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editoriale

Libero Stato in libera Chiesa

In quali parti il DDL Zan si porrebbe in contrasto con l’Accordo Stato – Chiesa del 1984?

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di Lavinia Orlando

Nessuno pretende che la Chiesa taccia o si esima dall’esprimere la sua opinione, più o meno condivisibile, in merito alle più disparate tematiche politiche, sociali o economiche. Sono decenni, a tacere di tutto il periodo pregresso, che Vaticano, papi, vescovi e chiunque vesta l’abito talare predicano Urbi et Orbi.  Trattasi di un inserimento nel dibattito politico che, a seconda dei casi e delle situazioni, avviene palesemente o sottotraccia.

Non staremo qui a disquisire intorno ad una delle più importanti massime di vita che si tramandano, intatte, generazione dopo generazione, per cui la presenza di un prelato in famiglia rappresenterebbe la fortuna lavorativa ed economica dei più giovani parenti del prelato in questione – a dimostrazione di quanto potere sia nelle mani della Chiesa.

Non staremo neanche a rievocare le svariate occasioni in cui i sacerdoti, durante le omelie tenute in concomitanza con importanti appuntamenti referendari, invitavano i fedeli a recarsi al mare, invece che alle urne, finanche organizzando gite domenicali ad hoc.  

Non staremo nemmeno a ripercorrere le tante sortite, più o meno provocatorie, riservateci da sacerdoti che talvolta sembrano molto più interessati a salvaguardare affermazioni di principio invece che ragionare nel merito della problematica che deve essere discussa e normata dallo Stato italiano.

La nostra vita è stata ed è continuamente limitata, anche ex lege, dalle imposizioni, più o meno velate, della cultura cattolica, che ha preteso – e sovente ottenuto – il riconoscimento formale delle proprie istanze. Trattasi di un condizionamento che è in primis culturale e che ha costretto un numero sempre crescente di cittadini al divieto nell’esercizio di azioni e di diritti per la sola presenza dello Stato Vaticano.

Divorzio, unioni civili, fecondazione medicalmente assistita, eutanasia, interruzione di gravidanza sono solo alcuni esempi di quanto l’influenza cattolica abbia permeato le nostre vite e continui ad imporci una modalità di azione, che solo alcuni interventi referendari e decisioni della Corte Costituzionale hanno un minimo posto nei ranghi di un Paese civile. Anche perché, se fosse stato per il Parlamento italiano, saremmo ancora molto indietro.

Est modus in rebus, tuttavia. La scelta del Vaticano di indirizzare missiva ufficiale all’Ambasciata d’Italia al fine di “trovare una diversa modulazione del testo normativo del DDL Zan in base agli accordi che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa e ai quali la stessa Costituzione Repubblicana riserva una speciale menzione” rappresenta un precedente di inaudita gravità.   

Non si tratta del classico anatema a cui anni ed anni di scontri ci hanno abituato, bensì di un intervento a gamba tesa nelle scelte del legislatore, adducendo deboli motivazioni formali che nascondono ancora più inconsistenti ragioni sostanziali.

In quali parti il DDL Zan si porrebbe in contrasto con l’Accordo Stato – Chiesa del 1984 non è ancora chiaro. Ed anche assumendo tale tesi per vera, lo Stato italiano deve essere libero nella proposta di modifiche ed integrazioni a convenzioni anche piuttosto datate o, perché no, nella loro totale cancellazione, senza assumere il classico atteggiamento remissivo a cui ci ha abituati, neanche l’Italia fosse una succursale dello Stato del Vaticano.

Altro che “libera Chiesa in libero Stato”, negli anni si è verificato piuttosto il contrario. Con l’auspicio che il DDL Zan non finisca per essere l’ennesimo esempio della nostra prostrazione.