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Politica

Intervista a Marco Rizzo, Segretario Generale del Partito Comunista

Stato e prospettive future della sinistra in Italia, pandemia, lavoro, Reddito di Cittadinanza, elezioni nella Capitale. Su tali questioni, oltre a diverse altre, Marco Rizzo, ex parlamentare ed europarlamentare, attuale Segretario Generale del Partito Comunista, ha accettato di rispondere, così fornendo importanti spunti di analisi critica circa l’attuale situazione politica ed economica nazionale.

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di Lavinia Orlando e Pierdomenico Corte Ruggiero

Stato e prospettive future della sinistra in Italia, pandemia, lavoro, Reddito di Cittadinanza, elezioni nella Capitale. Su tali questioni, oltre a diverse altre, Marco Rizzo, ex parlamentare ed europarlamentare, attuale Segretario Generale del Partito Comunista, ha accettato di rispondere, così fornendo importanti spunti di analisi critica circa l’attuale situazione politica ed economica nazionale.

Cosa significa essere segretario, nel 2021, di un partito che reca nella sua denominazione l’aggettivo comunista?

Per me, che sono figlio di un operaio della Fiat Mirafiori, mi viene naturale stare dalla parte dei lavoratori e del popolo. Non avrei potuto stare in nessun altro partito. Il problema è l’ipocrisia di tanti -troppi- che stavano nel Pci quando c’erano i posti da deputato, da consigliere da spartirsi. Ieri comunisti, oggi comodamente nel Pd rinnegando ogni loro passato. Una vera vergogna. La responsabilità enorme che mi sento oggi è quella di esserne il segretario, ossia la persona su cui convergono tutte le altre responsabilità che sono però distribuite su tutti i membri del partito, naturalmente con varie gradazioni. La responsabilità del segretario generale è quella di farne una sintesi, di sapere cogliere le cose essenziali da portare avanti e mettere tra parentesi le cose inessenziali che ci fanno perdere tempo. Quello che si vede all’esterno è la figura più esposta mediaticamente, che inevitabilmente non può che essere una. In questo io faccio un grande sforzo, perché, nonostante quello che si può pensare, la gratificazione personale alla fine scema con la routine. In realtà, quello che non si vede è la macchina che sta dietro, fatta di compagni generosi che mi passano la palla affinché io possa metterla in rete. Senza tutto il resto della squadra, ossia del partito, non ci sarebbe nulla. Il fatto che questo partito si ispiri agli ideali del comunismo fa sì che tutto ciò sia basato esclusivamente sul volontariato e l’abnegazione personale. Me lo trovate un altro partito che riesce a produrre tutto quello che fa il nostro con una tale scarsezza “di mezzi”, si diceva una volta? Non è la denominazione “comunista” che fa la differenza, non so neanch’io quanti sono i partiti in Italia che hanno questa denominazione. Posso dire però con orgoglio che siamo gli unici che cresciamo e che ogni giorno di più rappresentiamo una realtà credibile e seria, sia in campo nazionale che internazionale.

Da anni ormai si lamenta l’assenza di un partito che sia in grado di raccogliere l’enorme bacino di voti a sinistra del Partito Democratico. Tali potenziali preferenze, tuttavia, finiscono in parte per disperdersi tra forze politiche che raccolgono percentuali bassissime, senza contare che numerosi elettori preferiscono o non recarsi affatto alle urne o optare per il c.d. voto utile. È mai possibile che non si riesca a trovare una sintesi a fronte di proposte che alla fine paiono non così tanto differenti?

