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La sinistra dei moderni

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di GIAMPAOLO BUSSO

In questi quindici anni di Seconda Repubblica italiana, la destra, o il centro destra, ha fatto o ha cercato di fare quello che doveva dire e realizzare in coerenza con il suo modo di vedere le questioni dell’economia e della società. Se riusciamo a non confondere gli show e le occasioni mediatiche con i fatti reali, bisogna dire che non vi è stata una deriva populista nelle politiche economiche del centro destra ma, una più o meno ortodossa applicazione di quello che un blocco conservatore al Governo deve fare, fatta salva qualche eccessiva comprensione per taluni interessi corporativi localizzati nella bassa Padana.



A lasciare interdetti è, invece, la qualità ed il tipo di politiche economiche messe in atto da parte del centro sinistra negli otto anni nei quali ha avuto la possibilità di governare.

La ex sinistra italiana, oggi nel PD, fa capire di avere molto da dire. Nel senso che la sua novella modernità la porta a fare credere che la povertà, le disuguaglianze, le ingiustizie, la disoccupazione, insomma quelli che erano i nemici rispetto ai quali nacque la sinistra del XIX secolo , sono mali inevitabili, intrinsecamente connaturati alla vita e alle disgrazie della maggior parte degli uomini. E’ inutile pensare di sconfiggerli, si può solo pensare di attenuarli.

Lo sbigottimento al riguardo si ridimensiona solo se si parte da un assunto sul quale bisogna pure dire qualcosa.

All’indomani della caduta del muro di Berlino, quello che era il Partito Comunista Italiano dell’epoca procedette ad una profonda revisione di tutta una serie di sue convinzioni, revisione che comportò anche la scissione da parte di coloro che diedero vita a Rifondazione Comunista.

Nel suo percorso revisionista, il P.C.I. fu agevolato dal fatto che già nei decenni precedenti, esso stesso era venuto assumendo posizioni originali, innovative, consapevoli a riguardo dei tempi che mutavano. Ma poi cosa accadde?

Accadde che anziché ripartire da dove la storia li aveva condotti, per elaborare una piattaforma ideologica, programmatica, economica e sociale nuova ma pur sempre di sinistra, i dirigenti dell’ex P.C.I. si limitarono , e in gran fretta, a sposare le nascenti ideologie neo liberiste pensando di porsi come loro garanti sul fronte sociale di sinistra e di presentarsi, al contempo, come coloro che sarebbero stati in grado di coniugare rigore e sviluppo, giustizia sociale e libertà per i profitti, ristrutturazioni ed occupazione. Il voto favorevole al recepimento del Trattato di Maastricht segnò il momento della svolta.

Poiché occorreva ricevere anche riconoscimenti e legittimazioni, l’idea fu quella di scambiarseli con l’altra novità della politica italiana, Forza Italia e con il suo leader, portatore di conflitti di interesse che in altre democrazie occidentali avrebbero costituito motivo di seria e pregiudiziale preoccupazione.

In realtà, basta rileggere le cronache del dibattito parlamentare al momento dell’insediamento del primo Governo Berlusconi per avere una idea al riguardo. Quando il capo gruppo alla Camera dei deputati dei Democratici di Sinistra, onorevole Giorgio Napoletano, terminò il proprio intervento, il neo premier avvertì il bisogno di lasciare il suo scanno presidenziale per andare a stringergli la mano.

L’ostinata rincorsa all’euro a prescindere dalla situazione reale del Paese e dalle ragioni di cambio applicate al termine del negoziato, la demonizzazione del deficit spending ,l’assunzione del così detto rigore a prioritario punto di riferimento ,le privatizzazioni ( Telecom, SEAT Pagine Gialle) che ebbero l’effetto non di superare i monopoli ed i loro costi a carico dei consumatori ma di creare posizioni di rendita finanziaria a favore dei “ capitani coraggiosi” che vi parteciparono (ovviamente con i soldi delle banche) , l’occasione persa nel 2006 di agganciare la ripresa : si riduce a questo la vicenda governativa degli uomini non più di sinistra. Ne consegue la dichiarazione di morte della “sinistra” ,nella sua accezione storica, e quindi l’esigenza di un suo superamento in nome della modernità. Tant’è che, per ragioni di modernità , non si pone la questione dell’adesione del PD al Partito Socialista Europeo.

