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Inchiesta

“Vita da fuorisede”. Opinioni e retroscena di una vita universitaria nel barese.

Assieme ai pendolari, i fuorisede costituiscono la maggioranza della popolazione studentesca dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Ma com’è la “vita da fuorisede”? Francesco e Alessio, nomi d’invenzione, il primo ventun anni, originario di Agrigento, il secondo diciannove, proveniente da Montalbano Jonico in provincia di Matera, ce ne parlano in questo reportage tra dormitori, trasporti pubblici, lezioni, associazioni e socialità.

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In copertina, l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro (Wikimedia Commons, dominio pubblico).

di Alessandro Andrea Argeri

Già in precedenti articoli ci eravamo occupati del tema università. Avevamo parlato della necessità di creare a Bari una “città universitaria” fornita dei servizi necessari per colmare il divario nei confronti degli atenei del nord Italia, così come dell’importanza di finanziare l’università pubblica per poter usufruire di una didattica di un sempre più alto livello. Questa settimana Francesco e Alessio ci raccontano opinioni e retroscena di una vita universitaria nel barese.

  • Innanzitutto, che ne dite di presentarvi?

Francesco: <<Sono Francesco, vengo dalla Sicilia, Agrigento precisamente, frequento lettere moderne al secondo anno e attualmente risiedo nella residenza universitaria Renato Dell’Andro.>>
Alessio: <<Sono Alessio, vengo da Montalbano Jonico, in provincia di Matera. Quest’anno risiedo nel collegio universitario Renato Dell’Andro e frequento il secondo anno di lettere moderne.>>

  • Come sono gli alloggi universitari?

Alessio: <<Ho vissuto in due collegi diversi: uno è la residenza Angelo Fraccacreta, mentre l’altro è quello attuale, il Renato dell’Andro. Dalla mia esperienza, i collegi universitari sono generalmente diversi l’uno dall’altro: da un lato, ci sono servizi migliori in un posto rispetto che in altri, mentre dall’altro ci sono punti deboli da non sottovalutare. Il Fraccacreta, per esempio, è di sicuro il migliore dal punto di vista delle camere, in quanto hanno scrivanie con sedie d’ufficio molto confortevoli e mobili ammodernati, mentre il Dell’Andro si può dire che è fermo a trent’anni fa. Passando al cibo, la mensa del Fraccacreta è sotto ogni punto di vista decine di volte peggio rispetto al Dell’Andro, dato che si mangia quotidianamente carne cruda, cibo surgelato o con insetti dentro il piatto o altre cose ben peggiori, cosa che al Dell’Andro, almeno per ora, fortunatamente non sono successe; non è gourmet, ma in confronto è un hotel a cinque stelle rispetto al Fraccacreta. Al Dell’Andro, inoltre, a differenza del Fraccacreta, è più facile socializzare: gli spazi in comune sono direttamente proporzionali alla possibilità di incontrare nuove persone, soprattutto perché l’ambiente offre anche quella sensazione di spazio e di ritrovo.>>

Insetti nel cibo. Immagine fornita dal ragazzo da cui provengono le relative dichiarazioni.
Carne cruda nel cibo. Immagine fornita dal ragazzo da cui provengono le relative dichiarazioni.
Insetti nel cibo. Immagine fornita dal ragazzo da cui provengono le relative dichiarazioni.

Francesco: <<Questo per me è il primo anno in una residenza universitaria, quindi data la mia poca esperienza in merito non posso usare metri di paragone con altri collegi, ma per quanto riguarda il Dell’Andro confermo quanto affermato da Alessio.>>

  • Avete frequentato lezioni in modalità mista, ovvero didattica a distanza (dad) e presenza?

