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Esteri

L’attacco alla base USA in Siria cambia la strategia della “Resistenza sciita”

La Sirtiuazione in Siria.
La crisi nel Pacifico.
I rapporti sempre più tesi tra NATO e Russia in Europa.

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Di Stefano Orsi

Aree di crisi nel mondo n. 89 del 24-10-2021

Siria

Un attacco contro la base di occupazione USA in Siria segna un salto di strategia della Resistenza.

La base USA di Al Tanf, si trova in territorio siriano, è stata occupata dalle truppe USA quando questo territorio era in mano alle milizie del Califfato, ma anche quando l’esercito siriano è giunto a liberare dai terroristi questa grande parte di Siria, gli USA non se ne sono voluti andare, anzi hanno mantenuto all’interno della zona, un campo profughi.

Il settore dell’attacco alla base di Al Tanf, immagien da Google Maps elaborata dall’autore.

Questo campo rappresenta per loro un bacino di arruolamento e addestramento di nuovi terroristi da inviare in Siria e una scusa per restare sul posto.

Attraverso questa base, immersa nel deserto siriano, passano i rifornimenti per le forze ISIS ancora presenti tra Palmira e Deir Ezzour.

Grazie a questi rifornimenti, armi, viveri, carburanti e rinforzi di nuovi miliziani, si è mantenuta viva la tensione nell’area, impegnando truppe sia siriane che russe.

Le aviazioni dei due paesi devono colpire gli accampamenti che individuano ed eliminano ogni settimana decine di terroristi che però vengono reintegrati, questo può succedere solo attraverso un costante passaggio di forze che avviene proprio dalla base USA.

La potenza americana fino a questi giorni non è mai stata attaccata, almeno ad Al Tanf, in altre parti della Siria invece si.

La Resistenza siriana contro l’occupazione dell’est siriano da parte di USA, Curdi e ex forze ISIS divenute SDF ( al soldo degli USA), ha già colpito più volte le truppe statunitensi lungo le vie di rifornimento e di recente, sono stati lanciati in diverse occasioni, razzi contro due basi americane di cui una è a guardia proprio dei pozzi di Omar, la riserva di petrolio che gli USA stanno rubando al popolo siriano.

Ora è avvenuto qualcosa di nuovo.

Il 19 ottobre, verso le 22 ora locale, 5 droni suicidi sono stati portati sopra alla base di Al Tanf, e lanciati su alcuni obbiettivi.

Tutti hanno raggiunto i loro bersagli causando danni alle strutture ed ai materiali.

Nessuna difesa USA è stata in grado di individuarli ne di fermarli prima che colpissero.

Dai comandi statunitensi non è giunta alcuna informazione riguardante i dettagli di quanto è stato distrutto.

Per ora hanno comunicato che non ci sarebbero state vittime, ma non hanno parlato di feriti.

È stata fatta circolare la voce, non confermata, che i comandi americani sarebbero stati avvisati un’ora prima dell’attacco, non si sa da chi, potendo in tal modo mettere al sicuro il personale della base.

Nemmeno questa voce però ha trovato conferma.

Resta un fatto che questo atto, più dimostrativo che aggressivo, ha mostrato come in qualunque momento i miliziani del Fronte della Resistenza, possano colpire i soldati statunitensi.

Sulla traiettoria di lancio dei droni suicidi, sappiamo che dovrebbero essere stati lanciati da territorio iracheno e non siriano, mossa intelligente, hanno una capacità di volo di diverse decine di chilometri e pertanto di difficile individuazione, dato che volano molto bassi di quota e sono anche relativamente piccoli.

Sfuggono ai radar comuni e colpiscono molto rapidamente lasciando pochi secondi di tempo dopo la loro individuazione, spesso solo grazie al suono prodotto, di notte non sono visibili.

La pressione perchè gli Stati Uniti abbandonino le posizioni occupate illegalmente in Siria, e più in generale nel Medio Oriente, aumenta.

Il ritiro catastrofico dall’Afghanistan, dopo la sconfitta subita dalla NATO ad opera dei talebani, ha indicato con chiarezza la via da seguire, causare danni sempre maggiori nel tempo fino a spingere il nemico al ritiro, rifiutare ogni scontro diretto.