La strada di sommare le idee, quando queste ci sono e non si riducono a semplici espedienti elettoralistici, non ha funzionato e mai funzionerà. Non si deve fare la media aritmetica delle idee, ma bisogna scegliere la migliore. Noi siamo disposti a confrontarci prima durante e dopo le elezioni, ma soprattutto lontano da esse, con chi si richiama agli ideali che condividiamo. Purtroppo in questa direzione non abbiamo avuto successo. Non voglio dire che è tutta colpa degli altri, ma noi abbiamo due paletti dai quali non ci muoviamo, è il nostro “difetto” insuperabile. Primo, mai e poi mai, né in sede locale né nazionale, con forze politiche che altrove si alleano o civettano col PD e i suoi alleati. È una questione di coerenza, che ci rende credibili e che fa capire che facciamo sul serio. Secondo, la falce, martello , stella e la dizione “comunista”. Ci hanno raccontato che le ideologie sono morte. In verità hanno ammazzato (o hanno tentato di ammazzare) la nostra. L’ideologia borghese (oggi ben rappresentata  dalla globalizzazione capitalistica) è viva e vegeta più che mai. Se dobbiamo ridare fiducia ai lavoratori come classe, se li dobbiamo unire per ridare loro la fiducia nella loro forza, dobbiamo ripartire dal momento in cui tutto questo si è rotto, capire perché si è rotto, ma non rinnegare l’unica strada che ha fatto vincere nella storia del mondo gli oppressi contro gli oppressori. Il fatto che quei simboli e quella storia siano stati traditi e siano stati rinnegati non vuol dire che la dobbiamo abbandonare. È l’unica che fa ancora tanta tanta paura ai padroni. Le faccio alcuni esempi. La Corea del Nord. Perché Repubblica riesce a inanellare solo tante brutte figure? Prima Kim ha ammazzato a colpi di cannonate la propria fidanzata (che riappare in tv dopo qualche giorno), poi è il turno dello zio sbranato dai cani (anche questi riapparirà in pubblico). Oggi viene diffuso un video che si può solo chiamare di propaganda, tanto è costruito non sulla notizia ma sulle emozioni che vuole suscitare nei giovani a cui è rivolto, in cui si dice che i jeans sono vietati, pena la morte. Se il potere capitalistico ha paura di una piccola nazione, che ha solo il torto di non volersi piegare all’imperialismo USA e non voler ospitare sul suo territorio decine e decine di migliaia di militari stranieri (come accade in Corea del Sud e, ahimè, in Italia), vuol dire che è proprio il socialismo che le va di traverso e non tutte le altre carnevalate che ci si inventa per dividere i lavoratori, uomini e donne, giovani e vecchi, italiani e stranieri. Ma potrei parlare di Cuba che resiste a un bloqueo da sessant’anni. Se non facesse tanta paura una così piccola isola perché tanto accanimento? E così anche la Cina. Figuriamoci che stanno mobilitando tutte le loro forze per farci credere che il virus sia stato prodotto in Cina e poi sia sfuggito, o addirittura volontariamente diffuso, per distruggere l’umanità. Roba da film di James Bond e il Dottor No. Dico questo solo per dimostrare che la nostra bandiera è tutt’altro che “fuori moda”. Per noi la sintesi si fa nelle lotte, coi lavoratori che devono scegliere l’idea migliore. Noi abbiamo lanciato una grande campagna di alleanze sociali tra tutti i lavoratori, autonomi e dipendenti pubblici e privati. La sintesi da comporre è questa.

La sinistra ha perso il suo tradizionale elettorato. Gli operai sembrano maggiormente attratti dalle campane leghiste, le problematiche dei precari sono sempre relegate in un angolo, le P.IVA, pure in notevole difficoltà negli ultimi anni, già prima del diffondersi del coronavirus, non hanno mai attirato l’attenzione della sinistra. Da cosa dipende? Incapacità di esprimere soluzioni a fronte di problematiche nuove? Cattivo stile comunicativo? Difficoltà nell’adattarsi, anche linguisticamente, ai nuovi sviluppi del mondo che ci circonda?  

Il tradizionale elettorato è stato tradito dalla cosiddetta sinistra, più interessata agli interessi delle banche e dei monopoli euroatlantici, che ai problemi dei lavoratori. Se nell’ultimo PCI c’era molto di interclassista, il suo più grosso erede, il PD, ha completamente spezzato quel legame con la classe operaia. Quello che è scaturito dalla diaspora a sinistra, da Rifondazione in poi, non ha saputo riannodare il filo che si diparte dalle origini del comunismo, ossia dal marxismo-leninismo. La voglia di tenere troppe cose diverse dentro un unico contenitore, lo hanno portato alla deriva. Dare la caccia al voto in più, ha portato ad avere troppi voti in meno. Quando il progetto è entrato in crisi, è stato evidente per tutti che dietro c’erano in gran parte interessi personali. E a quel punto è venuto giù tutto. Quindi le carenze comunicative, seppur presenti, spiegano solo in minima parte quello che è accaduto.

Una delle espressioni che utilizza maggiormente è “ribaltare il sistema”. Cosa intende?

