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Esteri

Nuovi fronti di crisi

Possibile momento di svolta prossimo nel conflitto dello Yemen. Algeria e Marocco, una recente crisi, vediamo come ci si è arrivati e perchè. Mali, l’arrivo della compagnia di contractors russa, Wagner, sconvolge i piani di Macron, ennesima batosta per la Francia, ma non solo. Serbia e Kosovo tornano in forte tensione come non accadeva da 20 anni, vediamo perchè.

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NUOVI SCENARI DI CRISI

Aree di crisi nel mondo n. 85 del 26-9-2021

di Stefano Orsi

Penisola arabica

Yemen

La guerra dello Yemen si trova in una delicata fase.

Gli attori di questa tragedia si stanno ormai scontrando su quella che molto probabilmente diverrà la battaglia decisiva per le sorti del conflitto.

Marib è sempre al centro dei feroci combattimenti che si svolgono attorno al suo territorio.

Le forze di Ansar Allah hanno conquistato alcune città a sud del fulcro saudita, Harib e Bayhan.

Tramite il controllo di queste due città, sono potute avanzare ancora oltre, verso nord est prendendo il controllo della strada 950 che collega Marib ad Ataq.

Non è una strada di grandissimo valore strategico, in quanto i rifornimenti a Marib giungono attraverso il crocevia di Al Abr lungo l’autostrada 5 che arriva direttamente dall’Arabia Saudita.

Comunque il valore di questa conquista sta nel fatto di essersi portati nei pressi di una posizione adatta a convergere a nord.

A nord di Marib c’è stata una seconda grande avanzata di Ansar Allah, che ha conquistato ampi settori del distretto di Al Garah e di quello di Maizar, portandosi oltre la perpendicolare di Marib e guadagnando terreno ad est della sua posizione.

Questo fronte, unitamente a quello a sud presso Harib, sono ora perfetti per una conversione al centro, è la classica manovra di aggiramento ai fianchi di un fronte di difesa, convergere al centro dietro di esse è la naturale conclusione di questa strategia.

Al centro, nel punto ideale per la loro conversione, si trova il villaggio di Safer, a circa 60 Km ad est di Marib.

Cosa comporterebbe la chiusura di questa manovra di aggiramento?

Innanzitutto chiuderebbe in una sacca tutte le forze dell’alleanza saudita in Marib, ipotesi drammatica per i comandi di Riad, perdere tante forze e materiali sarebbe una vera catastrofe.

In secondo luogo possiamo ipotizzare che, prima di rimanere chiusi e bloccati nella sacca di Marib, i comandi avanzati sauditi, in mancanza di perentori ordini di mantenere le posizioni, potrebbero abbandonare il fronte compiendo una ritirata in profondità verso Al Abr.

Lì potrebbero ristabilire un fronte di difesa e presidiare le vie di comunicazione per i fronti più a sud.

Comunque sia, abbandonerebbero sul posto magazzini di rifornimenti e materiali bellici preziosi nelle mani di Ansar Allah.

Una sconfitta tremenda insomma.

I passi compiuti dalle truppe Houti sono chiare e evidenti, non possono sfuggire ai sauditi che infatti martellano con l’aviazione le truppe dei loro nemici, nella speranza di riconquistare le località perdute e dissuadere il nemico dal portare a termine una avanzata travolgente.

Il cedimento delle forze saudite non è una situazione improvvisa. Si tratta di un lento lavoro di combattimenti che si sono protratti nel tempo.

Sono mesi che le linee del fronte sono ferme in questi settori e si da notizia di conquiste di poche decine di metri, a volte, ma che rappresentano l’apice di un pesante sforzo bellico da parte di entrambi.

Non è una mossa improvvisa a determinare le avanzate di Ansar Allah, ma un piano messo a punto e concretizzato nel corso di mesi, logorando lentamente le forze del nemico sino ad averne ragione.

Questo fattore ci svela come i bombardamenti aerei sauditi, da sempre molto attivi in questo settore, non siano stati risolutivi contro truppe che non si concentrano mai in grosse unità e che, così facendo, limitano molto l’efficacia dell’aviazione di Riad.

La strategia seguita per nascondere magazzini e depositi di armi dovrebbe essere anch’essa adeguata a preservare le necessarie risorse per sostenere le offensive in corso.

La possibile sconfitta di Marib si trasformerebbe in un moltiplicatore di abbattimento del morale delle forze saudite e le perdite materiali in un grande vantaggio sul campo per Ansar Allah.

