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Esteri

Gli errori USA e l’attentato di Kabul

I troppi errori commessi dagli USA nel gestire il loro ritiro dall’Afghanistan e i fatti tragici di questa fine di agosto

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La tragica conclusione delle operazioni a Kabul

Aree di crisi nel mondo n. 81 del 28-8-2021

Di Stefano Orsi

Sono davvero impressionanti le immagini del momento storico che stiamo vivendo, un passaggio destinato a essere raccontato in libri, articoli, documentari e sul web.

Nei libri di storia ci saranno interi capitoli su questo argomento e moltissime tesi di laurea ne spiegheranno le conseguenze e ne analizzeranno le cause.

Questo accade quando la storia irrompe nelle nostre vite con tutta la sua potenza.

Gli errori commessi dall’amministrazione statunitense.

Gli Stati Uniti hanno commesso una serie di errori madornali nel gestire il loro ritiro dall’Afghanistan, cerchiamo quindi di comprendere quali siano stati, almeno alcuni di essi e che conseguenze abbiano generato nel Paese.

29 febbraio 2020, anno bisestile. Con la firma il 29 di febbraio, già si sarebbero dovute allarmare le persone più superstiziose, ma si sa che il destino spesso è anche beffardo, viene firmato l’accordo per il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan dall’amministrazione Trump con i rappresentanti dei Talebani, rappresentati dal mullah Baradar, probabile capo del futuro governo del Paese.

Si potrebbe notare come la trattativa messa in piedi con i talebani ne confermasse l’attiva presenza nel Paese dopo 18 anni e alcuni mesi di guerra, il che è tutto dire.

Gli USA si davano più di un anno di tempo per riportare a casa tutte le loro unità dal Paese e lasciare il campo al solo esercito afghano.

Importante notare come non vi sia stato alcun accordo di pace tra la NATO ed i Talebani ma, nonostante ciò, la sola firma USA ha posto il sigillo sull’obbedienza assoluta degli Stati vassalli, ovvero gli altri componenti della NATO.

Il ritiro delle forze dell’Alleanza Atlantica è stato portato avanti di pari passo a quello USA senza una strategia per la gestione del dopo.

Quali siano i contenuti di quell’accordo però non ci è dato di saperlo, c’è il segreto di Stato USA. Di certo conosciamo il fatto che i Talebani si impegnavano a NON attaccare più le forze USA o NATO una volta iniziato il ritiro in modo da permettere loro di lasciare il Paese senza ulteriori vittime. I convogli di mezzi, materiali e soldati hanno quindi potuto lasciare le basi e rientrare nei rispettivi Paesi a mano a mano che le operazioni di ritiro procedevano.

Il Presidente e il vicepresidente hanno incontrato la loro squadra di sicurezza nazionale ed alti funzionari per ascoltare gli aggiornamenti sul ritiro del loro personale civile in Afghanistan
Questo file è opera di un dipendente dell’Ufficio Esecutivo del Presidente degli Stati Uniti , preso o realizzato come parte dei doveri ufficiali di quella persona. Essendo un’opera del governo federale degli Stati Uniti, è di dominio pubblico.

Si levano voci, anche autorevoli, a chiedere che questi accordi siano resi pubblici, come quella del gen. Tricarico (https://notizie.tiscali.it/esteri/articoli/tricarico-usa-rendano-pubblici-accordi-doha-fusani/). Dalle sue parole si capisce bene come in questi 20 anni la missione non fosse solo quella di combattere al Qaeda in quel Paese, ma anche quella di impiantare in quella società tribale una visione moderna di società che condividesse valori e principi più simili ai nostri.

L’attuale amministrazione invece, senza vergogna, nega questo fatto.

Questo lo si capisce anche dal fortissimo impiego di ONG che si occupavano di diritti civili nel Paese e che sono state abbandonate al loro destino con un ritiro troppo precipitoso.

Nel suo discorso del 16 agosto, il Presidente Biden, negava che gli USA avessero altri obbiettivi oltre a eliminare Al Qaeda e Osama Bin Laden dal Paese, che poi Bin Laden risiedesse da anni in Pakistan prima di essere, forse, eliminato in un raid delle forze speciali USA è un altro discorso, che poi in questi ultimi dieci anni gli USA abbiano foraggiato proprio Al Qaeda per combattere la guerra in Siria è anch’esso un altro discorso.

