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Politica

Ancora un no alla canapa legale

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di LAVINIA ORLANDO

Che ogni occasione sia quella giusta per fare propaganda è oramai un dovere non scritto della politica italiana, alla prese, nell’ultima parte di dicembre, con l’approvazione della legge di bilancio 2020.


Ed è proprio un emendamento, ora espunto, alla predetta manovra a darne l’ennesima conferma.

La disposizione cancellata prevedeva la commercializzazione della canapa, dei suoi derivati e delle biomasse di canapa, purché aventi una soglia di THC – la sostanza psicoattiva che dà dipendenza, la cui differente concentrazione determina la distinzione tra canapa legale e marijuana illegale –  al di sotto dello 0,5%, con ciò tentando di porre finalmente ordine in un ambito da sempre fonte di enormi problematiche.

Operando una veloce cronistoria sulla tematica, va precisato che la Legge 242 del 2016 consente la coltivazione della canapa che abbia un basso contenuto di THC (al di sotto dello 0,2%), purché utilizzata nei settori indicati dalla legge medesima, ossia produzione di alimenti e cosmetici, semilavorati per industrie ed attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico, materiale organico destinato a bioingegneria e bioedilizia, materiale per fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati, attività didattiche, di ricerca e florovivaismo.

La normativa vista non cita affatto la commercializzazione del fiore di canapa ed è proprio sulla base di questo vuoto che si è proceduto con la vendita di canapa anche per usi differenti da quelli indicati dalla legge, dando il via ad un mercato, finalmente controllato e non più sommerso, che conta tra i duemila ed i tremila punti vendita, con migliaia di soggetti occupati, la cui sopravvivenza è stata, tuttavia, posta in dubbio in seguito ad una successiva sentenza della Corte di Cassazione.

Il provvedimento, emesso in data 30 maggio, prevede che la commercializzazione di foglie, inflorescenze, oli e resine ottenuti dalla coltivazione di cannabis sativa L. non rientri nell’ambito di applicazione della Legge 242, che qualifica come lecita la sola attività di coltivazione della canapa e che la commercializzazione dei prodotti derivati dalla sua coltivazione, salvo che siano in concreto privi di efficacia drogante, integri reato, pur tuttavia precisando che la condotta sarebbe qualificabile come penalmente illecita solo nel caso in cui i fiori commercializzati abbiano un’efficacia drogante.

L’incertezza giurisprudenziale, unita ai vuoti legislativi – perché, ad esempio, non c’è chiarezza circa il livello di THC da considerare come discrimine per valutare se ci si trovi al cospetto di una sostanza drogante o meno – hanno condotto alla chiusura di numerose attività, timorose di denunce e multe, così spingendo il legislatore odierno a porre dei punti fermi, appunto con l’emendamento indicato, presentato da esponenti di Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico e Liberi e Uguali.

L’inammissibilità dell’emendamento, dichiarata, per ragioni tecniche, dalla Presidente del Senato Casellati, ha condotto ad una bagarre che ha contrapposto i partiti di centrodestra, grati alla Presidenza dell’Aula per aver scongiurato un provvedimento che avrebbe trasformato il nostro Paese in uno “Stato spacciatore” (parole di Matteo Salvini), alle forze politiche proponenti, che avrebbero voluto, al contrario, tutelare un mercato in forte ascesa, in grado di generare, come visto, migliaia di posti di lavoro.

La Casellati, di tutta risposta, nel ribadire che la sua decisione non avrebbe avuto alcunché di politico, ha invitato la maggioranza “a fare un disegno di legge” sulla materia, se è vero che la ritiene così importante, ricevendo ancora una volta il plauso, di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, che si erano già detti pronti a “presidiare il Palazzo” affinché la norma non passasse, condendo il tutto con ulteriori amenità, di cui lo “Stato spacciatore” pronunciato dal leader della Lega non è che un esempio.

Suscita, tuttavia, curiosità la circostanza che siano proprio le forze politiche che ostentano cura ed attenzione nei confronti dell’italianità, quale obiettivo prioritario della rispettiva azione, a non prestare alcuna importanza rispetto, non solo alla perdita di posti di lavoro e di fatturato che continuerebbe alla luce del reiterato vuoto normativo, ma anche e soprattutto con riferimento alla crescita di un settore il cui sviluppo controllato e certificato avrebbe condotto – così come stava già avvenendo – alla riduzione dell’economia sommersa ed illegale ed alla commercializzazione lecita di prodotti contenenti una percentuale di sostanza psicoattiva prossima allo zero, al contrario di ciò che il mercato nero continua ad offrire ai malcapitati consumatori, il tutto, per l’appunto, in totale contraddizione rispetto a quell’amore per la madrepatria che la coalizione di centrodestra asserisce di perseguire sopra ogni cosa.