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A Bari, un ragazzino

la storia di un incontro e di un confronto che non assolve nessuno

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DI ROSAMARIA FUMAROLA

Credits: Kindel Media from pexels.com

Capelli cortissimi e la scriminatura da un lato (così strana per un ragazzino che frequenta la prima media).

Ti mostravi in questo modo, ciondolando per le strade attigue a casa tua.  A quell’età gli adolescenti si somigliano tutti, con gli abiti eccentrici e le pettinature che solo allora porteranno. Tu mi apparivi diverso proprio grazie a quel modo strano di acconciarti  i capelli. Ci pensavo  quando lasciavo passeggiare il cane per le stesse strade da te frequentate.

La prima volta ti intravidi mentre da solo depositavi l’immondizia in un cassonetto. Anche la seconda volta ti incrociai mentre, veloce in pantofole, raggiungevi con un sacchetto in mano lo stesso posto. A quell’ora nessun adolescente accetterebbe di portare giù l’immondizia: torna da scuola, finisce di pranzare, lo aspettano i compiti per il giorno dopo e deve pure occuparsi dell’immondizia? Se avrà tempo andrà in palestra o uscirà con gli amici, non si metterà certo a disposizione della famiglia per le faccende domestiche. Confesso però che questo tuo strano modo di comportarti non mi ha mai, nemmeno per un momento fatto pensare a te come a un ragazzino virtuoso  che sa prendersi qualche responsabilità perché ritiene sia giusto dare una mano a sua madre o a suo padre, no. Il tuo atteggiamento era piuttosto quello di chi crede di avere o dover avere una qualche forma di potere all’interno della propria famiglia e di mostrarsi al resto del mondo nell’esercizio di quel potere. Ma chi oltre te ad undici anni vuol fare il capofamiglia?

Ti ho rivisto tante volte, fingendo di non capire che conoscevi i miei orari e che aspettavi che portassi il cane a passeggiare per salutarmi sorridendo, con la scusa di accarezzare Roy. Ti presentavi in ordine,  con i jeans puliti, il giubbino abbottonato, i capelli ingelatinati. Dopo la terza o quarta volta incominciai ad evitarti, attraversando la strada.  Non sono stata mai una persona che ama fermarsi a fare quattro chiacchiere. Di solito sono di cattivo umore e detesto fingere che non sia così. Vedi, io a differenza tua considero la vita un lavoro. È per questo che ti sembro arrabbiata ed in fondo lo sono, perché penso che non siamo capaci di essere buoni se non con noi stessi, che perdoniamo e tolleriamo grazie alla cultura, all’educazione, la religione, il più delle volte nostro malgrado insomma ed anche tu, con i tuoi undici anni stavi  cercando qualcosa, credendo come tutti di averne il diritto.

Se ti dovessi domandare perché ti ho per qualche tempo evitato devi in questo cercare la risposta. Ciò non significa però che non ti abbia osservato e l’ho fatto perché a me piacciono le storie ed ho cercato di capire quale fosse e sarebbe stata la tua, guardando i piccoli particolari delle tue giornate.

Ho smesso di cambiare strada al tuo passaggio quando ho incominciato ad incontrarti mentre eri in compagnia di tuo padre. È stato allora che ho capito a chi ti fossi ispirato per quella pettinatura da adulti che amavi esibire. Dovevi rispettarlo ed amarlo molto per ambire a nient’altro che ad essere lui, solo che tuo padre mostrava sul suo volto anche altri segni, quelli dell’alcool ad esempio, che mi raccontavano ancora un’altra storia, già consumata, corrotta non da un astratto male, ma da ciò che la sua morale considerava tale. Sì, tuo padre mostrava quella mescolanza di condanna nei propri confronti, assieme alla pigra assoluzione che sembrava impartirsi.

Questa mescolanza, questo condannarsi già autonomamente è una sorta di confessione che la società non perdona, non ha mai perdonato e mai perdonerà a quanti di essa ambiscono a far parte. In ragione di ciò tuo padre di mestiere ruba e spaccia. Il tuo idolo deve darti qualcosa che non ha prezzo se tu non ti accorgi che  aspettare tossici ad un angolo di strada ti condanna a rimanere all’angolo, quello o un altro ma sempre lontano dal rispetto di quei ricchi che ti capita di certo di incontrare lungo le vie del centro.

Se ti parlassi e ti confessassi ciò che penso so che ne rimarresti enormemente sorpreso, che penseresti che tuo padre sbaglia a considerarmi una signora perbene, perché invece sono come tutti gli altri e come loro non merito rispetto e che scassinarmi casa per un furto sarebbe la cosa più giusta da fare. Ma io intendo raccontare storie non cambiare vite, ed anche quando mi sono accorta che per tuo padre avevi ormai l’età giusta per lavorare ed impiegare il tempo nello stesso modo in cui lui lo impiega, non ho pensato di parlarti, di cercare di fermarti. Io so di non avere forza a sufficienza per questo genere di cose che hanno impegnato il mio passato, con risultati spesso fallimentari. Mi occupo adesso solo di me ed ammetto che non è semplice.

Oggi mi sembri ancora felice e sei sempre gentile, tanto che con me ha finito con l’esserlo anche tuo padre. So che se mai qualcuno in tua presenza mi trattasse male correresti a difendermi. Forse è un bene o forse no, perché tu credi che abbiamo qualcosa in comune ed invece ad unirci c’è solo il malinteso, quello che a qualsiasi titolo unisce tutte le persone e che divide con la stessa facilità con la quale unisce.

Un grande poeta scrisse che l’essere umano attraverso gli affetti ambisce ad essere due, a superare la prigionia della propria individualità,  senza tuttavia riuscirci mai. È quello che penso anch’io e che tu non sai ancora,  mentre dall’angolo della strada guardi il cielo immerso nella tiepida aria primaverile, piena delle tante ambiguità che ti piacciono e ti aspettano. Vedi, la vita è tutta in quelle ambiguità. Né io con le mie scelte, né tu con le tue riusciremo a sistemare una volta per tutte il bene da una parte, il male dall’altra.

Scrittrice, critica jazz, giurisprudente (pentita), appassionata di storia, filosofia, letteratura e sociologia, in attesa di terminare anche gli studi in archeologia scrivo per diverse testate, malcelando sempre uno smodato amore per tutti i linguaggi ed i segni dell'essere umano