La lacuna maggiore nella strategia comunicativa di Biden è proprio il fatto che obbiettivi raggiunti molti anni fa non abbiano portato al ritiro delle truppe da Kabul una volta raggiunti, questo perchè gli USA volevano vincere e sapevano bene che, se non avessero sconfitto i Talebani, questi avrebbero ripreso il potere in breve tempo e i morti USA e NATO sarebbero caduti invano.

Come bene ha spiegato il gen. Tricarico, i rapporti degli istruttori parlavano chiaramente di un esercito afgano non motivato alla difesa del Paese, mentre i Talebani erano molto determinati e agguerriti.

Cosa avrebbe dovuto predisporre Biden per un ritiro decente. Innanzitutto, preparare l’esercito a muoversi da solo, con ufficiali meglio preparati a questo e riconosciuti come comandanti dalle loro truppe.

Primo errore.

In questi 20 anni infatti gli istruttori statunitensi non hanno mai dato fiducia ai comandanti locali, hanno sempre guidato le operazioni, in questo modo non hanno creato una generazione di ufficiali competenti e capaci, ma solo degli esecutori di ordini, e questo a tutti i livelli fino ai comandi in capo.

Secondo errore.

Dal 2017 le forze talebane hanno mostrato un deciso cambio di passo, sono apparse truppe molto meglio addestrate, hanno saputo impostare una strategia sul campo che li ha portati progressivamente ad occupare sempre maggior territorio nel Paese, partendo dalle province esterne e tralasciando volutamente i maggiori centri abitati per non bloccarsi in scontri campali con le truppe USA.

A questa strategia la NATO e gli USA non hanno saputo o potuto opporre una loro iniziativa che permettesse di riprendere in mano il controllo delle operazioni e costringesse il nemico a rispondere. La NATO e gli USA sono sempre rimasti sulla difensiva subendo il gioco nemico.

Terzo errore.

Nonostante quanto sapevano bene, hanno proseguito nel piano di ritiro rapido, troppo rapido, che non è stato soprattutto previsto di allontanare prima tutto il personale straniero impegnato in mille progetti.

Molti cittadini USA ed europei hanno visto le forze dei loro Paesi che se ne andavano in fretta, senza che nessuno chiedesse loro di precederli. L’amministrazione USA nemmeno conosceva l’esatto numero di quelli presenti.

Lavoro che andava assolutamente organizzato ed eseguito a partire dall’indomani della firma sul trattato e senza attendere un minuto di più. Non lo fece Trump e non lo ha fatto nemmeno Biden da gennaio.

Quarto errore.

Aver abbandonato la base di Baghram senza prima aver messo in sicurezza tutto il personale USA e dei Paesi NATO presenti in Afghanistan.

Dalla base di Baghram avrebbero potuto evacuare in tutta sicurezza il personale straniero e nel contempo fornire assistenza all’esercito afgano senza dare loro del tutto l’idea di averli abbandonati malamente come dei cani in autostrada per le vacanze estive.

Soldati dell’esercito americano assegnati alla 10a Divisione da montagna per la sicurezza all’aeroporto internazionale Karzai di Kabul, Afghanistan, 15 agosto. Quest’opera è di pubblico dominio perché è un’opera preparata da un funzionario o dipendente del governo degli Stati Uniti come parte dei doveri ufficiali di quella persona ai sensi del Titolo 17, Capitolo 1, Sezione 105 del Codice degli Stati Uniti.  (Foto del Corpo dei Marines degli Stati Uniti di Staff Sgt. Victor Mancilla)

Quinto errore.

La contemporanea sopravvalutazione delle forze afgane e la sottovalutazione della determinazione talebana nell’arrivare all’11 di settembre con in mano tutto il Paese.

Gli USA, per bocca del loro presidente, il malandato Biden, hanno assicurato più volte a tutto il mondo che non sarebbe accaduto ciò che invece abbiamo visto, causando in tal maniera un effetto ancora più devastante nel panico delle persone.

Sesto errore.

La gestione della caduta.

Inviare truppe per occupare una struttura del tutto inadatta come l’aeroporto Karzai, senza avere un piano di gestione e senza immaginare l’assalto alla struttura.

Le scene apocalittiche che abbiamo visto ne sono la diretta conseguenza.