I motivi di questo fattore moltiplicante risiedono nel fatto che siano mesi che i combattimenti procedono e che qui ambo i contendenti abbiano concentrato il meglio di quanto dispongono, con in più che l’Arabia Saudita abbia concentrato su questo settore tutti i suoi sforzi con l’aviazione.

Osservando tutto ciò, i soldati della loro parte non potrebbero che trarre una inevitabile conclusione, ovvero che per loro la guerra sia quasi del tutto persa e che continuare a combatterla sia ormai inutile.

Crisi Algeria-Marocco

Spostandosi verso il deserto del Sahara, arriviamo in un nuovo settore di crisi tra il Marocco e l’Algeria.

Questa nuova area di tensione è esplosa nel mese di agosto con l’annuncio della chiusura delle frontiere e dei rapporti diplomatici tra i due Paesi.

Con un confine esteso per migliaia di chilometri, immaginare un conflitto tra di essi è uno dei peggiori incubi di ogni generale.

Il giorno 23 settembre, l’Algeria ha annunciato la chiusura del suo spazio aereo ai voli sia civili che militari marocchini.

Pochi giorni prima, il Marocco annunciava l’accordo con Israele per la produzione in loco dei loro droni kamikaze Harop.

Producendo in Marocco, la BlueBird Aero System abbatterebbe di molto il costo aprendosi un nuovo mercato nelle esportazioni, potendo competere con Turchia, Iran o Cina a livello di prezzo.

I droni Harop viaggiano per circa un’ora a 150 Km/h, oltre che distruggere i loro obbiettivi suicidandosi, hanno una carica di esplosivo nella testata, sono dotati anche di apparati ottici per l’osservazione ed il rilevamento dei bersagli, per cui possono anche coprire l’impiego della acquisizione di informazioni sul nemico.

IAI Harop
Drone Harop, “IAI Harop” by Aerofossile2012 is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

Essendo mezzi “a perdere”, il loro costo diviene un fattore decisivo per valutarne l’acquisto, riuscire a contenerlo molto sarebbe un grosso vantaggio per le esportazioni di Telaviv.

In questi mesi le provocazioni da ambo le parti, tra Algeri e Rabat, sono state molto pesanti.

Da un lato l’Algeria è stata accusata dal Marocco di appoggiare politicamente e militarmente i separatisti del Polisario, il Sahara occidentale, ancora occupato dal Marocco, oltre ad ospitare basi di Hezbollah e di fornire loro armi.

Algeria, Marocco Polisario, immagine modificata dall’autore da mappa google-maps

Queste ultime accuse hanno il chiaro intento di accreditarsi come affidabili agli occhi di Israele.

Algeri non ha gradito e ha chiuso i trasferimenti di gas verso la Spagna che transitavano attraverso il territorio marocchino, trasferendoli attraverso il gasdotto MEDGAZ, che dalla città di Beni Saf arriva alla città spagnola di Almeria attraversando il Mediterraneo.

Il danno per il Marocco non è poco, perchè il gasdotto algerino non garantiva al Marocco solo i diritti sul passaggio verso la Spagna, ma anche il proprio approvvigionamento di gas – lo Stato dovrà ora rivolgersi ai mercati con prezzi sempre crescenti e con non poche difficoltà. Inoltre quel gas garantiva l’alimentazione di alcune centrali elettriche vitali per il Paese, le altre centrali utilizzano il carbone.

Pochi giorni fa, è stato consegnato il primo lotto del sistema di difesa aereo moderno S400 di produzione russa.

S-400 missile system launch vehicle. This file is licensed under the Creative Commons Attribution 4.0 International license.

Attribution: © Vyacheslav Argenberg / http://www.vascoplanet.com/

L’Algeria diviene il terzo Paese, oltre a Cina e Turchia, a possederlo.

L’arrivo di questo apparato con tempi tanto coincidenti con la crisi non pare deporre a favore di una distensione.

Anche il Marocco si sta muovendo con rapidità per rafforzare le sue forze armate.

Ha chiesto all’Italia la consegna urgente di una fregata FREMM, erano in corso trattative per la fornitura di due di queste per l’Algeria, ora la richiesta di una urgente consegna pare spinga l’Italia verso la vendita di una delle ultime in fase di completamento, destinata alla nostra marina, ma non ancora assegnata, giusto per ricordare la vicenda della fornitura di fregate all’Egitto, e che verrebbe quindi destinata a Rabat.

Un aspetto interessante di questa vicenda risiede nel fatto che, tradizionalmente, il Marocco è sempre stato cliente della Francia, per i suoi armamenti di terra ma anche per la Marina Militare.