Dato che gli USA si stanno ora ritirando anche dall’Iraq, sembra che una volta completato, non riusciranno più a mantenere la loro presenza su territorio siriano, mancherebbe la via di collegamento sicura, unica via resterebbe la Giordania, visti i pessimi rapporti con la Turchia, a causa della crisi diplomatica, Erdogan ha espulso 10 ambasciatori occidentali tra cui quelli di Francia Germania e USA, ed il nord della Siria ora controllato da forze congiunte russo-siriane.

Diventerà molto probabile quindi ipotizzare un ritiro anche dalla terra di Damasco, lasciando per l’ennesima volta da soli i loro mercenari curdi e gli ex ISIS delle SDF, che non troverebbero certamente una buona accoglienza dalla popolazione, vessata, umiliata e tartassata con tasse taglieggiamenti e costrizioni in questi anni.

Più a nord la tensione con la Turchia resa molto alta.

Provincia di Aleppo, i settori a rischio di attacco turco immagien da Google Maps elaborata dall’autore.

L’esercito di Ankara bombarda con l’artiglieria e i droni alcuni villaggi a nord di Aleppo, nella zona di Tall Rifat, questo è uno dei possibili obbiettivi di una nuova operazione turca contro i Curdi, qui si sono rifugiati sotto protezione siriana, quei miliziani e civili fuggiti dopo la sonora sconfitta subita ad Afrin, che volevano difendere senza aver permesso all’esercito siriano di rischierarsi nel settore.

Questa settimana i comandi siriani sono arrivati a schierare a nord di Aleppo alcuni dei T90 che possiedono, una mossa che ci indica la serietà della minaccia di un attacco turco.

Area del Indo-Pacifico

Le forze statunitensi stanno cercando di integrare le difese aeree presenti presso la base aerea di Guam, con il sistema Iron Dome di produzione israeliana.

Le minacce di attacchi missilistici da parte cinese, russa o coreana si fanno via via più presenti visti i progressi costanti nella preparazione di nuove classi di vettori ipersonici per i missili da crociera che stanno mettendo a punto sia i cinesi che di recente anche i coreani di Pyongyang.

I cinesi hanno testato con successo il loro primo vettore a planata di rientro per le testate atomiche ipersonico, simile al vettore russo Avangard.

Gli Usa, il giorno 22 hanno comunicato il fallimento del test per un loro missile da crociera ipersonico e questo è un brutto segnale per la loro capacità di risposta.

Il Sistema Iron Dome è stato progettato e costruito in Israele e costituisce il nerbo della difesa aerea israeliana, sia contro missili balistici sia anche contro i razzi di piccole dimensioni lanciati dalla Striscia di Gaza.

File: Flickr - Forze di difesa israeliane - Iron Dome intercetta i razzi dalla Striscia di Gaza.jpg
Batteria Iron Dome in azione Questo file è distribuito con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported . Questa fotografia è stata scattata dalle forze di difesa israeliane e Nehemiya Gershuni-Aylho rilasciata al pubblico dominio dall’unità del portavoce delle forze di difesa israeliane 

Non sempre si è dimostrato efficace o affidabile, ma è quanto di meglio l’occidente possieda al momento.

Più volte le difese USA, sebbene schierate al meglio delle loro capacità tecniche, hanno mancato di individuare missili in avvicinamento.

Un esempio su tutti, l’attacco del 2019 contro le installazioni della Aramco in Arabia, hanno visto una salva di 18 missili da crociera lanciati dallo Yemen che hanno attraversato mezza Arabia Saudita, passando vicini alla base Prince Sultan, la più moderna costruita in tempi recenti e che ospita caccia USA, munita di moderni sistemi di difesa statunitensi come i Patriots o i THAAD, eppure non hanno rilevato nulla, i missili sono arrivati indisturbati a bersaglio e hanno causato danni gravi alle strutture delle raffinerie, tali da fermarne la produzione e bloccare la collocazione in borsa della stessa società della famiglia reale saudita.

Un colpo devastante alla loro immagine ed economia.