È molto semplice, una volta si diceva “fare la rivoluzione”. Oggi purtroppo tutti parlano di rivoluzione: rivoluzione digitale, rivoluzione dei costumi. Tutto e nulla è rivoluzione. La borghesia si è appropriata di questa parola, come di tante altre. E allora non basta pronunciarla, bisogna anche spiegare cosa vuol dire. Rivoluzione significa che quelli che stanno sotto vanno sopra e quelli che stavano sopra se ne fanno una ragione. Oggi, le classi che finora hanno dominato vengono espropriate del loro potere che viene preso dalle classi finora subalterne. Qualche esempio. Non si può avviare un contenzioso con Atlantia, perché se no lo Stato ci perde e quindi quei galantuomini se ne escono con ancora più soldi? “Ribaltare il sistema” significa che Atlantia viene espropriata d’autorità dallo Stato, e basta. La Fiat, oggi Stellantis (scusate, la continuo a chiamare così, come la chiamava mio padre per tutta la vita) chiude e va via? Bene, gli stabilimenti restano qui e non si toccano e vengono espropriati e dati in affidamento ai lavoratori, come peraltro previsto dall’Art. 43 della nostra Costituzione. E così per Alitalia e per tutte le aziende che delocalizzano. Le grandi multinazionali non pagano le tasse in Italia? Bene. Accertamento fiscale ed esproprio preventivo dei beni sul territorio nazionale. E così scendendo a partire dai più grandi. Non è ancora il socialismo, ma dei passi in avanti che farebbero capire ai lavoratori italiani che si fa sul serio.

L’Italia alle prese con la pandemia. Quali aspetti avrebbe gestito o gestirebbe diversamente rispetto a quanto fatto o a quanto si sta facendo?

Io non sono né un virologo, né un generale degli alpini, anche se ho fatto la naja nelle trasmissioni alpine a Bolzano. Ho imparato a copiare da quelli più bravi, come facevo spesso nelle scuole superiori, e non da quelli scarsi. Chi ha avuto maggiore successo nella lotta alla pandemia nel mondo? Cina, Cuba, Vietnam, ma anche Nuova Zelanda ed altri. Chi sono stati i peggiori? USA, Brasile … Da chi abbiamo copiato? Da chi avremmo dovuto copiare? Quindi: primo, sanità pubblica e di prossimità per non intasare i pochi ospedali che ci hanno lasciato aperti dopo decenni di “risanamenti” di governi di destra e “sinistra”; secondo, trasporti pubblici sicuri e molto potenziati (magari risolviamo nel frattempo il problema epocale dei pendolari); terzo, confinamenti mirati e tracciamento capillare, così come ha avuto successo nei Paesi che ci hanno saputo (o forse voluto?) fare; quarto ed ultimo: vaccini non tanto per tutti  ma da tutti e non solo dalle case farmaceutiche dei Paesi alleati, che poi amici lo sono solo quando ci devono strozzare. La conduzione del governo precedente e di quello attuale è stata vergognosa. Il virus ha corso come ha voluto, il confinamento generalizzato non è servito a niente, l’economia è stata distrutta e per i piccoli non si riprenderà più, il debito pubblico è aumentato ancora e lo ripagheremo col sangue delle prossime generazioni (Next Generation si chiama infatti), intanto già un milione di posti di lavoro persi e un altro a perdere … se ci mettevano una scimmietta ammaestrata a dirigere il Paese che premeva tasti a caso non poteva fare di peggio. E quindi viene il sospetto che ci sia stato un disegno per arrivare al disastro che stiamo vivendo.

Una delle maggiori polemiche del momento riguarda il Reddito di Cittadinanza, misura che, in particolare secondo la parte imprenditoriale, fungerebbe da disincentivo per i beneficiari dalla ricerca del lavoro. Dall’altra parte, chi sostiene la misura rivendica la sua importanza, soprattutto stante la pandemia e la crisi economica che ne è derivata. Qual è la sua opinione al riguardo?

