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Punti di vista sulla transessualità: indottrinamento o percorso interiore?

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Immagine di copertina realizzata da Pepito Strozzapreti.

di Alessandro Andrea Argeri

Il tema della transessualità ha trovato spazio solo negli ultimi anni di questo secolo. Sebbene siano tanti gli spunti di riflessione attraverso i quali poter riflettere sull’evoluzione incontro alla quale la nostra società è diretta, tanti sono i tabù ancora in vigore, spesso volutamente. Il diverso spaventa in quanto nuovo concetto a cui gli altri devono adeguarsi, tuttavia non sempre l’adeguamento è un percorso di facile discesa, specialmente se il tutto viene guardato con gli occhi di chi quella discesa la deve percorrere. Vediamola così: è un po’ come buttarsi giù da una rampa ripida con dei pattini a rotelle. Ovviamente bisogna sia saper pattinare, altrimenti ci si schianta, sia essere umilmente consapevoli di non possedere l’ipse dixt, per evitare di incolpare le rotelle. “Ora, uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?” (Giacomo 4,12).

Non credo un cristiano debba essere ostile all’omosessualità. Dio ha fondato il Suo Regno sull’amore, sulla fratellanza, sul rispetto reciproco, inoltre, poiché il Signore è infallibile, non può aver creato “errori contro natura”. Il concetto è più facilmente spiegabile attraverso le parole di Papa Francesco: “il cammino della fraternità e della pace, per procedere, ha bisogno di tutti e di ciascuno. Sentiamoci tutti chiamati a dilatare gli orizzonti, ad allargare i cuori, perché siamo tutti fratelli” in quanto “la profezia ci rende capaci di praticare le beatitudini evangeliche nelle situazioni di ogni giorno, cioè di edificare con ferma mitezza quel Regno di Dio nel quale l’amore, la giustizia e la pace si oppongono a ogni forma di egoismo, di violenza e di degrado”.

Scoprire di essere transgender non è come prendere atto di un test di gravidanza: non si scopre nulla, né ci sono applausi di felicità, almeno nella maggior parte dei casi. Non si compiono scelte “coraggiose” ma solo un lungo percorso di accettazione. Tutto però comincia dalla definizione di transgender, nonché poi di identità di genere. Con il secondo termine si intende la percezione che si ha di sé, della propria identità: al maschile, al femminile, o anche in nessuno dei due casi, vale a dire “non binary”, se si considera il maschile e femminile posti come in un sistema parallelo/ binario, in cui l’individuo può sentirsi nel mezzo.

Con “transgender”, quindi, ci si riferisce a quella dis-congruenza del proprio sesso biologico rispetto a quello percepito. Ad esempio: sulla tavola c’è un panino, agli occhi di un osservatore esterno questo sarebbe composto da olio, pomodoro e un pizzico di sale. Il panino, però, sente di essere caratterizzato da altri ingredienti. Sa, dunque, che la sua “essenza” è composta da altro, di percezioni interiori, le quali possono essere non visibili se non per sé medesimo.

Tale esemplificazione vale anche per le persone: Lucio nasce biologicamente in un modo, ovvero con delle determinate caratteristiche fisiche, tuttavia si vede in un’altra ottica, così agisce di conseguenza, secondo le modalità richiamate dalle proprie sensazioni interiori. Da questa incongruenza però nascono una serie di problemi, specialmente se un soggetto già dall’età infantile, o adolescenziale, comincia a servirsi di pronomi opposti nonché a comportarsi diversamente da quanto richiederebbe la sua “natura biologica”. Chi non si è mai sentito dire: “sono cose da donne e tu non lo sei”, “cosa penseranno gli altri di te vedendoti con quegli abiti?”. Una delle frasi peggiori però, capace di inorridire molti psicologi, ma pronunciata ad altrettanti pazienti, è: “è tutto nella tua testa. Si tratta solo di una fase”.

Invece essere sé stessi non è una fase, né qualcosa di mentale. Si tratta sì, di un cammino di conoscenza interiore originato dalla propria mente, ma dietro nasconde molto altro. Tra le componenti celate, per chi vive tale situazione, è la differenza tra il mondo interiore e quello esteriore, tra chi si è e chi si deve essere, insomma il famoso dubbio amletico dell'”essere o non essere”. Si badi bene come il verbo “dovere” non nasca da una scelta casuale, poiché richiama a quella maschera di cui ci si serve pur di non imbattersi nel giudizio da parte di sconosciuti o, peggio, dei propri cari.