Francesco: <<Sì, la mia generazione è stata la prima a fare la dad alle superiori e a vivere i disagi portati dai lockdown, quindi in un certo senso ero già abituato e così l’ho fatto anche all’università quando c’era la modalità mista, non potendo frequentare dal vivo per la distanza da Bari ed essendo pure un soggetto fragile. Su di essa ci sono pro e contro. Per chi non ha la possibilità di seguire in presenza è una buona soluzione, ma la connessione dell’università funzionava male, per cui le riunioni tendevano ad interrompersi sempre; inoltre, alcuni professori non sanno usare molto bene il computer, mentre alcuni persino discriminavano e continuano tuttora a discriminare chi segue in dad. Si crea come una sorta di connessione monodirezionale: il professore parla e l’alunno diventa passivo, creando l’idea che ci siano alunni migliori di altri solo per il modo in cui fruiscono delle lezioni. Ad esempio, un professore non avviava nemmeno le riunioni, perché aveva sempre problemi tecnici o tendeva a scordarsene, mentre altri la vedevano come una possibilità sfruttandone tutte le potenzialità; infatti, la DAD dimostra la capacità da parte di un docente di fronteggiare situazioni anche complicate mostrandone anche la capacità di confronto con gli studenti.>>

Alessio: <<Anch’io ho vissuto, purtroppo, quello che è stato di gran lunga il momento più duro per tutti gli studenti, così come anche per i professori indiscussamente. Sinceramente, la mia esperienza con la dad è stata particolarmente ardua, dato che personalmente abito in un luogo molto isolato dal centro abitato e dove la connessione era tutto tranne che efficiente; oltretutto non ho posseduto per tutti gli anni di lockdown neanche i dispositivi adatti per la dad, ritrovandomi a fare uso di un vecchio e lentissimo cellulare. A mio modesto parere, la dad potrebbe essere davvero un’ottima cosa, se fosse però sfruttata nel modo corretto, altrimenti si trasformerebbe, come è effettivamente successo, nello strumento più infernale con cui lo studente dovesse avere a che fare.>>

  • Sono distanti gli alloggi dall’università?

Entrambi: <<Ni. Ci sono alloggi più vicini e alloggi più lontani, dipende da dove ti assegna l’Adisu e dove si trova la facoltà di riferimento. Il Dell’Andro dista quattro chilometri dall’ateneo, è vicino allo stadio, mentre il Fraccacreta si trova sul lungomare, dieci-quindici minuti a piedi.>>

  • È possibile chiedere un cambio di alloggio se ci si trova troppo lontano?

Entrambi: <<Sì, bisogna tuttavia trovare un’altra persona del tuo stesso anno nel collegio dove ti vuoi trasferire che voglia fare il cambio al contrario, cosa che è molto difficile, soprattutto quando l’altro collegio è localizzato in una posizione vicina e il proprio in una lontana.>>

  • Ci avete provato?

Entrambi: <<Sì, ma è davvero molto difficile trovare una persona dall’altra parte disposta a cambiare.>>

  • Per spostarvi e raggiungere l’università, avete riscontrato problemi con i mezzi a Bari?

Entrambi: <<No, è solo questione di abitudine con le linee urbane. A Bari città, infatti, ci sono molte linee cittadine e sono ben distribuite durante l’arco della giornata.>>

  • E con la famiglia come fate? Tornate a Natale?

Entrambi: <<Sì, anche perché i collegi universitari sono chiusi durante il periodo natalizio.>>

  • Difficile tornare a casa?

Francesco: <<Per tornare ad Agrigento viaggio in bus, soprattutto perché è più economico rispetto l’aereo e più veloce rispetto il treno. Si tratta di un viaggio della speranza che dura 12 ore, ma che in caso di imprevisti può arrivare a durare anche 17 ore. Solitamente parto da Bari, in via Capruzzi alle 21.00. Viaggio durante la notte e arrivo ad Agrigento la mattina dopo. All’inizio è stressante, ma poi ci si abitua.>>

Alessio: <<Con il bus ci metto circa un’ora e tre quarti per arrivare a casa, sempre se tutto va per il meglio. Il viaggio è davvero confortevole, se non fosse per il fatto che si ferma appena dopo l’uscita della statale in un luogo sperduto e molto pericoloso, soprattutto di notte.>>

  • Se non aveste avuto l’alloggio, come avreste fatto?