Soffiare un cliente ai cantieri del Naval Group in questo momento di grave difficoltà, dopo la cancellazione del contratto con l’Australia, è un macigno davvero pesante sulla Presidenza Macron e sul futuro occupazionale di questi cantieri che sono davvero in “cattive acque”.

Area balcanica

Crisi Serbia Kosovo

Torna a farsi sentire, dopo più di 20 anni, il fronte di crisi tra Serbia e la sua provincia separata del Kosovo.

Dopo il conflitto con la NATO questo fronte si era sopito.

La NATO, per tramite dei terroristi dell’UCK, aveva causato le tensioni prima e la guerra dopo, conflitto in cui poi intervenne la NATO stessa a seguito della crisi umanitaria innescata dalla guerra.

La Serbia venne bombardata e le sue infrastrutture, anche civili, distrutte, con centinaia di vittime civili causate dai bombardamenti.

Le vittime civili causate dalla NATO arrivarono circa al numero di morti contestati nel processo per crimini di guerra alle forze serbe. Una situazione davvero paradossale.

Le tensioni attuali nascono da una pesante provocazione della polizia kosovara, che ferma le auto ed i camion provenienti dalla Serbia e impone loro di applicare una targa temporanea per poter circolare in Kosovo.

Una chiara estorsione oltre che discriminazione.

Le targhe recano la dicitura RKS, Repubblica del Kosovo, la provocazione c’è in quanto la Serbia non riconosce questo fantomatico Stato.

Non essendo uno Stato riconosciuto come tale, la RKS non può emettere targhe che possano circolare in Serbia, e pertanto la Serbia aveva emesso un provvedimento similare per vetture che dal Kosovo volessero circolare in Serbia, ma la Serbia è uno Stato riconosciuto e pertanto non può essere ammesso un provvedimento analogo da parte kosovara.

La polizia Kosovara si è schierata al confine con centinaia di agenti in tenuta da combattimento appoggiati da decine di mezzi blindati.

La Serbia ha risposto inviando reparti blindati e anche corazzati dell’esercito con alcuni T72 aggiornati e predisponendo il sorvolo delle zone di tensione da parte dei suoi caccia Mig29SM.

Serbian MiG-29 with pair of R-60 (AA-8 Aphid) missiles uthor Krasimir Grozev .This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license.

Al momento la UE riconosce il Kosovo come Stato, assieme ad altre decine di Paesi, mentre non tutta la Comunità Internazionale lo riconosce.

Con gli eserciti schierati al confine, una eventuale escalation tra i due Paesi è di fatto possibile, sebbene improbabile.

Purtroppo abbiamo imparato che non sempre ciò che appare illogico o improbabile non accada in realtà, a causa di pressioni esterne ai contendenti, come ad esempio il golpe in Ucraina, o la guerra causata in Siria hanno ben dimostrato.

Con USA e NATO in grave difficoltà e in forte crisi di credibilità, a causa della sconfitta subita in Afghanistan, la Serbia potrebbe approfittare di questa provocazione kosovara.

Il Kosovo a sua volta forse potrebbe essere sospinto da interessi turchi.

La Serbia potrebbe voler riprendere le ostilità al fine di riappropriarsi di quei territori del Kosovo, che sono a maggioranza serba, e con presenti molti monumenti legati alla storia e cultura serba.

La cosa non è impossibile, si è visto in questi mesi come interessi turchi abbiano spinto l’Azerbaigian ad attaccare le forze armene del Nagorno Karabak e ad umiliare militarmente un Paese molto vicino agli USA con questa guida politica, Pashinian, nata da un ennesima rivoluzione colorata.

I rapporti ed i legami tra RKS e Turchia ci sono e sono crescenti in questi anni, la Turchia stessa potrebbe essere interessata a ottenere una presenza sia in Kosovo che in Albania per estendere la sua area di influenza nei balcani, ottenendo posizioni che le consentirebbero di mantenere costante una forte pressione militare con la Grecia, che si troverebbe circondata su diversi lati.

Con la Grecia c’è sempre forte tensione, Ankara teme l’estensione delle acque territoriali delle isole greche che di fatto le precluderebbe la navigazione su ampi tratti di mare limitando fortemente la sua capacità navale e militare.

Conoscendo le ambizioni ottomane di Erdogan, occorre mantenere alta l’attenzione su questa crisi con la Serbia perchè potrebbe nascondere le sue manovre per una ulteriore espansione militare.

Il Presidente serbo Vucic appare finora determinato a difendere la popolazione serba presente in Kosovo che da anni viene discriminata dalle autorità e dalla maggioranza albanese.