Il giudizio è un principio di natura, ossia intrinseco nell’animo umano. Un leone non si chiederà mai se cibarsi di carne possa essere scorretto, in quanto agisce secondo il proprio istinto di sopravvivenza. Analogamente l’essere umano adotta tale logica, però al contempo sceglie l’abitudinario, un contesto in cui sente di potersi adattare, un ordine preciso in una realtà sempre pronta a mutare. All’adattamento si accosta il giudizio, diverso dall’opinione siccome si scontra con quella stessa realtà impossibile da plasmare. Con la diversità l’ordine prestabilito viene messo in discussione. L’uomo quindi vuole staticità in un mondo caotico, mutevole, talvolta dalle apparenze rovesciate. Non a caso nel dibattito politico il termine “stabilità” è tra i più usati degli ultimi tempi.

Scritta questa lunga, ma necessaria, premessa, oggi a raccontare la sua storia è Lucio, un ragazzo transgender di 21 anni, il quale ha incontrato molti ostacoli sia nel raccontarsi sia nell’accettarsi in una piccola realtà nel sud Italia.

  • Per cominciare, come hai capito di essere Lucio e cosa hai provato?

Più che capire, si tratta di accettarsi. Nel mio caso è stato un processo difficile sotto diversi punti di vista. Come hai specificato, la mia situazione di partenza è quella di una realtà molto ristretta: un paesino di 25.000 abitanti e poco più. Ci si conosce tutti, e questo influisce molto sulla tendenza a dare nome alle cose.

  • In che senso “dare nome alle cose”?

Significa conoscerle. Se chiedessi ad alcuni cosa vuol dire ‘transgender’, molti si servirebbero di termini poco felici per descrivere ciò che sto vivendo. Queste persone non conoscono sia l’esperienza di per sé nel vivere in un corpo che non si sente come proprio, né una definizione. Nel mio caso però è ancora più buffo.

  • Ossia?

Dall’età infantile sentivo una profonda diversità rispetto alle bambine. Non le percepivo come mie simili, bensì come opposte, diverse. Finché il mio corpo aveva fattezze infantili non ho mai badato a questa sensazione, specie per le continue sottolineature da parte della mia famiglia. Quest’ultima tendeva a vestirmi con abiti femminili, a ripetermi che ero una bambina, il loro orgoglio. “Devi essere quello!”, un po’ come la monaca di Monza! Giacché non volevo deludere le loro aspettative, tendevo ad essere assertivo, malgrado a carnevale un costume da limoncello, cagnolino o poliziotto avevano molto più fascino rispetto ad uno da principessa. Tutto però cambia a partire dal menarca, il primo ciclo.

  • Il primo indice di diversità?

Esattamente. A partire dal menarca, nel caso di una persona nata come me, biologicamente al femminile, il corpo si trasforma e diventa uno sconosciuto. Non si tratta solo di un rapporto psico-fisico tipicamente da ristabilire con l’avvento dell’adolescenza, ma di una gabbia da cui non si può sfuggire. Il mio corpo comincia a sfuggire al mio controllo, il grasso si localizza nelle zone interessate, la mia voce cambia e agli occhi dei miei amici io divento un “opposto” e non un “simile”. Si ha quindi l’inizio di un disagio, riferito ad un corpo pesante, che grida “errore”. Un disagio per molto tempo nascosto, represso.

  • Com’è stato il tuo percorso di accettazione?

Difficile. Ad infierire era la mia famiglia che mi ripeteva quanto fosse “naturale” avere quel corpo così diverso da come avrei voluto averlo, e delle mestruazioni dolorose. Io ero, quindi, giusto secondo la mia natura, e in quanto tale non potevo rifiutarmi. Capita molto spesso che in casi come tali, con un disagio che non ha ancora un nome, il solo pensare di discostarsi da un ordine e ricevere disapprovazione della famiglia, generi senso di vergogna.

  • Quindi non sei riuscito ad esprimerti subito?

