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Amor Patrio o amor proprio?

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di LAURA FANO

Dopo anni di governi non eletti dal popolo, le scorse elezioni del 4 marzo ci avevano dato l’illusione di avere finalmente dei rappresentanti eletti democraticamente in quello che si suppone, ancora, essere uno Stato democratico.

 

 

 

E invece? Quelle elezioni tanto sospirate ci hanno consegnano un Parlamento senza una maggioranza chiara.

Nonostante le dichiarazioni dei Pentastellati e della Lega, nessuno ha ottenuto – di fatto – i numeri per governare da solo. E’ stato perciò necessario, anche per via dei continui veti incrociati, tentare faticosamente un accordo post-elettorale per dar vita a un esecutivo.

Per settimane, tra una consultazione e l’altra, si sono rincorse ipotesi sulla formula politica più adatta per uscire dall’impasse: chi auspicava un governo del Presidente, chi di scopo, chi ne prefigurava uno di larghe intese o ancora di unità nazionale. Opzioni a cui se ne possono aggiungere altre, più o meno bizzarre, tipiche del gergo parlamentare: dal governo tecnico a quello “a termine”, dal governissimo a quello istituzionale, dal governo di decantazione a quello balneare o di transizione. Un po’ come al gioco dell’oca, dove però tutti i concorrenti sono fermi sulle loro caselle, sperando che l’avversario tiri male i dadi e faccia un passo indietro.

Fatto sta che a 60 giorni dalle elezioni politiche, lunedì sera la situazione si è finalmente sbloccata: il Presidente Mattarella ha tristemente annunciato ai partiti, dimostratisi incapaci di farne uno loro, la sua intenzione di formare un “governo neutrale” – un termine mai usato nella storia della Repubblica e necessario probabilmente per via dell’impossibilità di utilizzare termini stracotti come “governo tecnico”, già ampiamente screditato presso l’opinione pubblica – composto da persone non ricandidabili con scadenza a fine anno, nel tentativo di superare la profonda crisi politica in corso e approvare una legge di stabilità che eviti l’aumento automatico dell’IVA e delle accise e il rischio di una speculazione sui mercati contro un Paese troppo a lungo senza guida, e che consenta di contare qualcosa quando a giugno in Europa si deciderà su questioni cruciali come i migranti.

Il “governo neutrale” di Mattarella, però, prima ancora di nascere e avere un capo e dei ministri ha già la vita dura. Soltanto il PD e alcune formazioni minori hanno annunciato che gli voteranno la fiducia, mentre centrodestra e Movimento 5 Stelle hanno dichiarato che voteranno contro e, con l’eccezione di Forza Italia, hanno tutti chiesto elezioni anticipate alla prima data utile, indicata da molti come il 22 luglio, in piena stagione estiva, sperando in un ballottaggio tra i partiti maggioritari con conseguente premio finale in stile Grande Fratello. E c’è da chiedersi con quali prospettive…

Nel frattempo, i leader vincitori, determinati a non mollare la poltrona, hanno chiesto ancora ventiquattro ore per raggiungere una possibile intesa, al cui scoccare senza esito Mattarella poi darà il via al “suo” governo di tregua senza guardare in faccia nessuno.

E che alla fine a prevalere sia stato un governo del Presidente piuttosto che un’intesa tra opportunisti poco importa: quel che sta accadendo al nostro Paese non è certo una bella cosa, perché quando la politica abdica essa ha esaurito il proprio lavoro. E sembra proprio che dalle nostre parti la politica sia morta da un pezzo.

I cittadini votano, giustamente, per avere un governo che sia rappresentativo della volontà popolare, non certo per ritrovarsi tecnici che neppure hanno mai sentito nominare che decidano per conto proprio le sorti della gente, né tantomeno per il gusto dell’agonismo delle primedonne sul trono di cui questo Paese sembra abbondare, e non certo per soddisfare le ambizioni personali dei leader di partito.