Hanno cercato una copertura politica pensando alla così detta “ terza via” di Tony Blair, senza capire che quella via non porta in alcun luogo e che, comunque, Blair potette pensare di percorrerla, accrescendo gli investimenti a sostegno del Welfare, proprio perché l’Inghilterra è fuori dall’area euro. Il dato di fatto oggettivo oggi è questo : ancora alle elezioni politiche del 1992 i partiti, direttamente o indirettamente, riconducibili alla storia della sinistra italiana, conseguirono circa il 45% dei voti. Il PD, nei sondaggi dell’autunno 2010, è al 24%.


Appartengo ad una generazione che ha atteso più di cinquanta anni per vedere la sinistra unita al governo. L’occasione avrebbe dovuto essere quella del Governo Prodi del 2006. E cosa accadde?

In primo luogo la fase del così detto rigore : riequilibrio dei conti, rispetto dei vincoli comunitari, rientro dal deficit. Mettere materie di questa natura nelle mani di un banchiere centrale, quale è Padoa Schippa, e per di più in un regime di dittatura neoliberista e monetarista, è come mettere il Ministero della Giustizia nelle mani di una persona che per trenta anni ha fatto il secondino nelle carceri. Ma va bene.

Dopo il rigore venne il momento dell’equità, della giustizia sociale: aumentiamo le pensioni minime sociali e si sentì parlare di una grande cifra, novecento milioni di euro. Il Presidente Prodi, per altro, annunciò “ abbiamo dato la tredicesima ai pensionati più poveri”. Quale era la realtà?

Lasciamola dire all’aritmetica. Se dividiamo i novecentomilioni di euro, stanziati per questo fine rivoluzionario, per tre milioni di pensionati, quelli con le pensioni minime sociali, e poi dividiamo per i giorni dell’anno, otteniamo questo risultato: ottantadue centesimi al giorno.Ecco l’integrazione ( inferiore a quanto era aumentato nel frattempo il prezzo di un chilo di pane) data alla pensioni minime sociali.

Abbiamo aspettato cinquanta anni per assistere a questa bella prova di socialismo! Ciò sia di monito al ruolo della sinistra nelle future alleanze di centro  sinistra.


La sinistra, che non c’è, è ancora tutta da costruire. E’ una esigenza generale quella di potere contare su di una dialettica politica e su visioni economiche anche molto distinte e lontane tra di loro. Tutto questo è mancato all’Italia della Seconda Repubblica. La società e l’economia ne hanno risentito.

Nel 1970 il Parlamento italiano approvò una legge che è passata alla storia con il nome di Statuto dei lavoratori che definiva un nuovo livello di convivenza tra i diritti di chi lavora ed il diritto, da parte di chi investe, a perseguire un legittimo profitto. Non ne uscirono compromesse la produttività, la competitività, l’efficienza dell’apparato industriale. Si trattò di un risultato conseguito al termine di una intensa stagione di conflittualità sociale che contribuì a rendere più giusta e, al contempo, più moderna, questa nostra Italia.

In quello stesso periodo veniva anche superata la logica aberrante delle così dette “ gabbie salariali”, per la quale venivano corrisposti salari diversi ai dipendenti di una stessa impresa, o di uno stesso gruppo industriale, a secondo di dove fossero localizzati, nel settentrione o nel mezzogiorno, gli stabilimenti produttivi.

Infine, anche la figura più debole del ceto lavorativo, quella del bracciante agricolo- che ancora negli anni ‘ 60 dello scorso secolo agiva e veniva trattato come un personaggio derelitto e bistrattato di certi romanzi di Giovanni Verga o di Victor Hugo – cominciò ad avere, al termine di aspri confronti sociali e sindacali, sostanziali tutele in materia di protezione dalle prassi disumane del caporalato, di certezza del salario e di assistenza nei lunghi mesi di inattività.

Ecco i risultati ai quali condussero un movimento sindacale forte ed unito ed una sinistra che, pur dislocata tra Governo ed opposizione, c’era e sapeva fare valere gli interessi sociali che ad essa guardavano con speranza.


Quaranta anni dopo, lo Statuto dei lavoratori è stato rimesso in discussione anche nei suoi aspetti più fondanti, la contrattazione salariale che si vuole proporre solo a livello aziendale può riprodurre il fenomeno delle “ gabbie salariali” ed una ulteriore spinta al differenziale del reddito da lavoro tra nord e sud, mentre, i precari, la nuova figura sociale più debole ,sono pagati meno e trattati peggio dei braccianti di ieri.

Ecco i risultati di un movimento sindacale debole e diviso e di una sinistra che non c’è più.

” estratto dal libro di Giampaolo Busso ” L’era del capitale ( e della sinistra che non c’è)” di prossima pubblicazione”

Informatico, sindacalista, appassionato di politica e sportivo