Entrambi: <<Non saremmo venuti all’università; purtroppo non abbiamo la possibilità di permetterci una casa in affitto, a maggior ragione a causa del notevole aumento dei prezzi.>>

  • Avete provato a cercare casa?

Francesco: <<Ho provato a cercare casa, ma non ho trovato nulla, o perché non c’erano o perché gli affitti erano troppo costosi, o molto spesso non affittano agli studenti. Gli affitti sono veramente alti, per un monolocale mi hanno chiesto tra i 500 e i 650, senza mobili. Per il bilocale invece chiedono circa 500 in comune, quindi non cambia niente, in sostanza.>>

Alessio: <<Sinceramente non ci ho nemmeno provato; ho sperato mi dessero l’alloggio. Insomma o la va o la spacca.>>

  • Perché avete scelto Bari come università?

Alessio: <<Da me ne parlavano benissimo, come la migliore università del sud, un’eccellenza.>>

Francesco: <<Soprattutto perché ho degli appoggi a Bari e poi perché ho avuto cattive esperienze con le università siciliane. Mi sono ritrovato a non poter accedere ai test di ammissione per un errore di comunicazione della segreteria, che non ha in nessun modo provato a porvi rimedio, ed in seguito mi sono iscritto presso un altro ateneo siciliano in cui venivo discriminato per i miei studi liceali che non corrispondevano all’indirizzo a cui ero iscritto. Dopo questi incidenti di percorso mi sono iscritto a Bari sapendo di avere qualcuno su cui poter contare.>>

  • Quali sono le difficoltà più grandi di un fuorisede?

Entrambi: <<Sono soprattutto di natura economica; infatti, fin quando non arriva la borsa di studio dobbiamo vivere a nostre spese. Ti dicono che ti danno una borsa di studio per sostenerti ma di fatto bisogna sbrigarsela da soli. Non perché siano pochi i soldi, ma perché non arrivano. Fino a dicembre del primo anno addirittura la mensa va pagata a proprie spese; poi ti rimborsano, ma con tempi molto lunghi. Poi, ovviamente, può essere un problema anche il doversi ritrovare a dividere lo spazio con i coinquilini che hanno abitudini diverse, e modi diversi di prendersi cura della stanza.>>

  • A luglio di quest’anno l’Uniba ha bloccato le carriere universitarie a chi era in ritardo con i pagamenti. Un’associazione ha protestato gridando alla “lesione del diritto allo studio”. Voi che ne pensate?

Entrambi: <<Noi non abbiamo avuto problemi, anche perché siamo nella no tax area. Secondo noi è stata una scelta sbagliata bloccare le carriere universitarie, perché può capitare che uno abbia il reddito sopra i venticinquemila euro ma ha più spese e quindi non riesce a pagare in tempo. Si potrebbe proporre un periodo massimo di tolleranza, tipo 3 mesi, per pagare le tasse arretrate.>>

  • Credete che l’università sia troppo politicizzata per affrontare in modo sano i dibattiti sul benessere degli studenti?

Entrambi: <<Ci sono gruppi che espongono molto il loro pensiero politico, in modo anche molto estremo, e questo ovviamente non va bene. I moderati magari ci sono, ma la base resta violenta. La presenza di schieramenti politici è utile, ma non deve influenzare l’approccio delle organizzazioni studentesche, che non devono fare pressione agli studenti per ricevere consensi. Ad esempio, il 6 e 7 dicembre dello scorso anno, in occasione delle elezioni del senato accademico, c’è stato un episodio che ha visto entrambe le associazioni studentesche fare forti pressioni per ottenere voti; ci sono stati modi di fare molto ingiusti e antipolitici di per sé, perché il voto è una scelta libera, non una forte pressione psicologica. Il fine primo dovrebbe essere quello di accompagnare lo studente universitario verso un percorso il meno incidentato possibile, non ottenere un consenso che poi si rivela sterile.>>

  • Voi cosa migliorereste dell’Uniba?