Molte persone transgender tutt’oggi percepiscono una profonda difficoltà nell’esporre una disforia prima a livello fisico, nel chiedere aiuto proprio per i molteplici “no” ricevuti. Tutti quei “no” esterni si trasformano in “no” interni, generando ulteriore vergogna che, come nel mio caso, ha portato ad infliggermi male fisico per cancellarmi. Dalle ore in palestra per perdere quelle forme “femminili”, a diete assurde, fino ad atti autolesionistici. Il tutto racchiuso nella tipica frase: “Lo psicologo è per i pazzi. Passerà, è tutto nella tua testa”. Proprio per mancanza di empatia, per una importanza così sottovalutata della figura dello psicologo, sorge una depressione molto forte.

  • Ed è lì che hai trovato un nome al tuo disagio?

Magari. Il nome ha cominciato a sorgere in relazione alla sfera sessuale. Mettere a nudo il proprio corpo significava, per me, dover adempiere ad un “ruolo”, ossia quello di ragazza. Proprio per i “no” ricevuti, si tende molto a fingere, per soddisfare quell’immagine che gli altri hanno di te. A lungo andare però, mentre la mente continua a negare, il corpo invia segnali innegabili. Ho capito di voler abbandonare quella maschera quando, guardando il mio ex partner gli ho detto di desiderare essere ardentemente come lui a livello fisico. Ho smesso di negare, di reprimere. Cercando su internet delle informazioni ho scoperto ciò di cui avevo bisogno: non era tutto nella mia testa, né una malattia. La risposta ero io, nella mia essenza.

  • Uno dei pochi casi in cui cerchi i sintomi su Google, ma internet ti dice che non hai una malattia! E poi cos’è successo?

Quello che succede a molte persone come me: vergogna di accettare la verità. Discostarsi dalle aspettative altrui non è semplice, ma neanche impossibile. Ci si rende conto che partendo da quella vita passata, in cui ci si è trovati stretti, il dovere di fingere viene accartocciato, che la libertà è possibile, anche dinanzi a tanti muri. Nel mio caso, seppur mia madre non mi abbia gridato contro, il muro più grande è stata la sua reazione. Ha riso per un attimo, dicendo ancora una volta che era tutto nella mia testa e che avevo bisogno di aiuto.

  • Ma col tempo è cambiato il suo modo di vederti?

Tutt’oggi lei mi vede come quella figlia che ha tanto voluto, come la bambina e non il bambino frutto del suo amore. Ma ciò che lei mi ha insegnato implicitamente è la pazienza dell’attesa: i genitori cresciuti secondo modelli educativi arretrati hanno bisogno, come noi, di accettare una notizia come questa. C’è chi per amore sceglie di comprendere, chi non si mette in discussione.

  • E quindi poi hai scelto la transizione. Come funziona?

La transizione prevede quattro fasi fondamentali, ma molto soggettive da persona a persona. Si parte con la terapia psicologica-psichiatrica, che può essere avviata mediante servizio pubblico o privato. Basta rivolgersi presso un centro abilitato alla disforia di genere, trovabile dal sito info trans, con tutte le zone associate al servizio interessato. Nel caso del barese è possibile contattare il policlinico tramite email, ponendo come testo il nome, anagrafico o scelto da sé, cognome, contatti e richiesta del servizio di disforia di genere. Si verrà richiamati e messi in lista d’attesa, per poi avviarsi alle sedute che prevedono colloqui in cui ci si racconta e si eseguono test.

  • E al termine dei test che succede?

Terminate le sedute si ottiene una relazione in cui si conferma la presenza di disforia di genere. mentre con il servizio pubblico i tempi per ottenerla saranno più lunghi, con il privato molto più ristretti. Ovviamente l’urgenza di ottenere una relazione non deve spingere a mentire allo psicologo: dubbi, paure, sensazioni passate che ritornano, devono essere esposte, perché a quel punto non è più il tempo di vergognarsi. Si passa quindi allo step 2.

  • È uno step obbligatorio?

Da che io sappia non esattamente. Alcune persone si sentono del sesso opposto e non sentono la necessità di cambiare i propri connotati fisici. Lo step in questione è la terapia ormonale, presso un endocrinologo che affronta casi di transizione. Nel caso di una persona “FtM” “female to male”, l’ormone somministrato sarà il testosterone. Per una “MTF”, “male to female”, gli estrogeni. Tali ormoni vengono forniti a seguito di esami prescritti dall’endocrinologo, al fine di cominciare una “TOS”, terapia ormonale sostitutiva, con un paziente stabile fisicamente.