Mali

Il Governo del Mali ha richiesto formalmente alla compagnia di sicurezza privata russa Wagner l’invio di personale per formare e addestrare i militari maliani al fine di contrastare la presenza di formazioni integraliste islamiche legate all’ISIS.

La conferma di questa richiesta è arrivata dallo stesso ministro degli esteri Lavrov, che deve autorizzare la compagnia all’operazione, è un soggetto privato, ma sempre sotto autorizzazione del governo.

Il Mali va ad aggiungersi ad un elenco di Paesi africani, che vedono la presenza della Wagner o dell’esercito russo direttamente, che si fa sempre più lungo.

Libia e Repubblica Centrafricana, Guinea, Sudan, Congo, Ruanda, Angola, Botswana, Lesotho, Zimbabwe, Mozambico e Madagascar sono Paesi africani dove già operano, e con grande profitto, le forze russe; nella Repubblica Centrafricana sono arrivati solo di recente e la presenza militare russa, qui c’è anche l’esercito, ha portato numerosi benefici alle operazioni per riconquistare il terreno perso dalle forze governative a vantaggio delle milizie ribelli.

Benefici che non sono passati inosservati da parte di altri governi, come il Mali appunto, che vede da molti anni la presenza francese senza però che i combattimenti contro l’ISIS abbiano risolto la situazione, ora vedono nell’arrivo, ormai imminente, della compagnia privata russa, accendersi una speranza di risolvere la situazione e non soccombere ai terroristi.

Parigi non ha mancato di minacciare il governo di Bamako.

In caso di arrivo del contingente di contractors russi, Macron ritirerà tutto il suo dispositivo militare dal Paese.

Un militare della Royal Air Force dirige il caricamento di un veicolo corazzato francese del 2e régiment d’infanterie de marine su un C-17 a Evreux, in Francia, diretto in Mali. Autore SAC Dek Traylor Questo file è concesso in licenza con Open Government License versione 1.0 ( OGL v1.0 ).

Interessante notare come anche l’Italia sia qui presente nella missione “Tabuka”, con un contingente di diverse forze speciali, sul cui impiego però vi è un silenzio omertoso, non si conoscono bene gli scopi e nemmeno le regole di ingaggio – si sa che l’Italia si trova lì al seguito di una missione voluta ed organizzata dalla Francia.

Nel maggio di quest’anno, un colpo di Stato ha detronizzato il presidente incaricato Bah Ndaw, golpe arrivato proprio dopo due missioni ufficiali, una del nostro immenso e grandissimo Ministro degli Esteri, Di Maio (si prega di leggere con grande ironia l’ultima frase).

Solo un anno fa, con un altro golpe, era stato rimosso il presidente eletto, filo francese, Boubakar Keità.

Finanziata dal Parlamento italiano in data 16 luglio 2020, il nostro contingente ha però iniziato il dispiegamento solo nel marzo di quest’anno.

Il Dispiegamento è ancora da ultimare e ora la minaccia da parte francese, senza consultarci, di ritirare le forze militari, e si presume proprio che intenda tutte, comprendendo nel pacchetto anche le nostre giunte, presenti qui, oltretutto, dietro suo invito.

Naturalmente non si ode voce a tal riguardo da parte del nostro esimio Di Maio.

La Task Force Takuba, che significa spada in lingua tuareg, oltre alla Francia e all’Italia, vede la presenza militare di Belgio, Danimarca, Estonia, Germania, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna e Svezia.

Un pot pourri di forze militari che ora con molta probabilità farà i bagagli, in parte nemmeno disfatti, e ritornerà a casa.

La vicenda del golpe in Mali potrebbe essere in qualche modo legata al successivo, e molto recente, colpo di stato in Guinea, dove un ex della Legione Straniera francese, Mamady Doumbouya, comandante delle forze speciali del Paese, ha deposto il presidente eletto Condè, che aveva buoni rapporti con la Russia, e si è autoproclamato nuovo presidente.

Al suo seguito non passarono inosservati operatori contractors di qualche compagnia occidentale, non meglio identificati.

Non è ancora chiaro il collocamento del nuovo Presidente rispetto agli schieramenti, se preferirà quello Euro-Asiatico o il blocco Occidentale.

Di certo il comportamento e le posizioni prese dalla Francia evidenziano come ritenga lesi i SUOI interessi economici nel settore specifico.

Invece ancora non sono chiari gli eventuali interessi italiani e degli altri Paesi europei, oltre alla motivazione della lotta al terrorismo, la quale di certo non viene meno con l’arrivo di esperti operatori russi.

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