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editoriale

Giustizia ingiusta

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di Lavinia Orlando

O riduciamo i tempi dei processi, o possiamo dire addio ai – tanti – soldi che l’Unione Europea ci ha promesso. Ecco spiegata, riassumendo all’osso, la ratio della riforma Cartabia sulla giustizia e, conseguentemente, le tante problematiche ad essa connesse.

Un provvedimento che agisce in un ambito così delicato, ma che nasce con l’intento di raggiungere un obiettivo che non ha nulla a che vedere col settore su cui si interviene, è misura viziata alla fonte e necessiterebbe, già solo per questo, di essere profondamente attenzionata.

Che i processi in Italia durino troppo è circostanza stranota. Che tale problematica sussista da decenni è questione altrettanto conosciuta. Che i fondi del Next Generation EU siano vincolati ad un miglioramento degli ingranaggi della giustizia italiana è questione che merita rispetto ed opportuna valutazione. Peccato che l’Europa non chieda di tagliare i processi – e, del resto, non potrebbe farlo. L’Europa, al contrario, esige – e non da ora – che si velocizzino i tempi necessari all’individuazione della colpevolezza o innocenza dell’imputato.

Il governo dei migliori, invece, ha pensato bene di risolvere tale problematica attraverso una semplice tagliola – denominata improcedibilità – che va a falcidiare i procedimenti che superino determinati limiti temporali. Trattasi di una non soluzione che comporta due chiare e semplici conseguenze: mancata giustizia per le vittime e per i loro familiari ed impunità per (alcuni) artefici di reati – anche gravi.

Ancora, sempre con riferimento alla necessità di ridurre la tempistica dei giudizi, la riforma Cartabia ha pensato bene di demandare al Parlamento l’individuazione delle linee guida cui le Procure dovranno attenersi per distinguere tra illeciti più o meno importanti, selezionando le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto ad altre, con buona pace del principio costituzionale di obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.

Ancora una volta, il governo dei migliori si dimostra tale solo sulla carta e, narrazioni ideali a parte, i provvedimenti concreti raccontano una realtà differente. In particolare da una Ministra della Giustizia che ha anche ricoperto, tra gli altri, l’incarico di Presidente della Corte Costituzionale, sarebbe stato plausibile attendersi ben altro che l’inevitabile impunità generalizzata, anche rispetto a reati molto gravi – corruzione e concussione, solo per citare alcuni esempi.

Sul fronte politico, rispetto a tale ultimo provvedimento, tra le tante forze che sostengono l’esecutivo Draghi, è indubbiamente il Movimento Cinque Stelle ad esserne venuto fuori con le ossa maggiormente rotte. Comincia, infatti, ad apparire inspiegabile la totale subordinazione dei grillini alle decisioni della restante parte della maggioranza, situazione che non muta neanche considerando la circostanza che, proprio in seguito alle rimostranze del Movimento, il testo licenziato alla Camera ad inizio agosto preveda un incremento dei termini per lo spirare dell’improcedibilità.

Ciò che in questo momento manca nel nostro Paese è un’opposizione seria – che non sia quella di Giorgia Meloni, oramai intenta quasi esclusivamente a criticare green pass e vaccini salvo, poi, farsi iniettare il siero, alla pari del suo compagno/avversario di coalizione, Matteo Salvini. Manca il contraddittorio, all’interno ed all’esterno del Parlamento. Manca qualcuno che abbia il coraggio di affermare che l’attuale governo stia commettendo degli errori. Anche rispetto alla riforma della giustizia di cui sopra, a parte gran parte della magistratura e qualche giornalista, in molti hanno anche evitato di parlarne, vuoi per la forte tecnicità della tematica, vuoi appunto per non pronunciare inevitabili critiche al governo a cui sembra non potersi torcere neanche un capello.

Nel frattempo, il nostro Paese, invece che andare avanti, retrocede pericolosamente, con effetti che non saranno visibili immediatamente, ma che genereranno conseguenze tra diversi anni, quando il tutto sarà caduto nell’oblio e nessuno saprà più a chi attribuire le relative responsabilità.