  • E all’altro paziente, al donatore, che succede?

Non viene lasciato alla deriva, dal momento in cui secondo un periodo trimestrale vengono stabilite delle sedute per monitorare la reazione del corpo all’ormone. In caso positivo si continua. Diversamente si cambia dosaggio e si sceglie un’altra modalità. Il T. viene generalmente prescritto tramite iniezioni o applicazione con gel, in base alle preferenze del paziente.

  • Se a un paziente capitasse di cambiare idea a processo avviato, potrebbe?

La TOS può essere sospesa nel momento in cui quei cambiamenti generati dall’ormone che si assume fanno insorgere un disagio emotivo. Si ha la de-transizione, che riporta il soggetto ad un aspetto simile, ma non del tutto, a quello di partenza. Generalmente per poter richiedere la rettifica dei documenti, ovvero il cambio nome, è opportuno aver svolto una terapia ormonale per un arco di un anno, in modo da aver sperimentato la vita del sesso a cui si sente di appartenere. Per ragazze “MtF” saranno necessari dei trattamenti che da una parte blocchino il testosterone e dall’altra introducono estrogeni.

  • Quali sono i principali cambiamenti che si notano?”

Nel caso di un FtM si parte con l’aumento della massa muscolare, una riduzione del seno dovuta ad una delocalizzazione del grasso. Significa che il seno diminuisce, giacché il grasso corporeo si sposta sul ventre. Anche in tal caso è tutto direttamente proporzionale al proprio corpo. Le corde vocali diventano più spesse e ad alcuni cresce il pomo d’Adamo. Si ha la possibilità di una peluria maggiore e più scura, che crescerà anche all’altezza dei baffi e della barba. Questa fase però richiede più mesi. A livello comportamentale sorge un aumento della libido associato ad una ipertrofia clitoridea. Il clitoride si allunga fino ad un massimo di 7-10 cm, comportando un aumento della sensibilità.

  • Problematico (ride, ndr.)?

Cercare una posizione che non la risvegli sarà come fare una partita a twist, scoprendo nuove e possibili posizioni valide.

  • Per le ragazze “MtF” invece?

Per delle ragazze “MtF”, al contrario si avrà un calo della libido, stavolta potrete essere voi ad usare la scusa del mal di testa (ride di nuovo, ndr.)! Inoltre sono previsti forti sbalzi d’umore, crescita anche minima del seno, assottigliamento delle corde vocali, sulle quali si potrà intervenire anche con esercizi specifici o interventi, e impossibilità di eiaculazione. Anche in tal caso si tratta di reazioni soggettive al trattamento.

  • Poi tocca al nome. Qual è la procedura?

Esatto. Anche in tal caso, grazie ad info trans è possibile scoprire quale avvocato/tessa si occupa del procedimento di rettifica anagrafica. Come sempre si tratta di una fase le cui tempistiche sono molto variabili. Ottenuto colloquio con l’avvocato sarà lui a spiegarvi l’itinerario da percorrere da un punto di vista legale, specie per il libero patrocinio. Quest’ultimo prevede, per chi nelle tasche al posto dei soldi ha mosche volanti, di ridurre del tutto i costi legali. A seguito di vari colloqui con il giudice e una documentazione necessaria richiesta, sarà possibile ritirare i nuovi documenti. Per chi lo ritiene necessario attuare degli interventi riguardo i genitali, dalla costruzione dell’organo riproduttivo maschile, a quello femminile, dalla rimozione del seno e di utero e tube di falloppio, all’aumento del seno. Si tratta di procedimenti facoltativi.

  • Ma non hai paura ad intraprendere un percorso così?

Certo che ho paura! I timori sono tanti: dal sentirmi ancora una volta dare del confuso, ad un corpo che non reagisce bene alla “TOS”, ad una famiglia che mai mi accetterà. La paura, per ogni passo cruciale nel cammino della propria vita è necessaria. Ma la maturità sta nell’attesa che questo percorso implica, sia nei cambiamenti dovuti agli ormoni che non sono immediati, così come il raggiungimento stesso del traguardo che da una vita si insegue.

  • Allora cosa ti spinge a superare la paura?

