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Esteri

Gli USA non salvano nemmeno la dignità lasciando Kabul

Nella rubrica “Aree di crisi nel mondo n. 82” torniamo ad esaminare la situazione in Siria ed in Etiopia ed infine chiudiamo la triste pagina della missione NATO in Afghanistan durata 20 anni.

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Volo USA da Kabul Foto di: Air Force Senior Airman Taylor Crul foto di pubblico dominio perché è un'opera preparata da un funzionario o dipendente del governo degli Stati Uniti nell'ambito dei doveri ufficiali di tale persona ai sensi del titolo 17, capitolo 1, sezione 105 del codice degli Stati Uniti

Aree di crisi nel mondo n. 82 del 4-9-2021

di Stefano Orsi

Situazione in Siria

Nelle precedenti analisi, si era dato conto delle tensioni nel sud della Siria.

Nella città di Daraa, teatro in passato del sorgere delle dimostrazioni e scontri nel 2011, poi lungamente controllata dalle fazioni terroriste, erano nuovamente riprese le ostilità contro l’esercito siriano.

Siria, resa di Daraa e raid israeliano. Mappa elaborata dall’autore partendo da Google maps

Sempre nella parte sud del settore urbano si erano insediate delle bande armate ed avevano preso il controllo di quella parte di città.

In questi mesi, più che di scontri, si è parlato delle trattative immediatamente intavolate tra le milizie ed il governo siriano, con la delegazione russa che ha svolto, come di consueto, il ruolo di garante del rispetto degli accordi che si sigleranno.

Il 15 agosto un primo accordo sembrò essere accettato, ma poi non è stato concretizzato.

Verso la fine del mese di agosto sono stati registrati diversi scontri armati, sono stati scambiati molti colpi di artiglieria e l’esercito siriano, grazie alla 4° Divisione corazzata schierata nel settore, ha fatto anche uso, in maniera mirata, di razzi Golan, di breve gittata ma di grande potenza esplosiva.

Dimostrata la precisione del tiro, le milizie ostili si sono ridotte a più miti consigli e hanno accettato, quasi tutte, un cessate il fuoco di 3 giorni, dal 1 al 3 di settembre, ed hanno iniziato la consegna delle armi sotto la supervisione russa e del 5° Corpo d’Armata siriano (da sempre addestrato e sotto diretto comando russo), che nel frattempo si sono interposte nella zona della città contesa.

Sono state segnalate fughe di altri miliziani verso la vicina Giordania, dove evidentemente hanno base i loro mandanti.

Attacco IAF

Nella notte tra il 2 ed il 3 settembre, dopo diversi giorni di preavviso grazie ai numerosi avvistamenti di droni israeliani di osservazione e monitoraggio sui cieli del Libano, si è avuto un ennesimo attacco israeliano contro la Siria.

Un gruppo di attacco della IAF ha violato i cieli libanesi e ha lanciato il suo carico di missili contro il settore di Damasco.

Almeno due missili sono arrivati a terra, non si sa al momento cosa volessero colpire e se abbiano centrato o meno i loro bersagli.

La contraerea di Damasco ha poi intercettato altri ordigni in arrivo.

Dato che c’è stata una notevole opera preparatoria per questo attacco , potrebbe anche non trattarsi di una singola operazione, ma che presto si ripeta, una volta esaminato l’esito del primo.

Settore della Siria occupata

Sono stati segnalati possibili movimenti di truppe USA in Siria.

Siria occupata e movimenti forze di occupazione USA. Immagine elaborata dall’autore da una mappa di Google maps

Nei giorni scorsi una delle principali basi statunitensi è stata attaccata con il lancio di due razzi, il fatto è avvenuto poco dopo il completo ritiro americano e della NATO da Kabul.

Non dovrebbe trattarsi di un eventuale ritiro anche da questo settore, ma, dato che invece è in corso quello dall’Iraq, mentre non risultano arrivi di nuove forze NATO in sostituzione di quelle USA, la situazione va tenuta con attenzione sotto costante controllo per verificare se e quando un eventuale abbandono di questo fronte dovesse avvenire.

Le preoccupazioni manifestate dai rappresentanti curdi testimoniano come questo timore vada diffondendosi tra coloro che hanno venduto il loro Paese, Siria o Iraq, in cambio di vaghe e mai mantenute promesse USA.

Il settore attaccato è quello dei pozzi Omar, dove si trovano le maggiori riserve petrolifere siriane e non a caso occupate tempestivamente da USA ed ex forze ISIS ( le fantomatiche SDF) per impedirne la liberazione da parte delle avanzanti forze siro-russe. In quei giorni, precisamente il 23 settembre del 2017, venne ucciso al fronte avanzato di Deir Ezzour, in circostanze sospette, il comandante delle truppe russe, tenente generale Valery Asapov, eroe della Federazione Russa e pluridecorato.