Francesco: <<Proporrei di renderla più accessibile dal punto di vista del piano di studi, molti programmi propongono libri che non sono nemmeno più in commercio, ad esempio siamo arrivati a dover spendere 80 euro per un libro. Inoltre c’è un problema architettonico che non favorisce gli studenti disabili.>>

  • Ovvero?

Francesco: <<Ad esempio ci sono i montascale che non vengono mai utilizzati, quindi le persone in carrozzella devono usare l’ascensore, ma talvolta le carrozzelle non entrano neanche negli ascensori. Inoltre proporrei ai docenti di rendere gli studenti più partecipi, sono pochi quelli che favoriscono confronti e dibattiti costruttivi, la maggioranza si limita alla lezione frontale in cui ci danno nozioni su nozioni senza farci interagire.>>

Alessio: <<Io mi sento di aggiungere il problema dell’igiene. I bagni sono sporchi, e c’è molta polvere nelle aule, per chi è allergico non è il massimo. Quest’anno poi hanno organizzato malissimo gli spazi. Andare all’AncheCinema per esempio, in Corso Italia, è un enorme disagio, a maggior ragione a causa dell’aggiunta di un nuovo corso di laurea e per la ristrutturazione dell’aula più grande che l’ateneo possiede. Il tutto avviene mentre alcune aule non vengono utilizzate, oppure vengono usate aule troppo piccole affinché possano entrare tutti, o addirittura senza supporti per prendere appunti.>>

Sulla vita universitaria, concludiamo col pensiero di Lucio, vent’anni, studente frequentate lettere moderne all’Uniba.

Tra quelle corse giornaliere alla Usain Bolt, alle lezioni stancanti e pasti fugaci, la vita universitaria è uno stile di vita perfetto per gli amanti della frenesia e movimento. Una vera palestra per il corpo e la mente!
Organizzazione, pazienza e gestione economica diventano i mantra fondamentali per un percorso che di aiuti ne prevede ben pochi. Da quelle agevolazioni che il liceo fornisce, con prove orali e scritte frequenti e possibilità di socializzazione elevata (o forzata), ci si ritrova catapultati in un mondo del tutto diverso, labirintico e caotico.
In questo mondo, però, a predominare spesso è la fama di crediti o punteggi a cui tutti sembrano ambire, una degradazione delle lezioni alla difficoltà di studio ad esse associate. Gli studenti sembrano perdere interesse verso l’ascolto, e i professori diventano fautori di una comunicazione unidirezionale, come fossero degli oratori greci.
Insomma, ci si aspetta che l’università si muova per noi, che si sfoltisca ed esemplifichi: come leggere la recensione di un libro ancor prima di acquistare quest’ultimo! Si pretende, superbamente di studiare poco e di ricevere il massimo riconoscimento.
Ma in verità la vita universitaria, che sia fuori sede, pendolari o abitanti interni, è come una lezione di cucina cinese impartita da un americano estremamente patriottico. Una comunicazione del tutto complessa, su canali, stili di vita del tutto eterogenei, su linguaggi sconosciuti ma non così diversi come potrebbe ad un primo occhio sembrare.
Perché, seppur il paragone gastronomico renda in parte questo “taglio del cordone ombelicale” a cui ci si deve sottoporre, la scoperta dell’autonomia, della conoscenza di nuovi colleghi e il piacere dello studio di nuove discipline, diventa una portata estremamente accattivante.
E sebbene il portafoglio per alcuni fuorisede gridi “polvere, povertà e ragnatele”, si sà che la vita universitaria, nel bene o nel male, non solo consente con quei suoi aneddoti curiosi di sottrarsi alle domande scomode dei pranzi di famiglia; ma di essere protagonisti attivi della propria vita, come in un manuale di self-help verso la costruzione di un nostro mondo interiore in cui la speranza di siti universitari più agevoli, chissà, potrà
realizzarsi.

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Mi pongo delle domande. No, non sono un filosofo.