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Il buon esempio, questo illustre sconosciuto

Il buon esempio di chi ha i riflettori puntati non dovrebbe mai mancare. Un po’ come i politici che devono necessariamente assumere atteggiamenti ancora più trasparenti rispetto a quanto già richiesto ai privati cittadini, gli sportivi di rilievo non possono sottrarsi all’obbligo morale di fungere da guida, soprattutto nei confronti dei più giovani che tanto li idolatrano.

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“Lionel Messi”, foto di theglobalpanorama, licenza CC BY-SA 2.0

di Lavinia Orlando

Sono giorni, quelli attuali, in cui la sofferenza di svariate popolazioni sparse per il mondo è giunta, finalmente, agli onori delle cronache dominanti.

Haiti ed Afghanistan, per ragioni di gran lunga differenti, sono gli ultimi fronti caldi, ma tanti altri continuano a bruciare, mietendo un numero ben maggiore di vittime, nel silenzio più assoluto.

Nel frattempo, l’Occidente benestante e sovrabbondante continua la sua ordinaria vita, essendosi quasi totalmente liberato – ma non si sa quanto definitivamente – dalla grande paura legata al Coronavirus.

A questa specie di rinascita estiva, soprattutto in Italia, ha fortemente contribuito lo sport, inteso, una volta tanto, non solamente come calcio maschile, ma anche e soprattutto come giochi olimpici, dove il nostro Paese ha raggiunto risultati inediti ed insperati, che si auspica possano rappresentare il pretesto per avviare bambine e bambini ad attività sportive diverse rispetto al classico “gioco del pallone”.

Quest’ultimo, tuttavia, non è di certo sparito dai radar, col noto seguito di scintillii e danaro che lo caratterizza. Esaurita l’ubriachezza da vittoria del campionato europeo, ci si è subito spostati sul più tradizionale calciomercato laddove cambi di casacche e stipendi giornalieri a cinque cifre la fanno da padroni.

Nel bel mezzo di tali compravendite, due immagini colpiscono – in negativo – per il pessimo esempio dato soprattutto ai tanti giovani che guardano alla professione di calciatore come al massimo punto di arrivo cui spingersi nella propria vita.

Giungiamo così alla vicenda che ha visto come protagonista Lionel Messi, calciatore la cui fama rende inutile qualsivoglia presentazione: il passaggio dal Barcellona, squadra in cui ha militato per oltre vent’anni, al Paris Saint Germain. Trattasi di un addio avvenuto tra le lacrime del campione argentino, copiose, quasi inarrestabili, di certo comprensibili, considerati i tanti anni trascorsi nel club e nella città catalana. Peccato solo che, a distanza di meno di ventiquattro ore, il predetto campione fosse già a Parigi, con indosso un’inequivocabile maglietta ed il sorriso di chi non sta più nella pelle, colmo di parole dolci ed affettuose nei riguardi del nuovo club francese.

La metamorfosi appena narrata sarà forse passata inosservata agli occhi dei più, ma è, di fatto, uno tra i peggiori esempi che lo sport ricordi. Indipendentemente dalle cause dell’allontanamento, in cui non interessa entrare in questa sede, spicca l’assenza di etica, peraltro già abbondantemente evidenziata da precedenti altrettanto illustri, sempre riguardanti il mondo del calcio.

L’aggravante, in questo caso, è l’estrema diffusività delle due immagini tra loro stridenti, legata al ruolo così in evidenza giocato da Messi. Milioni di donne e uomini, più o meno giovani, avranno certamente tratto insegnamenti non propriamente positivi dalla sostanziale schizofrenia mostrata dal loro campione preferito che, nel giro di poche ore, è stato in grado di mettere in scena il lato peggiore dello sport e della vita: passare, in pochi attimi, dalla disperazione alla gioia, senza un’apparente ragione che non sia quella della necessità di fare contenti sponsor e nuovo club, ossia coloro che consentiranno al calciatore di mantenere quel tenore di vita inimmaginabile per il 99% della popolazione mondiale.

Se è pur vero che nella società dominata dalla moneta, l’atteggiamento di Messi, sebbene censurabile, rappresenta l’ordinarietà, sarebbe comunque lecito attendersi comportamenti di gran lunga differenti da chi dovrebbe essere un modello.

E lo stesso ragionamento non può che valere anche per il neocampione olimpico dei 100 metri, l’italiano Marcel Jacobs, che non ha voluto esprimersi sullo ius soli, affermando di non essere prearato sul tema, di non essere interessato alla politica e di non voler essere usato. Tanto di cappello circa l’ammissione di ignoranza – circostanza non da tutti, considerando che viviamo nell’epoca in cui l’opinione dell’incompetente rischia di risultare maggiormente appetibile di quella della persona preparata.

Non va per nulla bene, tuttavia, il non volersi in assoluto esporre su di una tematica così importante, tentando, abbastanza maldestramente, di sottrarsi ad uno degli oneri ricollegati alla fama.

L’auspicio è che il bicampione olimpico, una volta resosi edotto circa la questione, possa dare il suo messaggio – che si spera sia di apertura, visto anche lo spirito sportivo che dovrebbe caratterizzare Jacobs così come tanti altri campioni suoi colleghi.

Il buon esempio di chi ha i riflettori puntati non dovrebbe mai mancare. Un po’ come i politici che devono necessariamente assumere atteggiamenti ancora più trasparenti rispetto a quanto già richiesto ai privati cittadini, gli sportivi di rilievo non possono sottrarsi all’obbligo morale di fungere da guida, soprattutto nei confronti dei più giovani che tanto li idolatrano.

Le immagini di un Messi in stato confusionale o di un Jacobs “Ponzio Pilato” dovrebbero essere accantonate al più presto per fare strada a sport e sportivi che, oltre alle prestazioni fisiche, siano in grado di fornire spunti di riflessione utili per la sana crescita della collettività.