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Riforma Cartabia: quando la legge mette nei guai la giustizia

Un’indecenza spacciata per riforma della giustizia. Nell’unico paese al mondo dove si modificano le regole della proscrizione ogni volta in cui cambia il governo, “garantismo” significa “garanzia di impunità”.

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Wikimedia Commons, immagine di dominio pubblico.

di Alessandro Andrea Argeri

Si dovevano abbreviare i tempi dei processi, così hanno deciso di non celebrarli. La riforma Cartabia entrata in vigore il 1° gennaio di quest’anno è l’unico caso al mondo di quando la legge mette nei guai la giustizia. Potranno evitare il carcere non solo i ladri sorpresi in flagranza di reato, ma addirittura i boss mafiosi. Inoltre per tutta una serie di reati, dal furto alla truffa, dalle lesioni personali alle molestie, dalla violenza privata fino al sequestro di persona, si potrà procedere all’arresto solo in caso di denuncia da parte della vittima. Ovviamente così si estendere il campo dell’impunità.

Non si esegue una condanna nemmeno se si viene colti in flagranza di reato. Se un borseggiatore venisse beccato a rubare con i soldi in tasca, questo non verrebbe denunciato in ufficio. È accaduto a Jesolo dove i carabinieri hanno fermato due ladri a svaligiare un albergo. Siccome il proprietario era all’estero, dunque non poteva presentare fisicamente querela, i malviventi sono stati rilasciati. Caso analogo a Vicenza, però per un furto d’auto. Ma pensiamo a criminali più pericolosi: quanti hanno il coraggio di denunciare la mafia? Ebbene a Palermo tre boss verranno scarcerati per mancanza di querela.

Non è finita qui: se un criminale, pardon “presunto tale”, dovesse essere così sfortunato da venire processato, la nuova legge della Giustizia verrebbe ancora un volta in aiuto. Nei paesi normali, non in Italia, si patteggia prima del processo, così da un lato l’imputato ottiene una condanna più bassa di quella eventuale, dall’altra la giustizia “respira” siccome non si celebra un processo. Secondo la riforma Cartabia invece il patteggiamento viene reso possibile anche ai processi in secondo grado. Di conseguenza anche chi avrebbe patteggiato in primo grado attende a patteggiare subito in quanto può sperare nell’assoluzione perché le prove forse sono deboli, o per qualsiasi altro motivo. In questo modo si evita la corte d’appello ed eventualmente la cassazione.

Cancellati “i limiti di patteggiamento in appello”, i processi in secondo grado spariscono, però si tiene comunque il processo in primo grado, il quale è molto più lungo di quello di secondo. Viene meno così il senso stesso del patteggiamento. Anche in questo caso non mancano degli esempi. A Venezia due ladri sorpresi dalla Guardia di Finanza a rubare tredicimila litri di gasolio hanno patteggiato otto mesi, convertiti poi in pena pecuniaria. Di conseguenza è bastato loro pagare settemila euro per non vedere il carcere nemmeno una volta. Ancora, un uomo condannato a sei anni per aver stuprato nel 2011 una bambina non solo non ha mai trascorso un giorno in cella, ma grazie a questa riforma ha potuto patteggiare la pena con uno sconto di tre anni e otto mesi.

È innegabile: in Italia ci sono troppi processi, quindi troppi fascicoli a fronte di troppi pochi magistrati. Tuttavia la riforma Cartabia non interviene su nessuno di questi tre aspetti. Non è una riforma della giustizia, bensì una dichiarazione di disinteresse da parte dello Stato, poiché le vittime vengono lasciate sole. Altrimenti è amnistia mascherata per delinquenti di qualsiasi genere. Normalmente ai criminali si dovrebbe rendere la vita sempre più difficile fino a rendere sconveniente la criminalità. Invece così lo Stato salvaguarda il “mestiere” del rapinatore, dello spacciatore, del ladro, del mafioso, occupazioni più tutelate del medico, dell’operaio, del lavoratore, del cittadino perbene insomma.

Durante il governo Draghi, quando si aveva paura anche solo a pronunciare il nome del presidente del Consiglio, Marta Cartabia era stata osannata come un genio del diritto. Ho controllato per curiosità il suo curriculum, disponibile a tutti sul sito del ministero della giustizia o direttamente a questo link. Come si legge, ci sono solo incarichi accademici. Ebbene chi ha dato il nome alla riforma della giustizia non ha mai assistito a un processo. Oltretutto Marta Cartabia, la quale ricordiamo essere stata ministra della Giustizia nello strabiliante governo Draghi, era competente in diritto pubblico, non in diritto penale. Dunque perché ha scritto una riforma in un campo in cui non era esperta? In altre parole: è l’incompetenza a creare i criminali o sono i criminali ad essere incompetenti?

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Pongo domande. No, non sono un filosofo (e nemmeno radical chic).