La politica è un affare serio, in politica si gioca con e per il bene comune e di quel che si fa o non si riesce a fare si deve dar di conto ai cittadini. Nessuno tra i protagonisti di questa tornata elettorale può ritenersi immune da colpe. Ciascuno dei tre schieramenti maggiori non ha avuto i parlamentari necessari per formare un governo, eppure nessuno dei tre è riuscito pacificamente ad allearsi con un altro per ottenerli, vuoi per colpa di Dudù, vuoi per colpa di Renzi. Quelli che hanno preso molti voti avevano la responsabilità di accettare dal principio gli inevitabili compromessi che proprio la politica impone, per far nascere un governo di coalizione; e quelli che di voti ne hanno presi meno, anziché collaborare nell’interesse del Paese hanno pensato solo a mettersi di traverso per dimostrare che gli elettori si erano sbagliati nel non confidare ancora una volta nel loro operato.

Tutto questo non solo non è politicamente corretto, ma non è neppure rispettoso nei confronti degli italiani che proprio da questi signori dovrebbero essere dignitosamente rappresentati, avendoli pure votati, dopo anni di governi tecnici e di politica di sfacelo.

Che con queste elezioni si sia regalato il potere agli incompetenti? O piuttosto, il minuetto cui stiamo assistendo è il frutto avvelenato della rottamazione? L’effetto, neppure troppo collaterale, di un’epoca votata al rinnovamento a tutti costi?

Le capacità sono diventate una colpa, l’inesperienza un valore aggiunto. È la rivincita degli incapaci, verrebbe di dire; di coloro i quali hanno perso valori, figure di riferimento, ideali significativi e modelli di bene comune. I partiti non hanno più niente di questo e hanno semplicemente bisogno di fare campagna elettorale sui media e politica, la quale ormai è diventata una professione e non più una vocazione o una missione nell’interesse superiore della res pubblica.

Forse qualcuno dovrebbe ricordare a questi signori il lavoro di cesello fatto nell’immediato dopoguerra tra fazioni politiche opposte, che misero da parte i rancori per dare alla neonata Repubblica un testo di rango elevato. Dovrebbe ricordare loro che il compito dell’Assemblea Costituente fu tanto difficile quanto importante perché al suo interno gli eletti, pur appartenendo a estrazione e sensibilità molto diversi, raggiunsero quel compromesso tra le diverse posizioni che garantì l’equilibrio e un’ampia visione che tenesse conto delle diverse componenti.

Forse qualcuno dovrebbe ricordare agli odierni politici la nascita della carta Costituzionale con cui l’Italia si dotava di un sistema di democrazia parlamentare, come dell’esempio della buona politica dell’Italia che, pur fiaccata dalle atrocità della guerra, ripartiva con maggior tenacia, tenendo conto dei sacrifici e dei morti.

I lavori di quell’Assemblea, protrattasi dal giugno 1946 al dicembre 1947, sono stati sicuramente uno dei risultati più onesti e validi della classe politica italiana in tutta la storia nazionale.

Se a distanza di 70 anni, non siamo più sudditi è solo perché i politici di allora anteposero l’amor patrio all’amor proprio, per dar vita a quella Costituzione democratica nata sulle rovine di una guerra disastrosa, che nel tempo ha affrontato a testa alta tante vicissitudini, dalla ricostruzione della Nazione uscita distrutta dal fascismo, alla stagione del terrorismo e delle stragi mafiose che hanno insanguinato le strade e scosso le fondamenta dello Stato.

Nel corso della storia, lo ha detto lo stesso Presidente “Abbiamo appreso che ci sono momenti in cui l’unità nazionale deve prevalere sulle legittime differenze”, e si è compreso anche «che vi sono momenti che richiamano a valori costituzionali, a impegni comuni, perché non divisivi delle posizioni politiche ma riferiti a interessi fondamentali del Paese.

E’ evidente, tuttavia, che la Storia non sempre si rivela una buona maestra di vita e c’è chi preferisce ignorare i fatti del passato e continuare ad anteporre l’amor proprio all’amor patrio a scapito di tutti noi.

 

Informatico, sindacalista, appassionato di politica e sportivo