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editoriale

Vent’anni dall’ 11 settembre: la nuvola c’è ancora

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DI FABRIZIO RESTA

Esattamente 20 anni fa New York era avvolta da una grande nuvola, fatta di fumo, di macerie, detriti e resti umani. A distanza di 20 anni quella nuvola c’è ancora, magari si è un po diradata con il passare del tempo ma c’è. Fa ormai parte del paesaggio newyorkese, insieme al Central Park e allo skyline, che ha preso il posto delle Torri gemelle. E’ un po’ come il Carbonio 14 che definisce chi sei stato e a ben vedere, quello che sei ancora oggi. Cos’è cambiato dall’11 settembre 2001? I più pessimisti direbbero nulla ma noi vogliamo essere ottimisti e diciamo tanto, anche se non significa che sia positivo. La stessa data, l’11 settembre ci dice tanto dell’epopea della politica internazionale americana: dall’11 settembre 1973, data della deposizione di Salvatore Allende, democraticamente eletto, caduto sotto i colpi del dittatore Pinochet e della Cia che lo spalleggiava, all’11 settembre 2021 con quanto sta succedendo in Afghanistan che ha rimarcato una débacle, non solo del ruolo di superpotenza degli Usa ma di una più generale visione politica occidentale, che stava comunque perdendo pezzi da tempo.

La realtà è che i tempi sono cambiati e gli americani sono più interessati a quello che succede all’interno dei propri confini e soprattutto a livello economico, alla guerra economica con la Cina, più che a quello che succede alle donne afgane. D’altra parte gli eroi non esistono più; persino Gino Strada ci ha lasciati. La realtà, che poi è il vero retaggio dell’11 settembre, è che è finita un’era geopolitica, dove la politica ha ceduto il passo all’economia. Precedentemente, il ruolo di superpotenza si decideva tra Usa ed Urss che si affrontavano in una specie di Risiko virtuale, fatto di posizionamenti strategici e vere/finte guerre che fossero. Ora la “guerra” per stabilire il ruolo di superpotenza si gioca tra Cina ed Usa sul piano economico; Biden l’ha capito ed è per questo ha ritirato le truppe da Kabul. Perchè mentre l’America sprecava risorse economiche e umane (8 trilioni di dollari e più di 2500 soldati) in guerre rivelatisi inutili, Pechino investiva in treni ad altà velocità, migliorava le infrastrutture e guadagnava terreno a livello economico.

L’11 settembre ha cambiato la politica estera mondiale: le sconfitte in Afghanistan e Irak, hanno dimostrato l’insostenibilità dell’opzione militare, specie se si deve mantenere la stabilità politica sul lungo periodo. L’11 settembre ha decretato l’inizio della fine del “sogno occidentale” (si fa per dire) nato dopo la seconda guerra mondiale della cosìddetta “esportazione della democrazia”. Un mondo governato dai vincitori della guerra (e soprattutto dagli Usa) che facevano il bello e il cattivo tempo, decidendo arbitrariamente dei destini dei paesi del mondo, usando l’arma della guerra preventiva sotto la falsa egida dell’Onu (a volte addirittura anche senza bisognare del suo avvallo), organizzazione già zoppicante sin dalla nascita. Ora che la politica ha ufficialmente ceduto il passo all’economia, è necessario cominciare a ripensare il mondo, perché gestire da soli il disordine mondiale non è possibile.

Il bene dell’umanità è la pace, non la guerra e per questo, se davvero vogliamo “esportare” la nostra democrazia, fatta di libertà e diritto, dobbiamo passare attraverso i vincoli di un diritto internazionale non offuscato da potenze. Un sistema equo che condiziona l’uso della forza ai limiti del diritto, regolato da un equilibrio tra i poteri. Abbiamo bisogno di una Onu multilaterale che sappia creare stabilità ed armonia tra paesi, coinvolgendoli in modo da avere maggiore voce nelle questioni globali ed al tempo stesso responsabilizzandoli.

Finchè ci sarà questo sistema internazionale e la guerra senza diritto come sua bandiera non si potrà fare altro che aspettare, inevitabilmente, altri 11 settembre ed altre nuvole.

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Informatico, sindacalista, appassionato di politica e sportivo