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Gianni Spinelli: “Zeman è un vero profeta del calcio ludico”

Intervistiamo Gianni Spinelli, autore del libro sull’allenatore boemo che ha sempre fatto discutere

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DI FABRIZIO RESTA

Credit foto: per gentile concessione di Gianni Spinelli

“Zeman per sempre” (Illustrazioni di Maurizio Di Feo, Sedit4. Zero Editore, pag. 128), è l’ottavo libro di Gianni Spinelli, giornalista e scrittore, editorialista del “Corriere del Mezzogiorno”. È un ritorno al tema-calcio, prima passione, dopo il grande successo del romanzo (un’insolita favola nera) “La scatola di cuoio”, pubblicato da “Fazi Editore”. Fra gli altri lavori di Spinelli, ricordiamo “Settanta volte donne”, da cui sarà tratto un film.

1-Zeman è stato (è) il personaggio calcistico più divisivo. Non esistono mezzi termini: Maestro di calcio e di vita per alcuni, solo un perdente di successo per altri. Il suo spirito diverso, dentro e fuori dal campo, ha creato un culto. Provi a darlo per “bollito”, e ti smentisce in un attimo. Come mai ha scelto di scrivere un libro su di lui?

Perché è un uomo che ha una storia, che nasce dalla Primavera di Praga. Un uomo che parte da una multi-preparazione sportiva che poi sceglie di sposare il calcio, sulla scia dell’amato zio Vycpalek. Una persona che mi ha sempre affascinato, un predicatore muto, un guru, l’altra faccia di tutti i mister parolai, tipo Mourinho e Conte, che chiedono “giocatoroni” prima di firmare i contratti. Insomma, per me Zeman è un vero profeta del calcio ludico: Zemanlandia non è nata per caso. È un parto filosofico, capace di ispirare uno scrittore come Manlio Cancogni. Zeman è più di un romanzo, resterà un soggetto da studio.

2-Zeman sembra un personaggio da film, accigliato, silenzioso. Lei nel suo libro lo paragona a Leopardi, Pasolini, Bene, Platone e tanti altri grandi, ma a chi somiglia di più?

Somiglia un po’ a tutti. Un mix ben assortito e per niente spropositato.  Però i paragoni più calzanti sono con Socrate e Celentano. Socrate faceva crescere i suoi discepoli prima con l’ironia (ossia inducendoli a mettersi in discussione, in crisi) e poi con la maieutica, che rappresentava la nascita di un pensiero nuovo, costruttivo. Idem fa Zeman, con i giocatori che prende in cura per la prima volta, ricominciando da zero anche dal punto di vista della preparazione atletica. Celentano gli è speculare per le pause, che sono più delle parole, e per il comune senso della libertà e della non appartenenza a schieramenti, vedi la canzone Io sono un uomo libero.

3-Zeman è da considerare solo un allenatore di calcio?

No. È qualcosa di più. Un tecnico capace di dividere l’Italia in due, pro e contro Zeman, non si è mai visto nel nostro mondo pallonaro, liquido più di quello descritto da Bauman. Il boemo non ha mai avuto il vezzo di raccontarsi per il meglio, con una storia vera o non vera. Non ha mai inseguito l’illusione e, coerente, l’ha cancellata dalla mente degli allievi, esigendo il silenzio e l’impegno duro e costante.  Zeman, in sintesi, è un moltissimo che ancora non conosciamo per intero. Qui è gran parte il segreto del suo successo.

4-Gli spazi zemaniani sono leopardiani. In che modo?

Leopardi rimase folgorato da Carlo Didimi, marchigiano, un bisonte alla Ibra, che giocava a “palla al bracciale”, 3 contro 3. Siamo nel 1821. Folgorato tanto da dedicargli una poesia, una canzone di cinque strofe (A un vincitore nel pallone). Era calcio ante litteram. Palla al bracciale e 4-3-3 sono simili per la presenza del numero 3 e soprattutto per gli spazi che fanno rima con l’infinito che Leopardi coglieva guardando Didimi che in ogni movimento sembrava andare al di là dei confini del terreno di gioco. Volava. La stessa sensazione degli “spazi superati” che Zeman vuole trasmettere agli spettatori con il gioco delle sue squadre.

5-Come allenatore è stato accostato al sergente maggiore dei marine reso famoso dal film Metal Jacket Full. A me, invece, sembra più un piccolo Robin Hood, che allena squadre umili in grado di battere le big, puntando sui giovani. A Foggia e a Pescara ha preso dei ragazzini e li ha portati in serie A. I suoi gioielli si chiamano Beppe Signori, Gigi Di Biagio, Ciccio Baiano, Roberto Rambaudi, Ciro Immobile, Lorenzo Insigne e Marco Verratti. Ma non solo loro…

Il sergente sottoponeva l’allievo “Palla di lardo” a esercizi bestiali, pur di renderlo efficiente. Zeman, dal canto suo, è un benefattore consacrato. È tempo di mettere in un angolo i suoi denigratori. Fa testo la dichiarazione, sotto giuramento, di Vincenzo Cangelosi, vice del boemo: “Ho giocato con il mister, al pari del preparatore Roberto Ferola. Io e Roberto siamo ancora vivi, né abbiamo visto morire mai nessuno nel corso degli anni”. Certo, le piramidi e i gradoni non sono uno scherzo, ma hanno dato e danno ancora risultati molto positivi. Robin Hood? Più che piccolo, direi grande. Ci sta.

6- Zeman ha sempre parlato poco, però quando ha parlato ha lanciato bombe atomiche. Da delle sue dichiarazioni è nata “Calciopoli”, con la Juve sotto tiro… L’uomo anti-doping… Una sorta di primo attore… È uno Zeman teatrale, visto che lei lo ha idealmente accostato a Carmelo Bene.

Per certi versi sì. Bene amava il calcio e le “divinità” come Van Basten, faceva il fustigatore di costumi declamando, toni bassi e altissimi, con una voce da orchestra. Zeman alterna silenzi, sussurri e smorfie. Con la Juve, “recitò” brandendo la spada, ma diceva il giusto. Una guerra, passata alla storia.

7-Chiude il libro  con le tre “P”. Povero, Puro e Poetico. Ci motivi il suo pensiero

Mi va di copiare e incollare, parola per parola, ciò che ho scritto alla fine del mio Zeman per sempre: “Cari lettori, cercate su Google la foto che ritrae Zeman mentre raccoglie le bottigliette, lasciate sul campo dai giocatori. La foto è datata agosto 2021. Lo Zeman immortalato è il logo di un calcio povero, puro e poetico, tre “p” scomparse. Una boccata di ossigeno per farci respirare, per farci riflettere sul Pallone miliardario e senza valori di oggi…

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Informatico, sindacalista, appassionato di politica e sportivo