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Troppo veloce per essere una donna; squalificata

Donne e sport: storia di una femminilità negata

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DI FABRIZIO RESTA

Credit foto:  Chris Hunkeler license CC BY-SA 2.0

E’ successo veramente. Un’atleta è stata squalificata non perché trovata positiva all’antidoping, non perché ha barato ma perché troppo veloce per essere una donna. Non è una barzelletta, non è Lercio.

E’ accaduto a Phoenix, Arizona (USA) durante la Turkey Trot, una gara di livello nazionale sui 5 km, che si tiene ad ogni giorno del Ringraziamento negli Usa (Turkei sta per tacchino, n.d.r.).
Tori Gerlach, 27 anni, mezzofondista di livello nazionale, dopo aver chiuso i 5km in 16’19”, che gli è valso il quinto posto assoluto dopo quattro maschi, è stata squalificata dal direttore di gara poiché secondo lui “una donna non poteva correre 5km in così poco tempo”.


Andiamo con ordine: l’atleta americana è una mezzofondista di un certo livello, essendo campionessa statale della Pennsylvania e già prima di questa gara aveva un personale sui 5 km di 15:55. Non è stato quindi un fulmine a ciel sereno; il tempo realizzato non è spuntato dal nulla. Questo però non ha avuto importanza per il giudice. Al termine della gara, la Gerlach ha scoperto di essere stata squalificata: doping? no. Ha preso una scorciatoia o commesso un’irregolarità? no. E’ troppo veloce per essere una donna.
Ancora più esilarante (se ci fosse da ridere) la reazione degli organizzatori, che rendendosi conto dell’epic fail hanno inviato all’atleta le loro scuse con una targa come risarcimento, se così si può definire. Targa o non targa, lo scandalo resta.
Piccola parentesi: il record italiano ALLIEVE!!! sui 3000m è di 9’32”. Parliamo di ragazzine tra i 16 e 17 anni! Nadia Battocletti fa 14’46. Quindi non è un risultato super clamoroso.

Quello che è successo sfora nel demenziale ma la verità è che le prestazioni femminili nello sport sono sempre stati oggetto di tanti controlli che ai colleghi uomini non vengono effettuati.

Il 23 Aprile 2018 l’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera (IAAF), l’organizzazione mondiale che si occupa di atletica, ha modificato il suo regolamento stabilendo un limite ai naturali livelli di testosterone delle atlete, con lo scopo di assicurare una leale concorrenza. Un’altra forma di questo regolamento fu proposta dalla IAAF nel 2011, ma sospesa nel 2015 dalla Corte di Arbitrato per lo Sport (CAS), il più alto organismo di giudizio del mondo dello sport, dopo la lunga sfida legale della velocista indiana Dutee Chand. Questi regolamenti sono figli del principio, da sempre presente, che livelli alti di testosterone naturale creino un vantaggio sleale nei confronti delle altre atlete, anche se non ci sono prove scientifiche in merito. Il dubbio sulla femminilità delle atlete ha sempre giustificato esami, sicuramente non necessari ma anche umilianti e in alcuni casi, persino dannosi per la salute.

Per secoli le donne furono escluse anche dallo sport e dalle competizioni sportive, perché, così affermarono anche dei medici, l’esercizio fisico a quei livelli avrebbe danneggiato la loro capacità riproduttiva e le avrebbe rese “mascoline” e, di conseguenza, poco attraenti per gli uomini. Quando hanno cominciato a partecipare, i primi sospetti sulla loro mascolinità sono apparsi immediatamente. Già alle olimpiadi di Berlino del 1936, la campionessa polacca Stella Walsh, specialista dei 100 m e l’americana Helen Stephens furono accusate di essere dei maschi.

Per evitare la frode di genere, ossia far competere un uomo travestito da donna, si è arrivati persino a costringere le atlete ad un esame visivo dei genitali e delle caratteristiche sessuali secondarie durante il Campionato Europeo di Atletica nel 1966 a Budapest. Due anni dopo, ai Giochi Invernali di Grenoble, si è adottato il test barr body, che controllava la presenza del cromosoma y. Tuttavia, il sesso cromosomico non si riferisce necessariamente al sesso fisiologico, quello che in soldoni, da l’effettivo vantaggio. Questo controllo verrà fatto per tutte le competizioni degli anni ’70 e ’80, fino allo scandalo avvenuto per la squalifica dell’ostacolista spagnola Maria-Martinez-Patino, che presentava il cromosoma y. In realtà non fu squalificata ma fu costretta a ritirarsi per evitare scandali. La spagnola raccontò tutto alla stampa, presentando prove mediche e scientifiche per far sì che il suo caso fosse rivisto. Dopo 3 anni fu reintegrata. Grazie al coraggio della spagnola, il Cio abbandonò a Seul i test cromosomici, fermo restando l’esame visivo dei genitali, per poi abbandonare anche quelli successivamente. I giochi di Sydney del 2000 sono state le prime Olimpiadi senza controlli sulla sessualità. Nel 2009 Mokgadi Caster Semenya, campionessa ai mondiali di Berlino, fu accusata di essere un uomo. Per risolvere il problema l’Associazione internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera (IAAF) dispose una serie di test per verificare il genere di Semenya, che comportò anche una sospensione della sua attività agonistica. Dopo l’esito dei test sul genere, l’atleta nel luglio del 2010 ottenne l’autorizzazione per tornare a competere. Ora si controlla soltanto il livello di testosterone ma non per questo la situazione è migliore. Una donna atleta con un livello naturale alto di testosterone deve abbassarlo e per farlo deve ricorrere alla chirurgia (non necessaria) che però ha degli effetti collaterli: “effetti diuretici che causano sete eccessiva, minzione e squilibri elettrolitici; interruzione del metabolismo dei carboidrati (come intolleranza al glucosio o resistenza all’insulina); mal di testa; fatica; nausea; vampate di calore; e tossicità epatica”. (Jordan-Young, Sönksen e Karkazis 2014). O fa così o addio alla carriera sportiva. Tra l’altro se è vero che il testosterone sintetico (il doping con steroidi anabolizzanti) migliora le prestazioni degli atleti, non c’è alcuna certezza scientifica sugli effetti del testosterone prodotto naturalmente.

Nessun test è stato mai fatto invece agli uomini. Come si è visto, la storia dello sport femminile è sempre stato permeato dalla discriminazione e dall’ignoranza, anche perché ci sono centinaia di variazioni genetiche che danno vantaggi nello sport, ma solo quelle associate al sesso vengono usate per escludere o squalificare le atlete, sottoponendole alla gogna mediatica. La verità è che il mondo dello sport è ancora molto sessista e non sembra aver raccolto la Carta Europea dei diritti delle donne nello sport. L’accesso delle donne allo sport continua ad essere ostacolato da regolamenti assurdi o, come nel caso della Tori Gerlach, dall’ignoranza di troppi che giudicano in base a stereotipi privi di qualunque fondamento scientifico, come tra l’altro sentenziato dal Tribunale arbitrale dello sport nel caso Dutee Chand.

Nel caso dell’atleta americana ci aspettiamo un intervento deciso da parte del Cio, affinché questi abomini non capitino più.
Siamo per caso tornati nel 1920 e non ce ne siamo accorti? E’ difficile anche chiamarlo sessismo. Qui si tratta di stupidità allo stato puro.

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Informatico, sindacalista, appassionato di politica e sportivo