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Editoriale

Per salvare la giustizia ci voleva Matteo Messina Denaro

Dopo l’arresto del super latitante il Governo non toccherà le intercettazioni per mafia e terrorismo. Saranno cancellate solo per tutti gli altri reati. Intanto Nordio continua a trattare i magistrati con lo stesso astio con cui dovrebbe affrontare i delinquenti. Il comico consiste nell’avvertimento del senso del contrario, eppure il ministro della Giustizia non è esilarante.

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Wikimedia Commons, dominio pubblico
In copertina, il ministro della Giustizia Carlo Nordio al momento del giuramento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Wikimedia Commons, immagine di dominio pubblico)

di Alessandro Andrea Argeri

Avete letto bene: l’arresto di Matteo Messina Denaro potrebbe aver salvato la Giustizia italiana, almeno in parte. Dopo la cattura del super latitante il Governo ha deciso di non togliere le intercettazioni per mafia e terrorismo. Insomma ci voleva un super latitante per convincere la politica, tranne Nordio ovviamente, molto sensibile alle oscillazioni dei consensi, nonché consapevole dalla pericolosità delle intenzioni dell’attuale Guardasigilli. Ora resta solo da convertire i propagandisti, ovvero chi sarebbe pronto a negare persino il proprio nome pur di difendere il padrone prescritto.

Ovviamente l’arresto dell’ultimo “capo dei capi” ha generato molte polemiche. La dinamica è la stessa raccontata da Baiardo a Giletti due mesi prima a Non è L’Arena. La vicenda apre ovviamente degli interrogativi: l’arresto di Matteo Messina Denaro era stato concordato? Ora ci sarà lo “scambio” di cui si parla? Soprattutto, chi sarà scambiato? La cattura è arrivata ad hoc con l’entrata in vigore della nuova riforma della giustizia, nonché con i tentativi di riformare l’ergastolo ostativo. Saranno pure coincidenze, ma verrebbe da chiedersi se la trattativa Stato-mafia sia mai finita. (Sulla riforma Cartabia abbiamo parlato qui)

Prima di continuare però è bene introdurre brevemente la figura di Carlo Nordio. Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano l’ha giustamente definito “il p.m. che odia i p.m.”. Effettivamente non si è mai visto un magistrato così tanto in collera con la propria categoria. Nordio odia anche, in ordine: il Codice penale, “è stato scritto da Mussolini, bisogna cambiarlo”; le indagini sui traffici privati dei rappresentanti pubblici, infatti spera di cancellare la legge Severino per poi reintrodurre l’immunità parlamentare; il crimine, “la corruzione non è un crimine”; le intercettazioni, “sono contro la Costituzione devono essere limitate perché i mafiosi non parlano al telefono”; i pentiti di mafia, “non esistono”; la custodia cautelare, “deve essere vietata”; infine è a favore della separazione delle carriere, tuttavia dimentica di essere stato egli stesso sia p. m. sia magistrato.

Dopo l’esempio di Marta Cartabia evidentemente essere intenzionati a danneggiare la giustizia è un requisito necessario per ricoprire il relativo ministero. Il Guardasigilli del governo Draghi non aveva mai visto un processo. Allo stesso modo Nordio è stato magistrato a Venezia, dunque non si è mai occupato di lotta alla mafia. Ma il colpo di genio è arrivato negli ultimi giorni, quando proprio dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro ha avuto la lungimiranza politica di inimicarsi l’antimafia: “vedono la mafia dappertutto”, “credo che l’Italia non sia infiltrata da organizzazioni mafiose”.

A preoccupare ancor di più è l’ambiguità nelle proposte. Non si capisce quali siano gli obiettivi di Nordio per la giustizia penale. Gli strumenti per combattere le mafie, la corruzione, l’illegalità sono rappresentati dalle intercettazioni. Quando si dichiara di voler tenere le intercettazioni solo per la criminalità organizzata ma non per la corruzione si ritengono i mafiosi diversi dai corrotti oltre che dall’illegalità. Invece le mafie prosperano su questo campo in quanto si avvalgono di una classe dirigente sempre pronta ad arricchirsi.

Ad ogni modo, la mafia era finita. Poi si scoprono interi apparati statali complici di Cosa Nostra. La trattativa Stato-mafia poteva dirsi terminata. Eppure nessuno sa spiegare come mai un boss abbia latitato per trent’anni nel pieno centro del suo paesino. Le intercettazioni non servivano. Al contrario sono state decisive perché Messina Denaro è stato preso proprio con quelle, infatti girava con due cellulari. Stesso discorso per i suoi attualmente cento favoreggiatori, ovvero chi per trent’anni l’ha protetto. Anche i responsabili del Qatargate sono stati arrestati con le intercettazioni. Lo stesso Nordio le usava quando era magistrato. (Del Qatargate abbiamo parlato qui)

Sulle intercettazioni si chiamano spesso in causa gli abusi. Tuttavia si tratta di una polemica sterile in quanto dal 2020 tutte le intercettazioni non legate alle indagini non vengono nemmeno scritte, pertanto non sono depositate. I giornali pubblicano le intercettazioni solo in tre casi: dopo la deposizione degli atti; in seguito all’arresto di qualcuno, quindi nell’ordinanza di custodia cautelare ci sono già le prove a suo carico, comprese ovviamente le intercettazioni; alla fine delle indagini quando gli atti sono depositati agli avvocati per consentire loro delle controdeduzioni per chiedere delle integrazioni di indagini.

Da quel momento per il nostro codice penale non sono più atti segreti perché depositati. Quella del magistrato reo di passare i fascicoli sottobanco ai giornalisti è una leggenda metropolitana raccontata per rendere verosimili le trame di alcuni thriller. Il governo quindi non può togliere gli abusi semplicemente perché sono già vietati. Abolire le intercettazioni significa aiutare la criminalità mentre si riduce l’informazione.

Altro argomento contro le intercettazioni è il loro costo. Il governo Conte II aveva pensato di stilare un listino nazionale con le società dei servizi di intercettazioni anziché consentire loro di trattare con le singole procure. Tuttavia il governo Draghi affossò l’iniziativa. Bene! Così si può truffare lo Stato in nome del mercato libero!

Se le intercettazioni servono ad incastrare i mafiosi, un altro strumento serve a punirli: l’ergastolo ostativo, conosciuto anche con il nome di “fine pena mai”, regolato dall’articolo 4-bis. Secondo tale misura i condannati per reati gravi quali mafia o terrorismo non possono accedere alla liberazione condizionale, ai lavori esterni, alla semilibertà, a permessi-premio, insomma nessun beneficio penitenziario a meno di collaborare con la giustizia. Non va confuso con il carcere duro, regolato dall’articolo 41-bis della legge sull’ordinamento penitenziario, il quale stabilisce una serie di detenzioni speciali per i condannati di mafia e terrorismo.

Il governo ha dichiarato di voler difendere questa importante misura, sebbene con le ultime modifiche gli ergastolani otterranno benefici senza collaborare con la giustizia. Questo non è un governo a favore della mafia, ma perché Meloni ha nominato Carlo Nordio come ministro della Giustizia?

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