di bilancio 2022 – 2024, è rientrato anche il disegno di legge sull’attuazione dell’autonomia differenziata.

È chiaro ed evidente che la tematica non susciti chissà quale interesse, considerate problematiche solo apparentemente molto più impattanti, ad iniziare dalla pandemia.

Ciò di cui non ci si rende conto è, tuttavia, che le conseguenze di un’eventuale, piena, attuazione di un regionalismo differenziato non sarebbero altro che un’esacerbazione di quanto già ampiamente noto.

Sanità, scuola, lavoro, infrastrutture, ambiente: la possibilità di riconoscere “forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario” in tutte le materie di competenza legislativa concorrente ed anche in alcune di competenza esclusiva statale genererebbe pericolosissime fratture tra Regioni c.d. ricche e Regioni c.d. povere, con conseguenze temibili rispetto alla concreta vita dei cittadini.

La ratio di tale maggiore differenziazione – considerato che le distinzioni tra i territori sussistono anche allo stato attuale – viene bene illustrata nel Documento conclusivo stilato, nel 2017, dalla Commissione bicamerale per le questioni regionali, in cui si legge che “la valorizzazione delle identità, delle vocazioni e delle potenzialità regionali determinano infatti l’inserimento di elementi di dinamismo nell’intero sistema regionale e, in prospettiva, la possibilità di favorire una competizione virtuosa tra i territori”.

La scelta di fare riferimento al criterio della contrapposizione quale indicatore per qualificare la bontà di scelte legislative, adoperando un principio economico in un ambito, quello costituzionale, in cui si dovrebbe pensare prioritariamente al benessere della collettività, è un notevole campanello d’allarme che dovrebbe, da solo, far comprendere la pericolosità di perseguire la strada del regionalismo differenziato.

Il rischio di ritrovarsi in un’Italia a differenti velocità, con le Regioni del nord sempre più avanti rispetto ad un Sud arrancante e le conseguenze negative di chi risiede nei territori più svantaggiati, è notevole e viene accresciuto dal fatto che la differenziazione opererebbe in modo trasversale e, in particolare, in ambiti fortemente impattanti per la collettività, come la sanità e l’istruzione.

Il pericolo, in conclusione, è ben più forte di quanto possa sembrare e deve spingere chiunque abbia a cuore il destino di un’Italia una ed indivisibile a mantenere alta l’attenzione sulla tematica e sulle incursioni che continueranno a susseguirsi.

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