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Politica

La politica dell’influenza

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di Lavinia Orlando

Il tempo degli slogan prima o poi farà il suo corso, non sappiamo ancora se in favore di un ritorno ad un elaborato ragionamento o se per far posto ad una modalità di esternazione ancora più rapida ed immediata di quanto già accada.

Per il momento, tuttavia, non si può che fare i conti con le attuali forme di comunicazione, caratterizzate da messaggi brevi, concisi e d’impatto, veicolati da strumenti che hanno nella velocità la loro principale caratteristica e che hanno sicuramente modificato l’approccio alla lettura ed alla comprensione dei testi di intere generazioni.

Si evidenzia, così, la nascita della nuova professione degli influencer e la vera e propria sostituzione – perlomeno nell’immaginario collettivo – dei tradizionali quotidiani con Facebook, Twitter, Instagram e via dicendo.

Ed è stato giustappunto il combinato disposto degli elementi sopra esposti a generare il corto circuito che ha visto come protagonisti il duo Chiara Ferragni/Fedez contrapposto all’ex Primo Ministro Matteo Renzi, in un duello vertente solo in apparenza sul tema del momento, il D.L. Zan., foglia di fico rispetto ad una tematica molto più vasta ed estesa: il ruolo degli influencer nella politica italiana.

Donne e uomini seguiti sui sociali da decine di milioni di potenziali elettori che utilizzano gli strumenti del loro lavoro per perorare cause politiche, entrando a gamba tesa nel dibattito, anche parlamentare, del nostro Paese, possono fare sorgere dubbi e brividi – soprattutto in chi, è bene chiarirlo, si trovi dall’altra parte della barricata e cerchi di controbattere, sullo stesso piano social e, dunque, invano, con delle autentiche macchine da guerra.

Si parla addirittura di regolamentare le sortite in politica di Ferragni e colleghi vari, ma trattasi delle solite boutade pronunciate da chi, evidentemente, non ha contezza del mondo che lo circonda. A meno di non immaginare un’improbabile censura che colpisca gli imprenditori digitali, la politica deve convivere con questo stato dei fatti, che non è neanche più definibile come nuovo, visto che fa parte delle nostre vite oramai da svariati anni.

In realtà, la premessa implicita di tali ansie è essenzialmente una: la stragrande maggioranza del popolo social – che corrisponde alla stragrande maggioranza degli elettori – sarebbe poco capace di utilizzare il proprio cervello, di ragionare e di avere coscienza critica, a tal punto da seguire pedissequamente e senza un minimo dubbio quanto proferito dall’influencer di turno. Che tale asserzione non sembri peregrina ce lo confermano oltre vent’anni di dominio culturale berlusconiano, con tv a senso unico e tentativi di censure di vario tipo, che hanno sicuramente determinato scompensi a danno di chi, più o meno giovane, si sia trovato a viverli.

Certo, fa un po’ specie la circostanza che siano proprio i politici che criticano le interferenze degli influencer ad utilizzare le medesime modalità comunicative – basti pensare allo stesso Matteo Renzi, tra i primi ad usare massicciamente i social a fini propagandistici, lanciando meri slogan privi di contraddittorio o di analisi. Così come non è ammissibile che i politici si autoproclamino gli unici in grado di proferire parola sulle tematiche di cui si discuta in Parlamento, come se la riforma della giustizia e la legge elettorale fossero materie masticabili solo da loro – che, tra l’altro, hanno sovente dimostrato di non capirne molto di più di chi non svolge ruoli elettivi.

Come uscirne? In primis, abbandonando quella spocchia tipica di chi, sopraffatto dalla consapevolezza di ricoprire una posizione importante, ha totalmente dimenticato le ragioni per cui dovrebbe fare politica – il bene comune, ad esempio – e che dovrebbero spingerlo a rendere quanto più comprensibili concetti spesso complessi. In relazione a ciò, un influencer che offre la sua enorme platea di seguaci al fine di approfondire questioni e proposte politicamente rilevanti non può che essere ben accetto e non dovrebbe venire osteggiato. Chi, al contrario, utilizza i propri strumenti di lavoro per lanciare mere invettive di rilievo politico, pensando di muovere i propri follower come fossero semplici pedine, deve essere contrastato dalla politica – quella con la P maiuscola – che, con lavoro serio ed incessante, non si stanca di lavorare sulla cultura dell’approfondimento e dell’analisi, secondo un percorso molto lento e laborioso, ma sicuramente più efficace delle semplici minacce di censura.