Compresi gli attacchi con esplosivo che hanno causato quasi 200 vittime tra afgani e statunitensi.

Settimo errore.

La conferenza stampa di un imbarazzatissimo Biden che ha proseguito in una narrazione slegata dalla realtà: non ha riconosciuto nessuno degli errori tremendi e gravissimi sopra citati e tutti facenti capo anche alla sua amministrazione e non ha nemmeno risposto ad una sola domanda dei propri media, non di Paesi o media ostili, badate bene, ma di quegli stessi media che hanno sostenuto alla morte la sua candidatura alla Presidenza.

Nella conferenza stampa post attentato, invece, ha in parte iniziato ad ammettere di avere delle responsabilità, ma all’ultimo cronista, che chiedeva quanto le scelte di ritirare tutti i soldati senza aver prima evacuato i propri cittadini ed il ritorno dei soldati a Kabul invece che a Bagrham avessero influito sulla morte dei soldati statunitensi, oltre che di alcuni afgani con cittadinanza americana tra le vittime civili, Biden non ha saputo o voluto rispondere sviando l’argomento, cosa che gli è stata anche fatta notare.

La stampa USA, a lui tanto favorevole, inizia a raddrizzare la schiena ed a fare il suo dovere.

Tale era la sua ritrosità, da essersi sottratto al boato vero e proprio di domande e chiarimenti richiesti al termine del suo intervento.

L’immagine di Joe che si gira e fugge dalla stanza resterà come emblema di questa fase discendente degli USA nella storia umana.

Il prosieguo delle operazioni potrà solo aggiungere altri sbagli all’elenco.

In questa concitata settimana abbiamo assistito ad eventi davvero tragici.

Gli USA non hanno ottenuto alcun posticipo della data di ritiro e hanno comunicato la cosa ai Paesi NATO durante un G7 inconcludente tenutosi il giorno 24 agosto.

Diversi Paesi europei chiedevano infatti di poter protrarre di alcuni giorni la data del ritiro definitivo per recuperare altri collaboratori o, nel caso degli USA, anche dei cittadini.

Non è stato possibile.

Dal giorno successivo sono iniziate ad essere diffuse con particolare insistenza voci ed allarmi legati ad un possibile rischio attentati tra la folla attorno all’aeroporto.

Dal mercoledì pomeriggio iniziano i rientri dei contingenti, apre le danze la Turchia che riporta a casa i suoi 500 soldati, seguita a ruota dall’Azerbaigian, altri Paesi iniziano a chiudere le evacuazioni, altre pongono come termine il giovedì, l’indomani.

Attorno alle 18,30, ore locali, quando in Italia erano circa le 15,30, la prima esplosione avviene tra la folla presso il cancello Abbey.

Erano anche presenti molti militari talebani, circa trenta di loro sono morti nell’esplosione.

Una seconda esplosione è avvenuta poco distante, vicino all’albergo Baron.

Occorre anche dare notizia di una questione che emerge dai media locali e medio orientali.

Alcuni testimoni sul posto avrebbero accusato alcuni soldati statunitensi di aver aperto il fuoco sulla folla nei momenti immediatamente successivi alle esplosioni, probabilmente in preda al panico ed allo choc e questo avrebbe aumentato di molto il numero delle vittime civili. Resta da verificare la notizia e se vi sarà un seguito di indagine eventuale.

La conferenza stampa successiva all’attentato ha visto un Biden molto debole e commosso, non abbastanza rassicurante, giunto da solo di fronte ai giornalisti, nuovamente senza appoggio di presenza dai suoi collaboratori, come abbiamo già notato in altre occasioni.

Ieri è avvenuto il primo raid statunitense per colpire i terroristi dell’ISIS-K che hanno rivendicato gli attentati.

Mediante un drone Reaper MQ-9 hanno colpito la base dove, a detta loro, si sarebbero trovati due comandanti di questo ISIS-K.

K in questo caso sta ad indicare Khorasan, antica regione, oggi non più esistente, che occupava parti dell’Iran orientale, del Tagikistan, dell’Uzbekistan, del Turkmenistan e naturalmente dell’Afghanistan.

Di questa formazione mai si era sentito parlare prima, anzi, nemmeno dell’ISIS si era mai sentito parlare in Afghanistan prima che gli USA iniziassero a trasferire molti miliziani dai campi di prigionia o addestramento nella parte di Siria da loro occupata, in Afghanistan.

