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Politica

Dimissioni a scoppio ritardato

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di Lavinia Orlando

Ci sono casi in cui la forma è sostanza ed in politica tale principio vale molto di più di tanti altri ambiti.

Donne e uomini che ricoprono ruoli istituzionali, quando rilasciano dichiarazioni, esprimono concetti aventi un valore di gran lunga accresciuto rispetto a quello del privato cittadino che sui social estrinsechi i medesimi punti.

Così, capita che, in una serata di un caldissimo agosto italiano, durante un comizio del segretario della Lega Matteo Salvini, il sottosegretario all’Economia, Claudio Durigon, anche lui leghista, si abbandoni ad una dichiarazione oltremodo vergognosa, auspicando, in quel di Latina, che una piazza, allo stato intitolata a Falcone e Borsellino, ritorni a chiamarsi, come in precedenza, “Piazza Arnaldo Mussolini”, fratello del più noto duce e fervente sostenitore, nonché esecutore, dei precetti fascisti.

Nonostante la palese gravità di tale affermazione, il silenzio di Matteo Salvini, pure presente al momento delle dichiarazioni citate ed uso ad indossare la mascherina con viso e frasi di Borsellino e citare di continuo i due magistrati ammazzati dalla mafia, è stato seguito a ruota da tante altre bocche cucite.

Le stesse, interne ed esterne alla Lega che inneggia alla legalità a fasi alterne, che hanno taciuto anche in occasione delle precedenti dichiarazioni oltremodo imbarazzanti dell’esponente in parola. Si pensi, ad esempio, a quanto specificato da Durigon con riguardo al generale della Guardia di Finanza che indaga sui celeberrimi fondi della Lega e che, sempre secondo il sottosegretario, sarebbe stato posizionato in quel posto dalla Lega medesima – valga come “possiamo dormire sonni tranquilli”. Correva la primavera di quest’anno e, nonostante l’evidente gravità di tali esternazioni, il nostro è rimasto saldamente ancorato nel governo dei migliori.

Idem dicasi rispetto alla non tanto indiretta dichiarazione d’amore nei confronti del fascismo e dei suoi ras, affermazione che avrebbe dovuto portare all’immediata revoca del Durigon e che, invece, non ha smosso di un millimetro il nostro serafico Presidente del Consiglio, Mario Draghi, da cui, in verità, ci si sarebbe aspettata un’eventuale proposta in tal senso, con defenestrazione da confermare, successivamente, con decreto del Presidente della Repubblica.

Ed, invece, nonostante richieste e pressioni da parte di alcuni tra gli alleati di governo (Movimento Cinque Stelle, Pd e Leu), sono trascorse diverse settimane di passione, prima che il sottosegretario di cui si discorre decidesse di compiere l’unico gesto di buon senso che, in assenza di decisioni altre da parte del Presidente del Consiglio, potesse porre in essere: dimettersi. 

Il moltiplicarsi, soprattutto negli ultimi anni, di esternazioni inneggianti al fascismo, al Duce ed alle pulizie etniche e trasudanti odio per le contaminazioni e per il diverso dovrebbe imporre alle istituzioni democratiche di preservare se stesse ed il Paese e di espellere chiunque, da istituzione, utilizzi il megafono che il ruolo che ricopre gli assicura per incentivare tali manifestazioni o, peggio, per cavalcarle.

Visto il tanto tempo trascorso, non c’è da gioire circa le dimissioni del sottosegretario, evidentemente concordate col leader Salvini che, in questa situazione, ha perso, ancora una volta, l’occasione di tacere, decidendo di chiedere, quasi come contropartita, le dimissioni della Ministra dell’Interno Lamorgese, per manifesta incapacità. Trattasi di paragone che non regge e che dimostra quanto qualche leader nazionale, peraltro già Ministro, non si renda minimamente conto della gravità di un pericolo fascista o, peggio, non voglia altro che un ritorno al passato, con tutte le conseguenze che da ciò deriverebbero.