Il concetto alla base della transizione, ma di ogni situazione, è vivere secondo un principio di benessere. Non importa chi dobbiamo essere, ma chi siamo dentro. Contano i nostri sogni, non quelli che gli altri pretendono di conoscere. Nessun corpo, orientamento, lingua o cultura è più giusta dell’altra. Ciò che realmente vale è la voglia di essere felici. E se felicità significa diversità, che così sia! Il progresso nasce anche dalla ricerca del diverso.

  • Temi che il nuovo governo possa ledere i tuoi diritti, o c’è molta paura infondata?

Più che ledere direi di partire dal dovere di riconoscerli. Al di là dell’orientamento o dell’identità di genere, siamo tutti esseri viventi che vivono in uno stato da cui essere tutelati. Il senso dello Stato sta proprio nell’applicare quei diritti che spettano all’individuo, che fanno parte della sua identità di cittadino. Definire “contro natura” un individuo senza conoscere a fondo le meraviglie che la natura offre è ignoranza. I cavallucci marini “maschi” si occupano della gestazione e del parto, alcune specie sono in grado di cambiare i loro organi genitali sulla base dell’ambiente in cui si trovano. Sarebbe contro natura, o meglio dire controsenso, non documentarsi su cosa la natura mostri, e attribuire visioni frutto di un patrimonio culturale da svecchiare ad una generazione che esige cambiamento.

  • Perché allora non c’è una concreta evoluzione del dibattito?

Alcuni parlano di “eterofobia”: io direi solo paura di aprire gli occhi sulla bellezza della diversità. Riconoscendo la bellezza della diversità, e al contempo della parità di dignità di ciascun valore, si rappresenta il diritto più importante fra tutti: la vita. Perciò rispondo che la paura di una mancata rappresentazione non è infondata, specie a causa di una serie di discorsi avuti in Parlamento da parte di “giustizieri della verità umana”.

  • A chi parla di indottrinamento e di manipolazione mentale alla base della transizione, cosa ti senti di rispondere?

Rispondo che non c’è alcuna manipolazione. Nessuno mi è venuto a tartassare su guide facili e veloci all’”ideologia gender”. Al contrario, sono cresciuto in una famiglia fortemente cattolica che mi ha insegnato a recitare a memoria le preghiere ancor prima di capire cosa fosse la religione. L’importante è che ci sia sempre una seconda via da considerare. Tralasciando la mia concezione di fede come scelta, frutto di un sincero bisogno interiore spirituale, la manipolazione è altra, è dote di coloro che vogliono indirizzare il parere di altri nel giudicare una cosa che riguarda la sfera intima di terzi; è stabilire l’esistenza di una verità assoluta rispetto ad un mondo formato da tante dimensioni relative. Si è parlato di “indottrinamento” e di “bisogno d’attenzione” per definire comportamenti di persone transgender. Però non c’è alcuna dottrina più pericolosa di quella che giustificha la violenza. L’Italia nasce come nazione dal disperato tentativo di unità politica, civile, ideologica e linguistica. Che si evolvano le menti, e non l’odio. Per quello bastano i treni in ritardo!

  • Però è innegabile uno scetticismo generale di una certa ideologia che ha portato all’estremizzazione, alla cancel culture, a tentativo di cancellazione della cultura e dei nostri stessi valori occidentali. In Inghilterra vogliono addirittura censurare Shakespeare, ne ho parlato in un articolo del 22 agosto, quando la vita del Nobel Rushdie venne attentata da degli estremisti islamici. Qual è il tuo parere in merito?

Chi osteggia la manipolazione vive per una visione uniforme della vita, per l’ignoranza, abbattimento del diverso. Shakespeare portava in scena opere teatrali con personaggi femminili interpretati da uomini, si serviva di termini osceni nelle sue opere. Qualcuno dica, oggigiorno, che Shakespeare è contro natura. Chi vede ignoranza già starà spulciando possibili etichette da attribuirgli. Chi, al contrario, vede maturità, riesce a vedere la celebrazione della bellezza dell’essere umano e dell’arte. Siamo un paese di giudici, polemici, stressati e facinorosi. Perché invece di parlare di ideologia non si comprano scatole di camomilla? Ad alcuni gioverebbero.

“Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” (maestro) dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli.” (Matteo 23)

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