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25 settembre 1921: i fascisti uccidono Giuseppe Di Vagno

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di GIANVITO MASTROLEO*

La rievocazione del delitto Di Vagno, dei comportamenti individuali e collettivi degli autori della violenza e dei manovratori occulti dei tragici fatti del ’21, che si conclusero con la generale impunità perché commessi «nell’interesse nazionale», ma anche delle pagine di coraggio dei socialisti di Puglia (e di Sandro Pertini) che portarono alla «revisione» nel ’44, rischia di portare con sé elementi di rottura e di divisione della coesione sociale che il velo del tempo ha assicurato alla comunità nazionale: e che nessuno vorrebbe far riemergere dall’assuefazione a conviverci, piuttosto che dall’oblio, perché non sono stati mai dimenticati.

Più che riprodurre divisioni, infatti, vorremmo consentire all’ormai inoppugnabile verità di adottare i contrasti come fattore di riconciliazione e di rinnovata coesione nazionale, per un forte appello contro la violenza comunque travestita: perché dalla violenza scaturisce altro male, oltre quello arrecato con la violenza stessa.

Giuseppe Di Vagno, una forte personalità, fisica e morale, tanto da essere chiamato ‘il Gigante buono’, fu vittima di una violenza ingiusta: egli che non era che la generosità stessa.

La vita di Di Vagno è quella di un uomo nobile e generoso, che per puro spirito altruistico, si dedica al riscatto delle plebi contadine che da vicino conosceva, al tentativo di liberarle da una società feudale che ad esse non dava se non lavoro segnato da estrema fatica, sfruttamento e miseria.

La sera del 25 settembre del 1921 Di Vagno è a Mola di Bari per un comizio per l’inaugurazione della sezione del partito: una ventina di giovani fascisti del suo paese natale – ispirati da Caradonna – organizzano l’imboscata: dopo il comizio si spara a man salva, viene lanciata una bomba a mano per terrorizzare i passanti.

Di Vagno cade sotto i colpi di pistola sparatigli alle spalle. Morirà il mattino successivo. E fu omicidio volontario, come fu chiaro sin dall’inizio, e come la recente perizia medico legale del prof. Introna chiarisce a sufficienza. E come solo giudici ignavi non vollero ammettere.

Che quell’omicidio fosse volontario non c’erano e non ci sono dubbi, come è stato dimostrato dalla recente ricerca storica promossa dalla Fondazione e pubblicata a cura della Camera dei deputati, solo due mesi fa, nel volume “Il processo Di Vagno. Un delitto impunito tra fascismo e democrazia”

A Potenza e a Chieti, infine, dove rispettivamente si svolsero i processi per revisione Di Vagno e Matteotti si registra la più inquietante analogia tra i due fatti: in entrambi i processi le parti civili, il figlio di Di Vagno a Potenza e la famiglia Matteotti a Chieti, dovranno ritirarsi dalla “parte civile”, consideratane l’inutilità.

Insomma, una autentica generale vergogna, che conferma quanto sia difficile il cammino della giustizia quando la materia è politica, e non solo in tempi di dittatura.

Giuseppe Di Vagno – come ha ricordato Enzo Musco alla Camera il 14 luglio scorso – è stato ucciso tre volte.

La prima quando è stato eliminato fisicamente con l’agguato fascista.

La seconda volta per mano del potere politico dell’epoca che con una arroganza fino ad allora sconosciuta, emanò un’amnistia che legalizzò i fatti anche gravissimi commessi nell’interesse nazionale e rimise in libertà gli assassini.

La terza – meno risalente nel tempo – nel periodo immediatamente successivo al ritorno alla democrazia parlamentare e per mano di altra istituzione dello Stato, la Corte di Cassazione che nel giudicare la conformità a diritto della sentenza della Corte di Potenza che aveva condannato per omicidio volontario gli autori del tragico evento, abusò dei suoi poteri dando una lettura disinvolta del fatto ed applicando in maniera chirurgicamente orientata l’amnistia Togliatti.

In tutte e tre le volte, fossero stati i suoi carnefici o le istituzioni dello stato, Di Vagno è stato colpito in maniera sicuramente premeditata.

Un delitto impunito? Si domanda Simona Colarizi.

Sul piano giudiziario certamente SI’, ma certamente NO su quello della storia. Se a 90 anni dall’assassinio, in varie parti d’Italia e nella Camera dei Deputati, qui nel suo ideale partito, e con grande solennità come avverrà alla presenza del Presidente Napolitano a novembre, si ricorda Di Vagno, vuol dire che giustizia è stata fatta.

Di Vagno come Matteotti si batteva per il riscatto, i diritti e le libertà di masse di contadini; quel socialismo che costruiva organizzazioni, leghe, sindacati, luoghi di aggregazione, che formava amministratori capaci di guidare Comuni e di rompere poteri notabilati e clientelari.

In una parola che dava dignità – come conclude la Colarizi – e piena cittadinanza e apriva le porte delle istituzioni e dello Stato a quanti ancora erano da essi esclusi.

Insomma, quel Socialismo che offriva democrazia.

*Presidente Fondazione Di Vagno

Informatico, sindacalista, appassionato di politica e sportivo