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Donne e coronavirus, il pericolo è in casa

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di FLAVIO DIOGRANDE

Ai tempi del covid-19, per evitare l’ulteriore diffusione del virus, abbiamo imparato ad osservare alcune semplici raccomandazioni e a rispettare gli obblighi imposti dalla legge per tutelare la salute pubblica. Restare a casa, ad esempio, oltreché obbligatorio per legge, è il modo più efficace per proteggerci da un male invisibile e contagioso, che ha generato terrore e sofferenza ad ogni latitudine della nostra penisola. Sfortunatamente, per molte donne vittime di maltrattamenti restare a casa significa convivere coi rischi generati da una maggiore esposizione alla violenza domestica. Un male, questo, ben visibile e oltremodo brutale.


L’isolamento è una delle caratteristiche più comuni delle relazioni abusanti e in questo particolare periodo la convivenza forzata può rivelarsi un detonatore pronto ad esplodere. Come accaduto di recente ad Albignano, in provincia di Milano, dove un uomo ha ucciso con un colpo di fucile la compagna che da circa due settimane lo ospitava a casa sua: fonti giudiziarie riferiscono all’Ansa che la donna volesse interrompere la relazione, ma avrebbe deciso comunque di ospitarlo a casa per questa emergenza.

Sulle violenze perpetrate nei confronti delle donne, costrette a condividere gli spazi familiari con il proprio maltrattante per tutto il periodo della quarantena, si è espresso recentemente anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, con un post su Facebook: «La violenza contro le donne è una piaga che purtroppo, nella maggior parte dei casi, si consuma all’interno delle mura domestiche. In queste settimane di chiusura in casa dovuta al coronavirus, ci sono tante donne che hanno visto aggravarsi il loro inferno quotidiano. Donne che, avendo il loro aguzzino costantemente in casa, sono state private di qualsiasi spazio di libertà. Tra il 2 marzo e il 5 aprile – ha sottolineato il Ministro – in piena emergenza coronavirus, le richieste d’aiuto delle donne ai centri antiviolenza della rete D.i.Re sono aumentate del 75% rispetto all’anno precedente».

La percentuale cui fa riferimento il ministro emerge dalla rilevazione statistica condotta dall’associazione “D.i.Re” (Donne in Rete contro la violenza) – prima realtà associativa a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali – tra le 80 organizzazioni che aderiscono alla rete. Dal 2 marzo al 5 aprile 2020 i centri antiviolenza D.i.Re sono stati contattati complessivamente da 2.867 donne. Tra queste, 806 (28%) non si erano mai rivolte prima ai centri antiviolenza dell’associazione.

«Ben oltre 1200 donne in più – ha segnalato Paola Sdao, che cura la rilevazione statistica annuale della rete D.i.Re – si sono rivolte ai centri antiviolenza D.i.Re in poco più di un mese, rispetto alla media annuale dei contatti registrata nell’ultima rilevazione. Un dato che conferma quanto la convivenza forzata abbia ulteriormente esacerbato situazioni di violenza che le donne stavano vivendo”.

Fa riflettere anche la bassa percentuale relativa alle prime richieste d’aiuto: «Un dato che ci preoccupa – sottolinea la curatrice dell’indagine statistica –  sono le nuove richieste di aiuto, che rappresentano solo il 28% del totale, quando invece nel 2018 rappresentavano il 78% del totale delle donne accolte. E di queste solo il 3,5 per cento sono transitate attraverso il numero pubblico antiviolenza 1522».

Antonella Veltri, presidentessa di D.i.Re., evidenzia le problematiche del lavoro della Rete antiviolenza, amplificate dall’insufficienza delle risorse messe a disposizione delle organizzazioni impegnate nel contrasto al fenomeno della violenza di genere: «I nostri dati ci confermano che i centri antiviolenza sono un punto di riferimento per le donne a prescindere dal 1522, servizi essenziali mai citati nei vari DPCM che si sono susseguiti e che hanno proseguito la propria attività nonostante le difficoltà. Nonostante avessimo chiesto risorse straordinarie e le necessarie protezioni per gestire l’accoglienza – ha fatto notare la Presidentessa – i centri antiviolenza e le case rifugio hanno dovuto nella maggior parte dei casi provvedere in autonomia a mettersi in sicurezza e a reperire alloggi di emergenza». Veltri denuncia i ritardi delle Regioni riguardo all’utilizzo dei fondi del 2019 sbloccati dal Dipartimento Pari Opportunità il 2 aprile: «Ad oggi nessuna Regione risulta essersi attivata. Non si tratta di risorse aggiuntive, ma di risorse destinate a fondamentali attività aggiuntive, quali la formazione e l’inserimento lavorativo delle donne, che ora verranno meno. E i 3 milioni annunciati con il Cura Italia sono irrisori, rispetto ai bisogni dei centri. Ora che si sta avvicinando il momento della riapertura del Paese – ha concluso Veltri –nessun intervento è stato previsto per affrontare la situazione mentre le richieste di supporto potrebbero aumentare ancora, come è già successo in Cina. Il governo deve assolutamente cambiare strategia».

Dai numeri dell’ultimo report diffuso dalla Polizia di Stato con i dati aggiornati del 2019, emergeva un quadro raccapricciante: 88 vittime di violenza ogni giorno, una donna ogni 15 minuti e l’81,2 % dei femminicidi è avvenuto all’interno della famiglia.

La presidentessa del centro Antiviolenza lancia un appello alle donne vittime di soprusi, scoraggiate dalle circostanze attuali a fare denunce, o ad accedere ai vari supporti specialistici e ai luoghi di rifugio, ricordando che «laddove le donne vivono situazioni di violenza intrafamiliare il fenomeno potrebbe inasprirsi e manifestarsi con più virulenza e le donne potrebbero sentirsi inibite a chiamare. In questo senso dico: contattateci, anche se c’è maggiore controllo da parte del partner violento».

Ai tempi del covid-19 le storie di violenza domestica fanno meno rumore, ma continuano a rappresentare delle ferite aperte per tutta la società e non basterà certo un antidoto per cicatrizzarle.

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