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Politica

CUNEO FISCALE, TROPPE TASSE SUL LAVORO

Il costo del lavoro in Italia è tra i più alti d’Europa, mentre i salari sono tra i più bassi. Tale squilibrio penalizza sia le aziende sia i lavoratori, pertanto è necessario ridurlo. Tuttavia, a differenza di quanto proclama fieramente la propaganda, il “grande investimento” preannunciato dal Governo Draghi nella nuova legge di bilancio non è sufficiente a ridurlo.

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Credit foto Jeff Belmonte, licenza CC BY 2.0.

di Alessandro Andrea Argeri

Da decenni il mondo della politica continua a ribadire l’importanza fondamentale per l’Italia di diminuire le tasse sul lavoro, il famoso “cuneo fiscale”. Il Consiglio dei Ministri ha approvato la legge di bilancio 2022: trenta miliardi a decorrere dal prossimo anno, ma di questi solo otto sono destinati all’alleggerimento del peso fiscale sui salari, ovvero niente.

Credit foto Ghirigori Baumann, licenza CC BY-NC-SA 2.0.

Era al primo posto nella lista delle sfide da affrontare, tuttavia la soluzione, se non inutile, appare perlomeno come un gesto simbolo, perfetto per tenere a bada le opposizioni, i sindacati, l’opinione pubblica. Il “cuneo fiscale” è la somma delle imposte relative al costo dei salari. In pratica, è la differenza tra lo stipendio lordo versato dal datore di lavoro sottratto alla busta paga netta ricevuta dal lavoratore. Dunque è un “tassello” inserito tra quanto il lavoratore percepisce e quanto concretamente gli arriva in tasca. In mezzo ci sono le tasse, quindi ovviamente diminuirle porterebbe più soldi nelle casse dei cittadini, i quali di conseguenza consumerebbero di più, le aziende aumenterebbero le vendite, l’economia “girerebbe” meglio.

Nel dettaglio, il cuneo fiscale è così composto: considerato un lavoratore senza figli a carico, a fronte di un valore complessivo del 47.9% della busta paga, il 16.7% è rappresentato dalle imposte personali sul reddito, mentre il restate 31.2% dai contribuiti previdenziali, a loro volta divisi tra dipendente (7%) e datore di lavoro (24%). Adesso si pensa di ridurlo attraverso l’abbattimento di IRAP, IRPEFF o entrambi.

Le imposte andrebbero diminuite soprattutto per il ceto medio, ovvero la maggior parte degli italiani, coloro i quali guadagnano cifre relativamente basse, mediamente euro 1200, non a caso siamo il paese con i salari più bassi d’Europa. Se così avvenisse, gli effetti sarebbero concreti, oltre che benefici, a tratti addirittura salvifici per un paese ridotto allo strenuo come non lo è stato nemmeno nel primo dopoguerra. La riduzione del peso fiscale sulle retribuzioni permetterebbe non solo di incentivare le occupazioni ma anche di aumentare i consumi. I lavoratori infatti sono prima di tutto cittadini. Vanno nei negozi, nei supermercati, sono consumatori dei così detti “prodotti di massa”, realizzati dalle imprese. Ne deriverebbe come queste ultime potrebbero potenzialmente produrre di più nel sistema imprenditoriale. Logicamente quindi, se si punta sul potere d’acquisto del ceto medio, si ha uno sviluppo economico maggiore.

Storicamente anche le precedenti legislature hanno provato ad attenuare il peso delle tasse sui salari. Nel 2007 il Governo Prodi varò una manovra di otto miliardi, la stessa cifra di adesso, per diminuire il cuneo fiscale. Inizialmente sembrava essersi realizzata la rivoluzione del proletariato: l’opinione pubblica entusiasta, i media propinavano cifre da capogiro, i sindacati cantavano vittoria all’alba di una nuova era, in quei giorni non era nemmeno tanto impossibile l’ipotesi di veder comparire Lenin in piazza al grido di “tutto il potere ai soviet”. Effetti? Zero. Perché? O si sceglie di intervenire in modo importante sulle fasce sociali composte dai consumatori, così da permettere loro di ritrovarsi in tasca una somma leggermente più consistente di pochi centesimi, o si attua una timida iniziativa dai “costi senza benefici”.

Si possono porre considerazioni identiche in merito agli ottanta euro di Renzi, i quali hanno prodotto gli stessi anonimi effetti: riforma eticamente giusta, ma insufficiente. Nel 2019 infine, quando si è parlato nuovamente di “taglio del cuneo fiscale”, in realtà sono state di poco abbassate le tariffe INAIL senza sostanziali variazioni. Il Governo Conte II promise inoltre di stanziare tre miliardi nel primo anno, dei quali avrebbero beneficiato solo alcune categorie di lavoratori. Adesso invece, dopo la crisi pandemica, su trenta miliardi sempre otto vengono destinati alla riduzione del cuneo fiscale, cioè nulla.

Se si fosse trattato del precedente Governo, avremmo potuto tranquillamente constatare come a palazzo Chigi nessuno conoscesse nemmeno la più basilare nozione di economia, del resto, c’è chi un anno dopo critica riforme approvate da se stesso. Ma ora, con alla presidenza proprio l’ex numero uno della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, accompagnato da Daniele Franco al Ministero dell’Economia, entrambi importantissimi economisti con esperienza in Banca Italia, tale ipotesi è impensabile. Semplicemente, per soddisfare tutti i partiti su ogni singola richiesta, si è pensato di spezzettare un’intera legge di bilancio a favore di interventi simbolici paragonabili a “contentini” sterili. Eppure, come si legge nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri, il governo intende proseguire una politica di bilancio espansiva al fine di sostenere l’economia e la società nelle fasi di uscita dalla pandemia da Covid-19.

In conclusione, dopo la mascherata dell’obbligatorietà vaccinale chiamata “green pass”, un piano di transizione ecologica inconsistente con cui l’Italia tuttavia presiede il G20, la rivalutazione del catasto, l’aumento di luce, gas, benzina, carovita, anche sulla riforma fiscale il “Governo tecnico” attua una strategia degna della miglior politica propagandistica: non diminuire le tasse, ma convincere il popolo di pagarne di meno.

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