Salvini si è lasciato sfuggire la verità: dovete lavorare per 600 euro al mese! Tra l’altro, c’è proprio dietro una grossa bugia. Nel RdC c’è la possibilità di convertire quel reddito in lavoro. A che servono i “navigator” (orrore linguistico, oltre che culturale) oltre che a far prendere qualche voto a Di Maio? Ma evidentemente i padroni cercano schiavi e non lavoratori. Detto ciò il RdC ha grossi limiti che noi abbiamo da subito denunciato. Con gli stessi soldi si potevano creare posti di lavoro stabili e sicuri gestiti direttamente dallo Stato centrale. Ciò avrebbe anche sostenuto davvero il consumo, oltre che le famiglie, avrebbe prosciugato le aree di abuso e dato dignità ai lavoratori. Proprio questo è quello che non si voleva fare. La visione orientata esclusivamente al consumo è deleteria per i lavoratori, li rende dei plebei che aspettano la carità. Ma l’interesse del capitalismo monopolistico è opposto: sostenere solo il reddito e con esso il loro mercato e non aumentare la produzione, soprattutto nelle aree arretrate, che farebbe concorrenza ai centri monopolistici. Quindi la ricetta dei comunisti è: più lavoro per tutti, piena occupazione e più Stato, più opere utili alla collettività e alla produzione e non “grandi opere” inutili, come il Ponte di Messina.

Altra tematica di estrema attualità è la dicotomia tra lavoro e salute/sicurezza. Ce lo ricordano vicende come l’ex Ilva, la tragedia della funivia del Mottarone e le tante morti di operai sul lavoro. Come venirne a capo?  

L’opposizione alla dicotomia tra lavoro e salute è stato il grande tema delle lotte operaie degli anni Settanta. La soluzione sta solo in uno Stato governato dai lavoratori, che fa gli interessi dei cittadini, che sono lavoratori e che soffrono queste contraddizioni insieme alle loro famiglie. Riconvertire le produzioni, risanare i territori a spese di chi finora ha approfittato delle collusioni di tutti i governi che si sono succeduti. La sicurezza non è un costo, ma un investimento. Solo un capitalismo becero e straccione non lo può perseguire, perché orientato solo al massimo profitto immediato. Se ne viene a capo solo “ribaltando il sistema”, come si diceva prima.

Giungendo al capitolo elezioni amministrative, non si può non citare Roma. La Capitale ha mali antichi e le periferie si trovano in una condizione non molto diversa da quella illustrata da Pasolini. Esiste una ricetta per “guarire” Roma?

Roma è la città dove vivo da tanti anni. Come tanti cittadini mi sento umiliato quando vengono i nostri ospiti internazionali e vedono il degrado che c’è, incomparabile con le altre città. Ricordo che le amministrazioni del vecchio PCI furono le ultime che si posero davvero il problema delle periferie. Problema della casa: Roma ha il più grande patrimonio immobiliare privato, tra cui vastissimo quello della chiesa cattolica. Espropriarne una parte minima risolverebbe per sempre questa piaga intollerabile e metterebbe fine al disagio su cui si sono innescate le lotte tra poveri e sui cui la destra ha lucrato nelle periferie. Ma non solo la casa. Centri culturali, sanitari, sportivi. È così che la periferia può rinascere. Problema dei rifiuti: abbiamo idea quanto guadagnano certi privati con la gestione personalistica? Quanti posti di lavoro si potrebbero fare con una vera politica sulla differenziata? E quanto risparmio e non aumento di spesa si potrebbe realizzare? Non mi piace parlare delle buche nelle strade, è un tema tipico da salotto, ma più in generale vorrei parlare di viabilità e trasporti. Anche qui il difetto sta nel manico. Se tutte queste grandi attività sono gestite da società private che ricevono l’appalto pubblico e certo lo fanno per il loro profitto, non se ne uscirà mai. Solo il ritorno alle società pubbliche speciali, che non hanno come fine il profitto, può salvare la gestione della cosa pubblica: dalle strade, ai rifiuti, ai trasporti. Si dice che lo Stato non può occuparsi di queste cose perché i privati sono più bravi! Lo abbiamo visto quanto sono bravi … a fare profitti coi soldi pubblici!

P.S. L’ultima domanda posta a Marco Rizzo verteva sul candidato Sindaco del Partito Comunista per il Comune di Roma, il dott. Claudio Puoti, scomparso improvvisamente e prematuramente solo qualche giorno dopo la nostra intervista. Ci piace ricordarlo con le parole del Segretario Rizzo che, nel rispondere al nostro quesito, descriveva il dott. Puoti come “medico da sempre in battaglia per la difesa della sanità pubblica, grande esperienza come amministratore di strutture pubbliche, dotato di una grande umanità che ha dimostrato con la sua inestimabile e generosa opera di volontariato”. A chi gli voleva bene va la nostra più sincera vicinanza.