In seguito gli USA si fecero consegnare una batteria di Iron Dome da Israele e la installarono proprio alla base Prince Sultan, dalla quale è stata rimossa e posizionata ora a Guam, credo sia la stessa.

Nell’Oceano pacifico non sono finite le novità

Il Presidente Biden ha dichiarato che in caso di attacco cinese contro la provincia ribelle di Taiwan, gli Stati Uniti interverrebbero a sua difesa.

Recentemente è emersa la presenza di più di 150 istruttori dell’esercito americano, presenti sull’isola di Formosa, fatto che ha alzato ancora di più la tensione.

La sfilata della flottiglia mista di navi europee, tra cui la Queen Elizabeth della Royal Navy Britannica non ha certo contribuito a migliorare il clima.

Carrier Strike della HMS Queen Helizabeth
Questo file è concesso in licenza secondo la United Kingdom 
Open Government License v3.0 fotografa leader Belinda Alker da https://www.royalnavy.mod.uk/news-and-latest-activity/news/2020/october/05/201005-hms-queen-elizabeth-carrier-strike con UploadWizard

Il senso della provocazione è di ribadire che le acque internazionali vicino alla Cina siano libere di accesso per le forze navali occidentali e che loro non temono la vicinanza della Cina.

In questi giorni si è registrato uno sviluppo sui mari del Pacifico.

Per la prima volta la flotta pacifica russa e quella cinese hanno avviato pattugliamenti congiunti.

L’esperienza russa nella navigazione militare oceanica è senza dubbio maggiore rispetto alla recente marina cinese, che sta sfornando mezzi sempre più moderni e soprattutto numerosi.

La funzione di pattugliamento è importante e in diretta risposta alla provocazione della NATO nel Pacifico.

Con il prossimo varo delle nuove classi di portaerei la Tipo 003, ancora convenzionale e della mastodontica tipo 004 nucleare, di dimensioni pari alle classi Nimitz e Ford, superiore alle 100.000 tonnellate, la creazione di una squadra di scorta comporterà un impegno ed una esperienza di elevato livello.

L’attività congiunta delle flotte navali russa e cinese sono finalizzate alla preparazione in tal senso, per avere una Marina Militare all’altezza delle ambizioni di proiezione geopolitica cinesi.

Tensioni NATO Russia

Il giorno 18 ottobre hanno avuto inizio le esercitazioni Steadfast Noon della NATO, esercitazioni in cui si testano le procedure di attacco contro la Russia, vengono eseguite annualmente, ma quest’anno lo sono state in maniera più accorta.

Vengono normalmente affiancate da altre esercitazioni concomitanti le “Cross Servicing” o “X-Servicing” che hanno invece lo scopo di servire gli aerei di altre forze NATO presso gli aeroporti dell’Alleanza Atlantica.

Occorre registrare anche le gravi dichiarazioni della ministra della Difesa tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer prossima alla sostituzione, che ha affermato che occorre una risposta nucleare per contenere la Russia, dichiarazioni davvero pesanti anche data la concomitanza con queste esercitazioni in corso. Ha proseguito specificando che l’impegno militare della UE deve crescere e restare in ambito della NATO, ma con maggiore peso.

In pieno svolgimento delle esercitazioni dell’Alleanza, la Russia ha effettuato un lancio di un missile Bulava dal sottomarino classe Borei-A Knyaz Oleg, sottomarino nucleare di 4° generazione.

Sottomarino nucleare 4° gen. classe Borei-A (” il detentore del copyright di quest’opera, haa rilasciato licenza di pubblico dominio  valevole in tutto il mondo.)

Il lancio è avvenuto dal Mar Bianco vicino alla Kamchatka.

Il giorno 17 ottobre due bombardieri B1B statunitensi, sono stati scortati durante il loro avvicinamento allo spazio aereo russo e accompagnati da due caccia russi SU-30 fino al loro allontanamento.

È da notare come i media occidentali, diano molto risalto ai voli analoghi russi, mentre dimentichino sempre di citare quando a provocare la reazione russa siano i sempre numerosi voli delle aeronautiche “nostre”.

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