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Politica

Le urne di inizio ottobre

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di Lavinia Orlando

Un’analisi ragionata della tornata elettorale appena trascorsa non può prescindere da un primo, fondamentale, dato: trattasi di elezioni amministrative e non politiche. Sebbene le stesse abbiano riguardato le più importanti città italiane, sarebbe sbagliato sovrapporre il dato appena sfornato dalle urne ai risultati relativi ad elezioni nazionali o europee.

In ogni caso, alcune tendenze paiono alquanto palesi: la debacle della Lega, l’ascesa di Fratelli d’Italia, la non risalita del Movimento Cinque Stelle e la ripresa del Partito Democratico.

Prendendo avvio dalla disfatta della Lega, il partito di Matteo Salvini ha sperimentato quanto solitamente accade con chiunque, dopo anni ed anni di urla e promesse, si ritrovi di colpo al governo. Quando si è costretti a confrontarsi con la dura realtà di una coalizione molto variegata e di problematiche che lasciano poco spazio alla propaganda, non c’è macchina social e appeal televisivo che regga. Il risultato che ne è derivato è un Salvini estremamente ridimensionato, poco aiutato dall’assenza delle emergenze su cui in passato aveva costruito la sua ascesa – ad iniziare dagli sbarchi migranti – e costantemente smentito da quella parte del suo partito che, occupando ruoli di governo a vario livello, è in grado di discernere la profonda differenza tra le parole ed i fatti.

I voti persi dalla Lega sono stati recuperati da Fratelli d’Italia, forza politica per cui vale il ragionamento esattamente inverso: chi si siede all’opposizione gioca ruolo facile nell’esprimere le proprie lagnanze, anche presentando soluzioni alternative, ma, di fatto, non prendendosi la responsabilità di alcuna decisione invisa all’una o all’altra categoria – perché è chiaro che, quando si governa, è inevitabile scontentare più di uno. In questo modo, Giorgia Meloni può pienamente godere della propria supremazia all’interno del centrodestra, continuando, peraltro, a rosicchiare preferenze, giorno dopo giorno, a danno dei cugini leghisti, con una strategia che non ha nulla di nuovo rispetto a quella politica urlata e che strizza l’occhio ai fondamentalismi neri cui ci aveva abituati, già prima di lei, Matteo Salvini, autentico maestro in materia.  

Difficilmente la strategia d’urto adottata dalla Lega sortirà effetti positivi. La scelta di fare finta di contrastare determinati provvedimenti, di non presentarsi alle riunioni, finanche di non votare proposte su cui poco prima si era espresso il nulla osta, salvo, alla fine, rimanere ancorati al governo dei migliori, non farà altro che incrementare la disaffezione dell’elettorato. Le contraddizioni, per quanto le si voglia mascherare, tendono inevitabilmente a deflagrare, a nulla servendo il tentativo di accaparrarsi risultati che non hanno alcun colore politico. Si pensi alla ridicola idea di fare passare gli allentamenti alle restrizioni dettate dal Covid come una conquista salviniana: neanche il più fedele tra i leghisti della prima ora riuscirebbe a sostenere tale tesi, posto che è circostanza più che nota che sia il combinato disposto di vaccini e utilizzo di dispositivi protettivi ad assicurarci, almeno allo stato attuale, maggiore respiro.

Passando ad altra parte, anche il Movimento Cinque Stelle versa lacrime amare. I grillini scontano, al riguardo, due problematiche. Un po’ come accade per la Lega, il passaggio dall’opposizione dura e pura al governo – tanto nazionale quanto locale – ha inevitabilmente generato malumori in tanti elettori, circostanza che si verifica in particolare nel momento in cui una forza politica riesce a catalizzare in maniera così evidente aspettative e desiderata di molti. Un’ulteriore questione attiene all’attuale difficoltà di catalogazione del Movimento, soprattutto dopo la caduta del secondo governo Conte ed il successivo sostegno all’esecutivo Draghi ed è chiaro che, fintanto tale seconda situazione non venga definita, sarà assolutamente impossibile che il Movimento riesca a risalire la china.  

L’unica forza politica di governo a sorridere è il Partito Democratico, che raggiunge i risultati migliori, sia nelle situazioni in cui si è presentato singolarmente, sia quando concorreva in alleanza col Movimento Cinque Stelle. Al netto delle particolarità locali, la vittoria del PD è la vittoria del partito più governista e meno polemico tra i tanti che compongono l’attuale esecutivo nazionale. Gli elettori hanno premiato la coerenza di chi governa ed ama farlo, senza i comportamenti scostanti e contraddittori di altri, situazione positiva che proseguirà finché durerà la luna di miele degli italiani con Mario Draghi. A sinistra del PD, invece, perdura la totale assenza di una formazione credibile in grado di convogliare i tanti orfani di rappresentanza parlamentare ed amministrativa e, in questa situazione contingente, critica rispetto ad un governo che potrebbe anche non convincere, al netto dei megafoni mainstream.

Tutte le precedenti valutazioni vanno comunque accompagnate da un fondamentale dato preliminare: la bassissima affluenza, in molte città ben al di sotto del 50% degli aventi diritto, che è anche più allarmante se solo si consideri che il voto alle amministrative è storicamente molto partecipato. Ed è sicuramente quest’ultimo il punto principale da cui chiunque faccia politica, a partire dal Presidente del Consiglio, dovrebbe partire, riparametrando notevolmente rispettive vittorie e sconfitte.

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