Il Magg. Gen. Valery Asapov con il Presidente russo Vladimir Putin il giorno in cui venne insignito della onoreficenza “Per merito alla Patria di IV livello. Questo file proviene dal sito web del Presidente della Federazione Russa ed è distribuito con licenza 
Creative Commons Attribuzione 4.0
fonte www.kremlin.ru 

Nel corso delle analisi sui fronti del Medio Oriente, è risultato estremamente improbabile che gli Stati Uniti possano mantenere attivo un fronte di occupazione in Siria ritirando tutte le forze armate dall’Iraq.

Qualcuno non sta dicendo le cose come stanno presso i comandi del Pentagono e presso la casa Bianca.

Etiopia

Nelle scorse settimane, da giugno ad oggi, le forze TDF (Tigray Defense Forces) non si sono fermate.

Hanno proseguito la loro avanzata verso sud invadendo il territorio della vicina regione Amhara, che aveva inviato le sue truppe per fermare la loro avanzata, e anche verso est in direzione della regione Afar dove le forze dell’ARDUF (Afar Revolutionary Democratic Unity Front) hanno preso posizione dichiarandosi alleate delle TDF e contro il governo del dittatore Aby Ali.

Il fronte ribelle ad Addis Abeba si allarga, perchè anche il fronte interno della regione degli Oromo, l’etnia più numerosa del Paese, vede una fazione in lotta contro il regime, che ha dichiarato il suo appoggio alla causa del Tigray.

Le truppe tigrine, nonostante la loro inferiorità numerica, si dimostrano ben inquadrate e determinate.

Mappa delle oprazioni belliche tigrine in Etiopia. Immagine elaborata dall’autore da Google maps

A metà luglio si trovavano a sud di Alamata. A partire da inizio agosto, hanno iniziato una nuova offensiva che le ha portate fin quasi al lago Tana, presso la città di Debre Tabor.

L’offensiva in direzione della regione dell’Afar ha una grande valenza strategica, se il TDF riuscisse a prendere e mantenere saldamente almeno il controllo pieno dell'”autostrada” Awas-Asseb n.2 e della vicina ferrovia, avrebbero in mano il controllo di tutto il traffico merci dell’Etiopia verso i sicuri scali di Gibuti. Di fatto non vi sarebbe alcuna alternativa ipotizzabile al momento per sostituire quegli approdi.

Ali sarebbe costretto a scendere a patti e la guerra sarebbe per lui persa.

Amhara era scesa in guerra con fare spavaldo, al fianco di Addis Abeba, ci hanno messo poco però a capire che i tigrini sono determinati e motivati in battaglia e, invece di riprendersi dei territori contesi, ora hanno la guerra in casa perché il TDF è avanzato ancora.

E il famoso cessate il fuoco?

Ali lo aveva proclamato unilateralmente vedendo i suoi soldati travolti dall’avanzata tigrina, il Tigray finora ha sempre rifiutato una tregua in quanto le condizioni dalle forze del Tigray poste mai sono state prese in considerazione da Abiy Ali, chiedevano il ritiro delle truppe eritree che occupano parte del Tigray derubando e commettendo crimini contro la popolazione civile, il ritiro delle forze Amhara da alcune zone occupate da prima dell’offensiva, il pieno accesso degli aiuti umanitari nella regione tigrina e il ripristino di tutti i servizi per la popolazione.

Condizioni molto ragionevoli e corrette, che però il despota di Addis Abeba non considera.

Benché l’esercito etiope risponda anche con i bombardamenti aerei, questi non hanno e non garantiscono quel controllo dei cieli necessario a fare la differenza sul campo di battaglia. I rifornimenti, infatti, mantengono attivi i fronti in avanzata e questo per la buona organizzazione del TDF da un lato e per i bottini fatti lungo la strada delle risorse dell’esercito etiope in ritirata dall’altro.

La catastrofe umanitaria però non è una ipotesi remota, anzi il rischio è serio ed incombe su questo popoloso Paese.

Il blocco di ogni aiuto umanitario è stato utilizzato per mesi dagli Etiopi per indebolire i tigrini e rompere il sostegno deciso della popolazione ai suoi leaders, ma non ha sortito altro che l’effetto opposto.

La situazione è divenuta preoccupante per il premier premio Nobel, a tal punto che a metà agosto ha chiamato alle armi anche i civili etiopi per unirsi all’esercito e fermare i tigrini. Appare un gesto disperato, avendo forse compreso che l’unione di diversi gruppi alle milizie del TDF sia per lui una campana a morto e che la scelta di cacciarlo con le armi sia più che una opzione ma una scelta ormai presa.

