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Campionati afghani femminili di ciclismo in Svizzera. Un piccolo raggio di sole tra le lacrime

Fariba Hashimi, Masomah Ali Zada e tante altre. Per loro il calvario è finito ma a Kabul le donne non vivono più.

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DI FABRIZIO RESTA

credit foto: profilo Facebook Fariba Hashimi

Domenica 23 ottobre scorso, ad Aigle (Svizzera), si sono tenuti dei campionati di ciclismo particolari: i Campionati Nazionali di Ciclismo Femminili Afghane. In 49 hanno partecipato, tutte giovani, tutte con un passato di discriminazione e violenza ma soprattutto un presente di speranze e di coraggio. E’ stato un messaggio importante dove tutta la Comunità internazionale si è levata per dire con una sola voce che la libertà è un diritto fondamentale che non ha genere; che sia di andare a scuola o di andare in bicicletta. Talebani avvisati quindi.

Dopo una gara a marzo 2021, infatti,a Kabul il governo dei talebani ha minacciato loro e le rispettive famiglie, controllando casa per casa. Molte ragazze hanno dovuto bruciare non solo la loro attrezzatura da ciclismo ma persino i loro diplomi. Loro invece non si sono piegate. Si sono prima rifugiate in Pakistan, poi sono state trasferite in Italia, dove sono state accolte dal generoso popolo aquilano e non solo. Non sono le uniche: molte atlete afghane sono state accolte in vari paesi d’Europa. Lo Sport, quello con la S maiuscola, a volte riesce laddove la politica fallisce. Così ad Aigle, in Svizzera, tutte le atlete si sono riviste dopo anni. E’ stato un evento fortemente voluto dall’Uci, Unione Ciclistica Internazionale, come un evento che riesca ad abbattere i muri tra i paesi e segni una nuova era per lo sport. Abbracci e lacrime di gioia si sono confuse con il sudore e le urla di incitamento.

Sono giovani ragazze tra i 17 e 21 anni che avevano solo un sogno: poter correre in bicicletta e di permettere a tutte le donne di farlo. Una colpa imperdonabile per i talebani, che interpretano unilateralmente una religione che non sottomette affatto le donne. Lo dimostra il fatto che esistono molte grandi atlete nel mondo musulmano: è il caso della pakistana Kulsoom Abdullah (pesistica), della saudita Wojdan Shahrkhani (judo), dell’egiziana Hedaya Wahba (taekwondo) o dell’iraniana Sareh Javanmardi (tiro a segno) o ancora della tunisina Ines Boubakri, bronzo nel fioretto femminile ai giochi olimpici di Rio. In Afghanistan la situazione è diversa: niente radio, niente tv, niente scuola, niente sport. Non possiamo dimenticare le parole allucinate di Ahmadullah Wasiq, vicecapo della commissione alla cultura dei Talebani, secondo il quale le donne non devono giocare a cricket perchè “Non è necessario che le donne giochino a cricket“, condannando un movimento che fino a quel momento stava esplodendo a livello internazionale. Cricket, ciclismo e tanti altri sport vietati, piegando ulteriormente la vita di molte donne che avevano dedicato la vita allo sport, che ricordiamo essere l’unico momento di gioia in un mondo dove loro non hanno spazio nella società, se non per mettere al mondo dei bambini. Tra queste Masomah Ali Zada, costretta all’esilio anche lei per poter partecipare alle Olimpiadi di Tokyo 2021 sotto la bandiera dei rifugiati. Negare alle donne lo sport non significa soltanto negare una partita, o un campionato; ha un significato più profondo: vuol dire negare la possibilità di curare il proprio corpo, perchè la prestanza fisica è solo dell’uomo. Significa togliere loro la libertà e la possibilità di gioire dei risultati. Significa impedire di fare squadra. Significa appunto piegarle. La libertà di fare sport è pericolosa, perchè può essere il primo passo per l’emancipazione femminile. In Italia, anche se ovviamente in un contesto molto differente, è stato un po’ così: Alfonsina Morini in Strada fu la pioniera del ciclismo femminile, partecipando nel 1924 al Giro d’Italia (allora solo maschile), beccandosi insulti e minacce e classificandosi in posizioni decorose, e soprattutto dimostrando che anche le donne potevano compiere una fatica tanto grande. All’ottava tappa, L’Aquila-Perugia, Alfonsina cadde, ruppe il manubrio, lo riparò con un manico di scopa e continuò imperterrita. Infine l’arrivo a Perugia. Una prova di grande caparbietà. Ora le pioniere sono loro, queste giovani afghane.

Amir, il protagonista del libro di Khaled Hosseini, il cacciatore di aquiloni, quando si trasferisce negli Usa, in seguito allo scoppio della guerra in Afganistan, descrive così la prima volta che vede il mare: “Quando ero in Aghanistan avevo visto l’oceano solo al cinema. La prima volta che vidi il Pacifico mi venne da piangere: era davvero immenso e azzurro come al cinema”. Devono aver provato qualcosa di simile le cicliste afghane dopo aver visto l’Italia: sono rimaste sbalordite si quando hanno visto Venezia ma soprattutto hanno pianto quando hanno visto per la prima volta il mare di Porto San Giorgio, nelle Marche. Passeggiare spensieratamente lungo la spiaggia, entrare con i piedi nell’acqua, il sapore del sale marino, ben diverso da quello delle lacrime versate fino a poco tempo fa; quelle provocate dai talebani, dall’intolleranza e da una visione del mondo femminile che ormai comincia a cedere persino in alcuni stati musulmani. Queste ragazze sono state a lungo discriminate, picchiate, investite, aggredite dai cani della polizia e persino prese a colpi di arma da fuoco per il solo fatto di essere cicliste, solo per aver avuto l’ebbrezza del vento che ti scorre in faccia. Tutto questo ormai è alle loro spalle, almeno per loro e il merito è del ciclismo. Ora la paura ha lasciato spazio ai sorrisi, anche se è rimasto un velo di preoccupazione per chi è ancora li.

I Campionati si sono conclusi ma non l’attività della comunità internazionale a sostegno di queste ragazze. E’ stata una vera e propria gara di solidarietà: chi ha fornito i caschi, chi le bici, chi addirittura ha istituito borse di studio per permettere a queste ragazze di andare all’università. L’Evam (stabilimento valdese per l’accoglienza dei migranti, ndr), a Losanna, è stato messo a disposizione per assicurare la loro integrazione nello stile di vita occidentale”. Per la cronaca, ha vinto Fariba Hashimi, seguita dalla sorella maggiore Yulduz Hashimi e da Zahara Rezayee, tre ragazze arrivate in Italia ad agosto del 2021. Subito dopo è stata reclutata da una squadra israeliana, mentre Yulduz la seguirà l’anno successivo. Per loro si apriranno le porte per il Tour de France. Una duplice vittoria ma oggi chi ha vinto è lo sport ma soprattutto tutte le donne afghane, anche quelle che sono rimaste a Kabul. Quelle che sono state costrette a rinunciare ai loro sogni, a restare chiuse in casa, in attesa di essere date in mogli a chissà chi. Ribellarsi significa essere picchiate o uccise. Milena Bergantin diceva che “Se una lacrima fosse attraversata da un raggio di sole si formerebbe l’arcobaleno.”. Questi campionati potrebbero essere un piccolo raggio di sole. Speriamo sia in grado di spazzare le nuvole e ci permetta di rivedere l’arcobaleno.

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