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La non rivoluzione di Giorgetti

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di Lavinia Orlando

Se volessimo ancorare ad una precisa disposizione della Costituzione la forma di governo vigente in Italia potremmo fare riferimento all’articolo 94, che sancisce il fondamentale principio per cui “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere”.

Nasce di qui la classificazione della nostra Repubblica quale forma parlamentare, in cui il complesso rapporto di pesi e contrappesi in essere tra potere legislativo – rappresentato dal Parlamento – e potere esecutivo – rappresentato dal Governo – si accompagna al ruolo super partes del Presidente della Repubblica, che nomina sì il Presidente del Consiglio, ma solo all’esito di accurate consultazioni, di modo che, per l’appunto, il Governo, nominato dal medesimo Presidente della Repubblica su proposta del Premier, possa ricevere la fiducia di Camera e Senato.

Questo dovrebbe avvenire, almeno sulla carta. Di fatto, tuttavia, la situazione, in particolare da una decina di anni a questa parte, è notevolmente differente e vede, da Napolitano in poi, una Presidenza della Repubblica molto più strabordante di quanto la Costituzione preveda.

Ecco perché la proposta di Giancarlo Giorgetti – Ministro leghista dello Sviluppo Economico ed in profonda antitesi con idee e modi salviniani – sulla trasformazione del nostro sistema di governo in un semipresidenzialismo di fatto, non dovrebbe destare così tanto scalpore, soprattutto in quella sinistra che tanto ha lodato e consentito il decisionismo degli ultimi Capi dello Stato.

L’idea di Giorgetti è semplice nella sua dirompenza: Mario Draghi, indefesso dominus della politica italiana ed europea, salvatore della patria e uomo per tutte le stagioni, verrebbe eletto alla Presidenza della Repubblica e, da lì, fungerebbe da propulsore esterno delle azioni governative, con ciò, di fatto, avvicinando, se non del tutto trasformando definitivamente, il nostro Paese in una Repubblica semipresidenziale.

Tale ultimo sistema si caratterizza proprio per la presenza di un Capo dello Stato avente importanti poteri di indirizzo politico, ma eletto direttamente dai cittadini – mentre in Italia il Presidente della Repubblica viene nominato dal Parlamento in seduta comune.  

Modalità elettive a parte, la fortissima influenza che il Capo dello Stato in Italia ha, via via, esercitato va ben al di là della semplice moral suasion che gli sarebbe costituzionalmente concessa. Dall’era Napolitano in poi – anche se pure in precedenza c’erano state delle avvisaglie – il Presidente ha dato sfoggio di ben altro che le semplici esortazioni ed i consigli che la Costituzione repubblicana prevederebbero. Sotto il cappello protettivo delle emergenze o del “ce lo chiede l’Europa”, il Presidente pro tempore ha via via risolto crisi, defenestrato Presidenti del Consiglio e ne ha scelti di nuovi, il tutto col plauso della maggior parte delle forze politiche, comprese quelle che ora gridano allo scandalo.

Ecco perché non ha alcun senso meravigliarsi e scandalizzarsi. Che un Ministro della Repubblica abbia suggerito di fare apertamente ciò che si è sempre fatto è quanto di meno vergognoso ci sia.

Ciò per cui ci si dovrebbe davvero adirare è che tale prassi sia stata accettata e supportata per tanti anni, con ciò davvero generando un notevole gap tra quello che la Costituzione prescrive ed il concreto modus operandi degli organi costituzionali. Senza considerare le conseguenze, legate essenzialmente allo svuotamento di potere dell’esecutivo, a sua volta derivante dalla debolezza del Parlamento, ossia dell’incapacità delle forze politiche di esprimere idee credibili e valide e nomi di valore.

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