Vedendo quanto sia finora inefficace l’aviazione di cui solo lui dispone, ha richiesto alla Turchia l’invio dei suoi droni dei miracoli, quelli che si ritiene abbiano garantito all’Azerbaigian di sbaragliare l’esercito del Karabak sebbene possedesse cannoni e carri armati in abbondanza.

Si è recato di persona ad Ankara per incontrare il Presidente Erdogan, non sa forse che sono occorsi mesi per addestrare il personale azero o forse punta ad avere un pacchetto completo di droni, piloti e meccanici direttamente dalla Turchia, ma sappiamo bene che Erdogan non sia persona a buon mercato e che il conto che gli verrà presentato sarà molto salato.

Già oggi la Turchia investe circa 2,5 miliardi di dollari l’anno in Etiopia con le sue circa 200 aziende presenti, una attività ed una alleanza che certamente non saranno sfuggite all’Egitto che mal sopporta l’espansionismo turco e che potrebbe invece avere proprio nei tigrini dei validi alleati.

Ma il tempo è un fattore essenziale, di quanto ne disporranno nei palazzi di Addis Abeba? Al momento pare che, oltre al tempo, manchino anche i fondi per organizzare la controffensiva che aveva annunciato più di un mese fa.

Ora le milizie degli Amhara soffrono di carenza di soldati, le richieste di arruolamento sono cadute nel nulla, non pare infatti che i giovani siano entusiasti di andare a combattere contro i tigrini ed il governo locale pare stia arruolando studenti delle scuole superiori, minorenni.

Un fatto davvero grave.

Afghanistan

La notte tra il 30 ed il 31 di agosto, il Magg. Gen. Chriss Donahue sale a bordo del C17 che solleva il portellone di carico e rulla sulla pista per poi decollare e portare in patria l’ultimo contingente di soldati USA che si trovava ancora su suolo afgano.

Quell’immagine a tinte verdi per la visuale notturna della fotocamera che lo riprendeva resterà come una icona di questa grande, enorme, devastante sconfitta subita dagli USA, ancor più che dalla NATO.

Visto attraverso una lente per la visione notturna, un soldato sale su una rampa su una linea di volo.
Il ten. gen. Chriss Donahue è stato l’ultimo membro del servizio americano a partire dall’Afghanistan Quest’opera è 
un’opera preparata da un funzionario o dipendente del governo degli Stati Uniti nell’ambito dei doveri ufficiali di tale persona ai sensi del titolo 17, capitolo 1, sezione 105 del  codice degli Stati Uniti 

Una sconfitta ancora più pesante perchè vissuta con una intensità mediatica senza precedenti.

Mai prima d’ora si erano fatti tanti errori nel portare a termine una operazione bellica anche fallimentare come questa.

Il Presidente Biden, che ha scelto con i suoi esperti le modalità da seguire per arrivare all’ora x del 31 agosto, ha sbagliato in molti punti che sono stati esaminati nello scorso articolo.

Ora possiamo aggiungere anche l’ennesima inutile conferenza stampa senza domande della stampa o, meglio, con le domande, ma senza alcuna intenzione da parte del Presidente di rispondere, il quale, al termine della stessa, si gira e se ne va nuovamente inseguito dalle domande urlate dai giornalisti presenti.

Il succo del discorso di Biden è di negare gli sbagli commessi, di ripetere che hanno compiuto un capolavoro umanitario, che non hanno colpe per le modalità, anzi sono stati bravi a spostare il ritiro al 31 di agosto, e che il ritiro andava fatto, circostanza sulla quale tutti concordano, ma da qui non si smuovono. Senza una analisi e una presa di responsabilità per non aver predisposto il rimpatrio dei cittadini USA e dei collaboratori e persone dipendenti da società occidentali, tutte le chiacchiere che potranno mai fare non risolleveranno la popolarità ormai in calo verticale di questa amministrazione, tutta, Harris e Blinken compresi.

Un soldato sta con un'arma in una linea di volo mentre altri stanno in fila da un aereo aperto.
Paracadutisti della 82° Airborne AA lasciano Kabul la notte del 30 agosto 2021. Quest’opera è un’opera preparata da un funzionario o dipendente del governo degli Stati Uniti nell’ambito dei doveri ufficiali di tale persona ai sensi del titolo 17, capitolo 1, sezione 105 del codice degli Stati Uniti  Caricato un lavoro da Photo by Master Sgt. 
Alexander Burnett da https://www.defense.gov/observe/photo-gallery/igphoto/2002845366/ con UploadWizard

I morti causati da queste folli modalità sono lì di fronte agli occhi degli elettori americani che, a breve, si esprimeranno nelle elezioni di medio termine e che non mancheranno di far pesare il loro malcontento per aver visto il loro Paese tanto umiliato.

