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Politica

Tutti innocenti, siamo leghisti

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di Lavinia Orlando

“Io sono per la spiegazione e non per la costrizione”. È questo il nuovo slogan di Matteo Salvini, usato ed abusato per strizzare l’occhio agli elettori “no vax”, le cui potenziali preferenze, avrà pensato il leader della Lega, non dovrebbero essere lasciate in totale appannaggio di Fratelli d’Italia.

Chissà, tuttavia, se nella mente del senatore Salvini la medesima massima valga anche per l’assessore leghista del Comune di Voghera che, a causa di un colpo partito dalla sua pistola, ha ammazzato, per strada, un trentanovenne marocchino, reo di molestare alcuni cittadini e, secondo un video che circola in rete, di aver tirato un pugno all’assessore medesimo.

Le indagini in corso forniranno un quadro più completo della situazione, con successive responsabilità e pene. Nonostante ciò, l’ex Ministro dell’Interno ha già emesso la sua personalissima sentenza, per cui l’assessore avrebbe agito per legittima difesa – del resto, è inutile attendere il lavoro degli inquirenti quando si tratta di esponenti del suo partito, per definizione, in quanto leghisti, innocenti anche, per assurdo, in presenza di prove contrarie.

“Io sono per la spiegazione e non per la costrizione”, si diceva all’inizio. Se questo è vero, il nostro avrebbe dovuto quantomeno chiedere all’autorevole esponente del suo partito per quale curiosa ragione si trovasse in giro per il paese con una pistola, neanche l’arma fosse un accessorio da sfoggiare a seconda degli abiti indossati, fermo restando che la legge consente sì di girare armati, ma solo in taluni casi e non di certo per una generica difesa personale. E, ancora, avrebbe dovuto stigmatizzare l’atteggiamento di un’istituzione locale che, in luogo di usare la parola – la spiegazione, ora tanto cara a Salvini – preferisca le armi – che tutto rappresentano tranne che il ragionamento.

Si tende sovente a dimenticare che tra i fondamentali nella nostra società è un principio tanto semplice a dirsi quanto, storicamente, di difficile realizzazione: le istituzioni, dal Presidente della Repubblica all’ultimo dei consiglieri circoscrizionali, devono dare il buon esempio. Ebbene, la vicenda di Voghera rappresenta solo l’ultimo in ordine cronologico di tanti casi in cui chi svolge un ruolo istituzionale si comporta in modo esattamente contrario rispetto a quello che la carica ricoperta richiederebbe.

Un assessore alla sicurezza, di un Comune come tanti, che gira abitualmente armato, travisando totalmente il senso del compito che deve svolgere e che ammazza quello stesso residente che dovrebbe tutelare. Il leader del partito a cui aderisce il signore di cui sopra, che è tra le principali forze politiche del Paese – se non addirittura la prima – che vanta un numero importantissimo di seguaci e che, immediatamente dopo che la vicenda è divenuta nota, difende, senza se e senza ma, il suo assessore.

Per non parlare del medesimo leader di partito che usa evidentemente due pesi e due misure con riferimento a chi viene accusato di uno o più crimini: presunzione di colpevolezza nel caso di ipotesi di reati commessi da stranieri, soprattutto se provenienti dal continente africano, presunzione di innocenza rispetto a fattispecie poste in essere da italiani, soprattutto se esponenti leghisti e stimati professionisti.

Se, infatti, da una parte l’argomento della nazionalità è tematica trita e ritrita, ad essa se ne aggiunge un’ulteriore, legata al ceto ed al titolo di studio, come se un avvocato o un docente universitario fossero, per loro natura, incapaci di commettere reati, in virtù della professione svolta, dei tanti anni di studio o dei soldi guadagnati.

“Io sono per la spiegazione e non per la costrizione”. Peccato che tale massima non possa più valere per Youns Boussetai, sola ed unica vittima della vicenda, che non avrà più alcuna possibilità di interloquire, comprendere, capire e che, al contrario del buon auspicio salviniano della settimana, ha subito la più grossa costrizione a cui un essere umano possa soggiacere: la morte.