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Il Qatargate ci ha dato una lezione, ma non la impareremo

Conflitti di interessi, lottizzazione di posti, partiti annidati nei gangli della società per sistemare i propri uomini a discapito di cittadini più meritevoli ma senza tessera. Più volte su questo giornale è stato affrontato un problema storico della politica: il rapporto dei rappresentanti pubblici con le lobby. Oggi la questione si ripresenta attraverso lo scandalo “Qatargate”. Vediamo in cosa consiste e quali conclusioni trarne.

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Copertina realizzata da Gianfranco Uber

di Alessandro Andrea Argeri

Gli emirati si sono comprati la democrazia senza fattura. Il “Qatargate” può già considerarsi il più grande scandalo dell’Unione Europea. In breve, si tratta di un’indagine della magistratura belga contro alcuni membri del parlamento europeo, i quali si sarebbero lasciati corrompere dagli organizzatori del mondiale di calcio per ammorbidire la posizione dell’UE nei confronti del Qatar, così da consentirgli di ospitare la prestigiosa competizione. L’Italia non si è qualificata, ma a quanto pare avrebbe deciso dove giocare. Ovviamente usiamo il condizionale in quanto deve ancora compiersi il processo agli indagati. Questi infatti possono attualmente appellarsi alla “presunzione di innocenza”: non sono ancora condannati, dunque non possono essere giudicati colpevoli, sebbene quasi tutti siano stati colti in flagrante con tanto di intercettazioni.

“Qatargate” è dunque una sorta di “tangentopoli” europea. Il nome dell’indagine è liberamente ispirato al “Watergate” del 1974, vicenda in cui venne coinvolto l’allora presidente statunitense Richard Nixon, assieme ai suoi quattro predecessori, relativa alla controversa gestione della guerra in Vietnam. Questa volta però parliamo di “tangenti”. Per molti esponenti della politica europea sono scattate le manette. Siccome noi italiani non ci lasciamo mai mancare nulla, al centro dell’indagine figurerebbero i nomi di molti nostri rappresentanti. C’è sempre un po’ di made in Italy! Ebbene abbiamo Antonio Panzeri, ex europarlamentare del gruppo dei Socialisti e democratici, Francesco Giorgi, compagno della vicepresidente Eva Khali, anch’essa indagata, e assistente dell’eurodeputato PD Andrea Cozzolino e Niccolò Figà-Talamanca, quest’ultimo addirittura a capo di una ONG. Le accuse nei loro confronti sono di associazione a delinquere, corruzione, riciclaggio di denaro.

Gli indagati sono tutti di sinistra, ma ovviamente non può essere una questione soltanto italiana. Un manipolo di parlamentari da solo non potrebbe mai riabilitare agli occhi della comunità europea l’immagine oscena di un regime orrendo come il Qatar. Per costruire gli stadi sono morti almeno 6500 lavoratori. L’emirato arabo inoltre è famoso per aver adottato politiche contro ogni tipo di libertà. Proprio per questo in Europa “si temerebbe il tracollo”. “Gli esponenti delle istituzioni europee sanno che il Qatargate può sconquassare l’Unione europea. E cercano di correre ai ripari” (fonte Repubblica). I due principali partiti del parlamento europeo, Ppe e Pse, hanno quindi deciso di non attaccarsi a vicenda sull’inchiesta per paura di ritrovarsi tutti sulla stessa barca indipendentemente dall’orientamento politico, sintomo di come anche a destra qualcuno abbia la coscienza non proprio immacolata.

Effettivamente era un po’ un paradosso: mandare le armi in Ucraina per difendere la democrazia, con tutti i discorsoni sulla lotta alle dittature, ma allo stesso tempo parlare bene di un regime disumano. Tuttavia non dovremmo stupirci. Del resto abbiamo visto più volte rappresentanti “di sinistra” bocciare provvedimenti della vera sinistra”. Questi “finti progressisti” sono i farisei del 2022, il motivo per cui alle ultime elezioni ha dilagato il centrodestra.

Il caso Qatargate ci insegna tante lezioni. Primo: in Belgio sanno come trattare i corrotti, o i presunti tali. A Bruxelles la magistratura è stata molto efficiente. In Europa nessuno ha cominciato a parlare di “garantismo”, “certezza della pena”, “gogna mediatica”. È stata perquisita addirittura la sede di Strasburgo del parlamento europeo per cercare messaggi, chat, o altre prove, il tutto a discapito sia dei parlamentari tuttora in carica sia dei loro assistenti. Nessuno strilla alla guerra tra politica e magistratura. In un sistema civile come quello europeo sono gli indagati a dover spiegare perché dovrebbero essere innocenti. A Bruxelles non sono i PM a doversi difendere in tribunale per aver osato indagare.

Secondo: in Italia dovremmo prendere esempio. Certamente né la destra né la sinistra sono responsabili dell’operato dei loro singoli, tuttavia anche in questa situazione si notano due approcci differenti. A destra sono abituati a negare la realtà, a riconoscere improbabili parentele con presidenti egiziani o semplicemente a cancellare dai social le foto con le maglie con sopra il volto di autocrati estranei alla legalità. A sinistra invece ogni volta si tratta di una “mela marcia”, o di ladri fondamentalmente buoni perché “hanno lottato per le unioni civili”.

Insomma in Italia, dove le condanne non sono mai reali, è stata sempre rinviata la discussione su come arginare il rischio della corruzione di rappresentati pubblici. Abbiamo addirittura smantellato le poche leggi in vigore per arginare il fenomeno. Qual è la differenza tra i soldi percepiti da Renzi con quelli presi dai parlamentari europei al momento indagati? Evidentemente il Parlamento italiano è l’unico in cui i propri esponenti possono percepire soldi da un altro stato, infatti il “Senator d’Arabia” (copyright Marco Travaglio) ha addirittura potuto fatturare gli introiti provenienti dagli “speech” in merito ai quali avevamo posto una serie di domande pubbliche qui.

Ci vorrebbe una leadership a sinistra veramente di sinistra, oltre che coerente. Non dico di scendere in piazza a gridare “tutto il potere ai soviet”, o di tappezzare le città con poster di Karl Marx, ma di interessarsi dei poveri, delle periferie, del mondo reale. D’altronde i principi giusti, se ben applicati, difendono interessi altrettanto leciti.
Ad ogni modo, proprio grazie a uno scandalo legato al calcio, l’Italiano medio sembra essersi accorto dell’esistenza di altro nel mondo rispetto al semplice pallone. Non so a voi, ma a me sembra già una grande vittoria!

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Pongo domande. No, non sono un filosofo (e nemmeno radical chic).