Denunce in tal senso si sono susseguite in questi ultimi anni da parte delle autorità siriane e russe.

Gli USA proseguirono imperterriti ed oggi ne pagano nuovamente il fio, si potrebbe tranquillamente aggiungere questo fattore all’elenco di errori commessi dagli USA nel gestire la questione afgana.

Quale sarebbe stato il senso di questo trasferimento?

La continua avanzata talebana nel Paese, nonostante la presenza della NATO, metteva di fronte gli USA alla inefficacia delle loro tattiche, pensarono allora di trasferire qua i combattenti ISIS dalla Siria per destabilizzare il Paese e causare confusione anche tra le fila talebane.

Il risultato è stato un aumento degli attentati contro i civili e altro sangue sparso. Presso la popolazione il Califfato non ha riscosso molto successo, nemmeno, evidentemente evocando il Khorasan, la formula ISIS ormai pare inflazionata e perdente, nessuno ne sente più il fascino come quando avanzava trionfalmente ni Siria ed Iraq tra i sorrisi compiaciuti di Obama e della Clinton, che speravano di vederli entrare a Damasco e a Baghdad.

Nuovamente una loro creatura pare rivoltarsi contro chi l’aveva accudita.

Oggi si sono concluse le missioni di diversi Paesi: Italia, Spagna, Gran Bretagna e tutti gli altri hanno sospeso i voli ed iniziato a far rientrare i contingenti, nel caso dell’Italia anche questo aspetto si è chiuso in anticipo rispetto alla scadenza del 31.

Ieri le forze speciali Badri 313 talebane, hanno preso il controllo di parte dell’aeroporto in vista della successione completa del 31.

Garantiranno la sicurezza dello scalo durante le ultime partenze del contingente USA.

Chi si occuperà della sicurezza dopo il 31? Al momento appare probabile che entri in vigore l’accordo concluso dai Talebani con il Qatar che già ha ospitato in questi anni le trattative tra Washington e il capo delegazione talebana Baradar.

Doha è anche però molto vicina alla Turchia da un lato e gradita anche all’Iran dall’altro, che durante una lunga crisi con l’Arabia Saudita ha sostenuto il Qatar con un lungo ponte aereo umanitario portando aiuti di ogni genere.

La Turchia cerca ancora di inserirsi offrendo anche il suo aiuto per mantenere sicuro l’aeroporto, vedremo cosa risponderanno a Kabul.

La regione del Panjishir, nel frattempo, è ancora circondata dalle forze talebane, che attendono all’imbocco della valle l’ordine di avanzare.

Massud figlio ha richiesto la mediazione russa per avere garanzia che i talebani rispetteranno gli accordi in caso di resa dell’ultimo territorio resistente.

È solo questione di tempo, poco, prima che anche i suoi desistano e Massud diventi talebano o espatri in Tagikistan.

Nei prossimi giorni,con la partenza dell’ultimo volo americano, verrà annunciata la formazione del nuovo governo a Kabul e inizieranno a comprendersi meglio i giochi ed i nuovi equilibri nell’Asia centrale che vede scomparire una pluridecennale presenza USA che lascia dietro di sé una interminabile scia di sangue e macerie.

Il loro impegno in questa regione partiva nel lontano 1979 destabilizzando l’allora Afghanistan socialista, trasformando bande di spietati delinquenti e tagliagole nei tanto celebrati Mujaeddin, mantenendoli e armandoli per combattere l’Unione Sovietica intervenuta su richiesta di aiuto del legittimo governo.

Allo stesso modo celebrarono per il suo impegno un certo Bin Laden che aveva unito attorno a sé una agguerrita schiera di combattenti, la nascente Al Qaeda.

La stessa formazione che verrà aiutata ed usata per destabilizzare la Siria nel 2011, nonostante avesse organizzato soli dieci anni prima l’attentato delle Torri Gemelle, e da cui si separò un ramo cadetto che prese il nome di ISIS espandendosi prima in Iraq e poi rientrando, armata fino ai denti, in Siria da est.

Gli Stati uniti dovrebbero seriamente ripensare la propria politica estera e quello che chiamavano “Progetto per un nuovo secolo americano”.