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Politica

Standing ovation

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di Lavinia Orlando

Gli applausi scroscianti che l’assemblea di Confindustria ha riservato a Mario Draghi sono più eloquenti di migliaia di parole.

È un dato di fatto che, quando gli industriali italiani osannano il Presidente del Consiglio, le politiche portate innanzi dal suo governo – nelle intenzioni, ma anche nella pratica – siano quanto di migliore le imprese potrebbero attendersi. E, poiché il mondo in cui viviamo non è il “paese delle favole”, l’altra faccia della medaglia non potrà essere altro che un peggioramento nelle relazioni e nelle condizioni lavorative della controparte dipendente.

Il discorso del Draghi tanto applaudito ha descritto una realtà amena e colma di speranza: ripresa migliore di quanto si fosse immaginato mesi fa, produzione industriale in crescita, esportazioni più alte del 2019, miglioramento dell’occupazione, riduzione della povertà, pace sociale grazie alle ottime relazioni industriali.

E, ancora, per il futuro: attraverso “un patto economico, produttivo e sociale nel Paese” e “l’essenziale contributo dei privati”, l’auspicio di una ripresa duratura e sostenibile, un focus sulla ricerca come nodo focale dell’attività industriale, l’obiettivo di preservare la capacità di spesa di famiglie ed imprese, la scelta di puntare su innovazione, transizione ambientale e digitale e crescita inclusiva (“dobbiamo rendere i giovani in grado di sostenere i lavori di domani”), il superamento delle disparità tra Sud Italia e resto della penisola, la mobilità sociale soprattutto al Sud, le riforme, con particolare riferimento agli ammortizzatori sociali ed alle politiche attive del lavoro.

“Abbiamo fatto cose aride e banali, che prima, evidentemente, non erano state poste in essere” e “un governo che cerca di non far danni è già molto, ma non basta per affrontare le sfide dei prossimi anni” sono le due frasi più applaudite di un discorso che ha serbato, come bomba finale, uno dei classici del liberismo mondiale: “il governo non ha intenzione di aumentare le tasse, perché, in questo momento, i soldi si danno e non si prendono”.

La standing ovation che ha chiuso l’intervento del Primo Ministro italiano è, alla luce di quanto riportato, francamente inspiegabile. Con una descrizione della realtà alquanto omissiva ed un elenco di obiettivi poco innovativi rispetto alle centinaia di illustrazioni operate dai suoi predecessori, non si comprende la fascinazione collettiva da cui quasi tutti sembrano essere stati colpiti.  

Non c’è stata una parola sulle tante chiusure delle imprese, sulla oramai annosa problematica della delocalizzazione, sulle plurime questioni connesse a contratti di lavoro iniqui ed altamente sproporzionati in danno, ovviamente, dei lavoratori. A parte la lunga lista dei desideri, nulla Draghi ha riferito circa le modalità attraverso le quali raggiungerli. Senza contare che gran parte degli obiettivi che verranno soddisfatti nei prossimi anni saranno possibili solo grazie – è bene ricordarlo – ai finanziamenti ottenuti dal precedente esecutivo.

Basta un’alta considerazione a livello mondiale ed uno stile asciutto e basico a garantire tutto il credito di cui gode il Presidente, soprattutto in quella parte di centro sinistra che lo sostiene? Dove sono finite tematiche quali lavoro, relazioni sindacali, tutela dei più deboli, lotta al precariato? Com’è possibile che un Premier osannato da Confindustria possa essere glorificato anche da una parte politica che dovrebbe rappresentare interessi inversi?

E, soprattutto, se non c’è più una parte politica in grado di rappresentare gli interessi dei più deboli, chi si farà carico delle loro esigenze?

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