La polemica sui morti causati dai soldati USA nei concitati momenti dopo l’esplosione degli ordigni dell’attentato, intanto, sta montando nel mondo, i media occidentali per ora non ne parlano o lo hanno fatto di sfuggita, ma appare ormai riportato da più testimoni sopravvissuti e dai medici che sono intervenuti sui feriti, che molti fossero stati feriti non nella deflagrazione, ma dal fuoco dei fucili d’assalto dei soldati USA che avevano aperto il fuoco contro i civili.

Il numero delle vittime ha ormai raggiunto le 200 unità, cui andrebbero aggiunti i morti nella calca durante i primi giorni, quelli morti nel tentativo folle di attaccarsi agli aerei in decollo e quelli di cui probabilmente nulla sappiamo.

Alle prime ore del 31 di agosto, quindi, i talebani prendono pieno possesso delle strutture aeroportuali, già controllavano parte dell’aeroporto, ma, arrivando nella parte prima sotto controllo degli USA, scoprono un lascito che testimonia appieno il senso della permanenza degli occidentali in questi 20 anni di occupazione. Le truppe occupanti la struttura, prima di andarsene, avevano distrutto tutte le attrezzature e strumentazioni dell’aeroporto, non gli aerei o gli elicotteri abbandonati, ma la torre di controllo, le telecamere, i computer, gli uffici, i monitor, le sale d’aspetto e di imbarco, un incredibile e incivile lascito a ricordo del loro passaggio.

Ben rappresenta il loro infame comportamento, la “civiltà” occidentale spietata e predatoria, che, laddove viene sconfitta, cerca di fare terra bruciata attorno a chi ha vinto nonostante i limitati mezzi.

Altro passaggio della nostra civiltà è rappresentato dalla censura sui social per la madre di uno dei soldati morti a Kabul, rea di aver criticato il Presidente Biden.

Potevano scegliere di salvare almeno la dignità nella sconfitta, ma hanno preferito perdere anche quella.

Paradossalmente hanno permesso ai Talebani di uscirne vincitori anche dal punto di vista mediatico, loro hanno mantenuto fino alla fine gli impegni presi con gli USA , mai la NATO è stata chiamata a firmare i patti siglati da Pompeo per Washington.

Il mullah Abdul Ghani Baradar e Mike Pompeo a Doha. Il mullah baradar è quello a destra. Questa immagine è opera di un 
impiegato del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti , scattata o realizzata nell’ambito dei doveri ufficiali di quella persona. 
In quanto opera del governo federale degli Stati Uniti, l’immagine è di pubblico dominio secondo 17 USC § 101 e § 105 

I media russi e cinesi si sono precipitati nella capitale appena partiti gli ultimi soldati della NATO ed ora sono i padroni del campo, girano in lungo ed in largo nella struttura immortalando i lasciti degli Stati Uniti, cani abbandonati compresi, altra tristissima vicenda: non si trattava, come inizialmente pensato, di cani militari K9, ma di cani di civili o di soldati, ma personali, comunque sia lasciati chiusi in gabbie minute, e che, se non fossero giunti i talebani, sarebbero certamente morti. A quanto ci è dato sapere sono stati liberati e rifocillati, alcuni girano ancora per l’aeroporto.

Come promesso, terminata l’occupazione NATO del Paese, è stato annunciato il nuovo governo che vedrà, come da noi anticipato negli scorsi articoli, l’incaricato per le trattative di Doha, il Mullah Abdul Ghani Baradar, guidare il nuovo governo del Paese oltre che curare i rapporti con gli Esteri.

La Guida spirituale del Paese invece manterrà la sua sede presso Kandahar.

Ora per loro la sfida sarà di completare la pacificazione del Paese, con la sconfitta del FNR del Panjishir, data per imminente in queste ore. Una pesante offensiva è infatti in corso da 3 giorni, su due direttrici principali, l’imbocco della valle verso Bazarak e il principale passo di montagna che porta verso Baglan.

Le montagne aiutano molto chi si difende e conosce bene i passi ed i sentieri che le attraversano, ma la supremazia numerica talebana sta avendo la meglio sui miliziani arroccati nel Panshir tra le cime del Hindu Kush, i capi sperano di resistere fino all’inverno, molto probabilmente non supereranno l’indomani.

Panjishir nell’Hindu Kush, i Talebani avanzano decisi. Situazione del 4-9-2021. Immagine elaborata dall’autore partendo da una mappa di google maps

A breve si potranno meglio definire i futuri schieramenti che aiuteranno l’Afghanistan nella guerra più difficile: risollevare e ricostruire un Paese dopo 40 anni di guerra, ad iniziare dal senso di appartenenza dei suoi cittadini.

Una sfida che i vertici talebani sembrano determinati a vincere tessendo nuove alleanze e amicizie con le potenze confinanti e garantendo di non essere più quelli degli anni 90, con i fatti prima ancora che con le parole.